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Dal canto suo, anche al Maliki ha dovuto
subito ammettere che, in effetti, tale ritiro dovrebbe prima essere
votato sia dal Consiglio presidenziale Iracheno che dal Parlamento.
Approvazione tutt'altro che certa, sia per via del contesto
politico iracheno estremamente volatile, sia per l'interesse
materiale degli Usa, che da anni stanno costruendo basi militari in
diverse parti del paese, tra cui una enorme nel centro di Baghdad.
Negli anni a venire, inoltre, la presenza militare Usa potrebbe
rivelarsi necessaria per la protezione degli interessi delle
compagnie petrolifere occidentali che si sono recentemente
accaparrate i diritti sullo sfuttamento dell'oro nero iracheno. Per
finire, se per allora l'esercito di Baghdad non sarà
completamente autonomo, le truppe Usa potrebbero rimanere anche per
formare le nuove leve della sicurezza irachena. Al momento le truppe
Usa nel paese sono circa 147 mila.
Di vero nelle dichiarazioni di Al
Maliki c'è che le trattative in corso da oltre dieci mesi per
concordare il futuro delle truppe Usa in Iraq sono vicine alla
conclusione, ad esempio, Washington e Baghdad si sono accordate
perché entro il giugno del 2009 le truppe Usa cessino di
pattugliare le città e dalle aree urbane. Ritiro sì
dunque, ma dentro le basi militari in Iraq e
lontano dalla vista degli iracheni. Ritiro a parte, nell'accordo di
cui la Rice ha discusso con i governanti iracheni ci sono altri punti
su cui sarà difficile trovare un accordo: prima tra tutti la
questione dell'immunità per le truppe statunitensi nel paese,
un privilegio che a Baghdad in pochi sembrano disposti a tollerare,
nemmeno se quelle dovessero ottimisticamente ritirarsi nel giro di 3
anni. Naoki Tomasini