Pubblichiamo un editoriale di Mustapha Hammouche, pubblicato il 22 agosto scorso
sul quotidiano algerino Liberté, che commenta la spirale di violenza che ha riportato
sulle prime pagine dei giornali l'Algeria e il conflitto tra i miliziani islamisti
e le forze dell'ordine algerine. Hammouche, tacendo per la verità dei massacri
dei militari, critica la strategia della Riconciliazione nazionale varata dal
presidente Bouteflika per porre fine alla guerra civile che, negli anni Novanta,
ha insanguinato il Paese. Il dibattito in Algeria continua: trattare con i fondamentalisti,
magari tentando di coinvolgerli nel processo politico, o il pugno di ferro? Mentre
si discute, in Algeria si continua a morire.
di Mustapha Hammouche*
L’Algeria ha
subito il 21 agosto scorso il più micidiale degli attentati
che abbia mai conosciuto in quindici anni di terrorismo, con
l’eccezione dell’attentato del Boulevard Amirouche ad
Algeri, nel gennaio 1993. In altri termini, se si escludono i
massacri collettivi del Gia - Takfir, l’attentato di Issers è
stato il più micidiale da più di trenta anni.

Naturalmente il governo non vedrà alcun legame tra il
rilancio dell’azione terrorista e la politica che ha permesso al
terrorismo di recuperare i suoi mezzi tecnici e finanziari, di
rinforzare i suoi effettivi e che ha permesso ai suoi padrini
islamisti di rifarsi una verginità politica. Eppure la
relazione di causa ed effetto è di evidenza eclatante:
privilegiando la pratica dell’accordo a quella dell’autodifesa,
lo Stato ha sostituito un’atmosfera di permissività allo
slancio di resistenza. Il terrorismo islamista, come si vede, non si
è fatto pregare per sfruttare l’evoluzione politica e
psicologica in suo favore.
Nella società, beneficia
dell’arretramento dello Stato che ha lasciato che la vigilanza
integralista violenta si sostituisse alle campagne di ordine
pubblico.
Alla vigilia del massacro di Issers, mentre si
succedevano al ritmo serrato di una campagna di guerra gli attacchi
contro i soldati dell’Anp (Esercito nazionale popolare), gli agenti
della
Sureté nationale e della Gendarmerie nazionale,
abbiamo avuto l’occasione di apprezzare un dibattito “civile”
tra l’ex capo del Gia e l’ex ministro della Difesa (secondo
l’ordine degli interventi).
All’origine della polemica una
scena surreale svoltasi appena qualche mese fa su di uno sfondo
inconsueto, il palco ufficiale del più grande cimitero del
paese: un capo terrorista definitivamente assolto da tutti i suoi
crimini con legge referendaria ed un generale che faceva parte dello
Stato si sono parlati sulla tomba fresca di un generale che in vita
era stato responsabile del controspionaggio.

Il terrorista immunizzato e ricompensato, di un analfabetismo
notorio almeno quanto il suo talento criminale, trova da qualche
giorno spazio nella stampa per diffondere le sue “rivelazioni” e
le sue “riflessioni”. Il generale Nezzar risponde, a sua volta,
facendo delle precisazioni aneddotiche la cui futilità è
pari solo alla gravità del fatto che sia possibile un tale
téte-à-téte.
La discussione su chi, se
l’emiro o il generale, debba perdonare, costituisce l’espressione
di una rinuncia disfattista della Repubblica davanti all’aggressione
arrogante dell’iniziativa terrorista.
Il Presidente della
Repubblica ha recentemente ammesso il fallimento della sua politica
economica sulla semplice constatazione che ha permesso l’evasione
legale di qualche miliardo di troppo. La perdita, oramai quotidiana,
di decine di uomini, donne e bambini, non merita che ci si fermi un
attimo con una pratica politica di sicurezza che, col pretesto di
calmare gli animi terroristi, non fa che insanguinare sempre il
paese?
Dopo il picco della metà degli anni 1990, l’attività
terrorista non è mai stata così intraprendente come in
questi due ultimi anni, come in una specie di un ritorno ciclico.
Rifiutandosi di combattere una guerra fino alla sua conclusione,
l’Algeria si è probabilmente condannata a doverla rifare. O
a perderla.