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Quella notte d’inferno. Giovedì notte, mentre mezzo villaggio era riunito per un funerale, in una casa
poco distante il comandante talebano Mullah Siddiq stava tenendo una riunione
con i suoi luogotenenti per pianificare un attacco contro la base Usa di Ghorian,
nei pressi di Herat. Questo era l’obiettivo di un commando di forze speciali Usa
e afgane che, nel buio, si stavano avvicinando al centro abitato. I talebani di
guardia, però, se ne sono accorti, ed è scoppiata una sparatoria. Gli incursori
statunitensi hanno chiesto supporto aereo, arrivato in pochi minuti sotto forma
di una cannoniera volante C-130 che ha riversato sul villaggio una pioggia di
fuoco. Una quindicina di case attorno a quella dove si trovava il capo talebano
sono state rase al suolo, compresa quella dov’era in corso il funerale. Settantasei
persone, di cui una cinquantina di bambini e una ventina di donne, sono morte
sul colpo. I feriti più gravi sono morti nelle ore successive. Il bilancio finale
ufficiale è di novanta morti.
Rinegoziare i termini della presenza straniera. “Abbiamo estratto corpi dalle macerie fino alla tarda mattinata del giorno dopo”,
ha dichiarato all’Ap Ghulam Azrat, preside della scuola del villaggio. “Abbiamo portato tutti i cadaveri
nella moschea: erano in maggior parte bambini. Nel pomeriggio sono arrivati dei
soldati afgani a portare cibo e acqua ai sopravvissuti: la gente li ha aggrediti
a colpi di pietra. I militari allora hanno sparato contro la folla disperata e
inferocita, ferendo altre otto persone. Tra loro pure un bambino che adesso è
in fin di vita”.Enrico Piovesana