La vicenda di Britel Kassim, cittadino italiano vittima di rendition, in attesa di giustizia
scritto per noi da
Nicoletta Prandi
Khadija si muove leggera per casa e
corre ad offrirmi acqua e datteri per combattere la calura di questo
afoso pomeriggio d’agosto. Il grande letto matrimoniale è
vuoto nella camera di legno dolce ereditata dalla famiglia, mentre
per molti mesi subito dopo l’arresto di suo marito un letto singolo
è stato custode dei suoi sonni nella stanza in cui riceve gli
ospiti.

Anna Pighizzini, bergamasca purosangue,
mite e gentile ma con una tempra d’acciaio, ha sposato Abou
Elkassim Britel, incarcerato nelle prigioni del Marocco da oltre sei
anni dopo un processo, con accuse di terrorismo mai provate, sulla
cui correttezza c’è molto da dubitare. Da allora si batte
con determinazione per riportarselo a casa, tra le ironie di chi si
da di gomito al suo passaggio, chi fa false promesse di aiuto e chi
finge di ignorarla. A chi importa un elettricista marocchino dalle
mani d’oro, attento traduttore di testi religiosi, in odor di
terrorismo? In Italia, però, l’uomo è incensurato:
Khadjia può andare a testa alta.
“Quando hanno incarcerato Kassim
–racconta- per circa tre anni non sono riuscita a dormire nel
nostro letto. Non mi andava”. Lo dice con pudore come se il
confessarlo fosse una violazione della loro privacy. Di quella
intimità fatta di sguardi lunghi, piccole attenzioni, promesse
riconfermate ogni giorno che ancora scambia con lui durante le visite
in carcere ed i colloqui telefonici. Sarà stato forse perché
le lenzuola erano candide e fini, mentre da diversi anni Britel vive
in condizioni disumane e la sua salute, psichica e fisica, ne sta
portando gravi conseguenze.

La storia parte da lontano. Nel maggio
del 2002, Abou Elkassim Britel, di origine marocchina ma cittadino
italiano, ammanettato, incappucciato, denudato ed incatenato fu
trasferito dalla CIA dal Pakistan al Marocco dove venne torturato
dall’intelligence marocchina come presunto terrorista. Liberato
senza accuse, nel maggio 2003, al momento di rientrare nel nostro
Paese fu di nuovo rapito e fatto sparire, complici i servizi segreti
italiani. Dopo quattro mesi di detenzione segreta ed altre torture fu
processato senza alcuna garanzia. Condannato a 15 anni di carcere
-poi ridotti a 9- aspetta di essere liberato nel 2012 . Ma la via per
arrivarci è ancora lunga mentre la situazione nelle carceri
del Marocco è sempre più esplosiva . La sua storia
emblematica mostra ancora una volta come siano possibili gravi
violazioni di qualsiasi regola del diritto internazionale, senza
ripercussioni per chi le compie.
“Ultimamente ha fatto più di
70 giorni di sciopero della fame assieme ad altri detenuti islamici
nel suo reparto di Oukasha a Casablanca -ricorda Khadija- che lo
hanno duramente provato. Sento che è nervoso e talvolta
angosciato, ma resiste. Anch’io però sono molto stanca, ma
cerco di non darlo a vedere, il sostegno che mi sforzo di dare a
Kassim è indispensabile nelle sue condizioni”.
Il 30 luglio scorso per la festa del
trono in Marocco sono state concesse 1030 grazie ma lui ne è
stato escluso. Più o meno negli stessi giorni il Governo
italiano ha mostrato –e non è una novità- di non
voler prendersi a cuore seriamente il problema.

All’interpellanza dell’onorevole
Emanuele Fiano, di religione ebraica, ma pronto a mettersi in campo
per difendere i diritti di Britel, sottoscritta da una trentina di
deputati, ha infatti risposto con una ovvia e sterile elencazione
dei presunti atti a sostegno del detenuto, che nella realtà si
traducono in parole vuote.
“Voglio la mia liberazione –aveva
affermato tempo fa e continua a ribadire dalla prigione Kassim- anche
il Parlamento europeo ha detto che sono innocente ed ha chiesto al
Governo italiano di tirarmi fuori da qui, ma continua a non succedere
nulla”. La speranza è dura a morire, ma è per tutti
evidente che la pressione delle autorità italiane su Rabat
dovrebbe essere molto più forte.
Ora Khadija spera nelle grazie che
verranno concesse dal sovrano del Marocco a fine Ramadan. In casa un vetro è
rotto e
quando le consiglio di farlo sostituire risponde con un sorriso dolce
e stanco : “Quando tornerà mio marito lo sistemerà…”
Tutti ce lo auguriamo e -come ha scritto nel febbraio scorso
Giulietto Chiesa in una lettera all’allora ministro D’Alema-
chiediamo a chi può farlo “..in nome dell’umanità e
della giustizia, oltre che della dignità del nostro Paese, di
intervenire energicamente per fare rientrare Britel alla sua famiglia
e in Italia, libero, al più presto”.