27/08/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



La vicenda di Britel Kassim, cittadino italiano vittima di rendition, in attesa di giustizia
scritto per noi da
Nicoletta Prandi
 
Khadija si muove leggera per casa e corre ad offrirmi acqua e datteri per combattere la calura di questo afoso pomeriggio d’agosto. Il grande letto matrimoniale è vuoto nella camera di legno dolce ereditata dalla famiglia, mentre per molti mesi subito dopo l’arresto di suo marito un letto singolo è stato custode dei suoi sonni nella stanza in cui riceve gli ospiti.

kassim britelAnna Pighizzini, bergamasca purosangue, mite e gentile ma con una tempra d’acciaio, ha sposato Abou Elkassim Britel, incarcerato nelle prigioni del Marocco da oltre sei anni dopo un processo, con accuse di terrorismo mai provate, sulla cui correttezza c’è molto da dubitare. Da allora si batte con determinazione per riportarselo a casa, tra le ironie di chi si da di gomito al suo passaggio, chi fa false promesse di aiuto e chi finge di ignorarla. A chi importa un elettricista marocchino dalle mani d’oro, attento traduttore di testi religiosi, in odor di terrorismo? In Italia, però, l’uomo è incensurato: Khadjia può andare a testa alta.
“Quando hanno incarcerato Kassim –racconta- per circa tre anni non sono riuscita a dormire nel nostro letto. Non mi andava”. Lo dice con pudore come se il confessarlo fosse una violazione della loro privacy. Di quella intimità fatta di sguardi lunghi, piccole attenzioni, promesse riconfermate ogni giorno che ancora scambia con lui durante le visite in carcere ed i colloqui telefonici. Sarà stato forse perché le lenzuola erano candide e fini, mentre da diversi anni Britel vive in condizioni disumane e la sua salute, psichica e fisica, ne sta portando gravi conseguenze.

prigioneLa storia parte da lontano. Nel maggio del 2002, Abou Elkassim Britel, di origine marocchina ma cittadino italiano, ammanettato, incappucciato, denudato ed incatenato fu trasferito dalla CIA dal Pakistan al Marocco dove venne torturato dall’intelligence marocchina come presunto terrorista. Liberato senza accuse, nel maggio 2003, al momento di rientrare nel nostro Paese fu di nuovo rapito e fatto sparire, complici i servizi segreti italiani. Dopo quattro mesi di detenzione segreta ed altre torture fu processato senza alcuna garanzia. Condannato a 15 anni di carcere -poi ridotti a 9- aspetta di essere liberato nel 2012 . Ma la via per arrivarci è ancora lunga mentre la situazione nelle carceri del Marocco è sempre più esplosiva . La sua storia emblematica mostra ancora una volta come siano possibili gravi violazioni di qualsiasi regola del diritto internazionale, senza ripercussioni per chi le compie.
“Ultimamente ha fatto più di 70 giorni di sciopero della fame assieme ad altri detenuti islamici nel suo reparto di Oukasha a Casablanca -ricorda Khadija- che lo hanno duramente provato. Sento che è nervoso e talvolta angosciato, ma resiste. Anch’io però sono molto stanca, ma cerco di non darlo a vedere, il sostegno che mi sforzo di dare a Kassim è indispensabile nelle sue condizioni”.
Il 30 luglio scorso per la festa del trono in Marocco sono state concesse 1030 grazie ma lui ne è stato escluso. Più o meno negli stessi giorni il Governo italiano ha mostrato –e non è una novità- di non voler prendersi a cuore seriamente il problema.

il re del marocco Mohammed VIAll’interpellanza dell’onorevole Emanuele Fiano, di religione ebraica, ma pronto a mettersi in campo per difendere i diritti di Britel, sottoscritta da una trentina di deputati, ha infatti risposto con una ovvia e sterile elencazione dei presunti atti a sostegno del detenuto, che nella realtà si traducono in parole vuote.
“Voglio la mia liberazione –aveva affermato tempo fa e continua a ribadire dalla prigione Kassim- anche il Parlamento europeo ha detto che sono innocente ed ha chiesto al Governo italiano di tirarmi fuori da qui, ma continua a non succedere nulla”. La speranza è dura a morire, ma è per tutti evidente che la pressione delle autorità italiane su Rabat dovrebbe essere molto più forte.
Ora Khadija spera nelle grazie che verranno concesse dal sovrano del Marocco a fine Ramadan. In casa un vetro è rotto e quando le consiglio di farlo sostituire risponde con un sorriso dolce e stanco : “Quando tornerà mio marito lo sistemerà…” Tutti ce lo auguriamo e -come ha scritto nel febbraio scorso Giulietto Chiesa in una lettera all’allora ministro D’Alema- chiediamo a chi può farlo “..in nome dell’umanità e della giustizia, oltre che della dignità del nostro Paese, di intervenire energicamente per fare rientrare Britel alla sua famiglia e in Italia, libero, al più presto”.
Categoria: Diritti, Donne, Religione
Luogo: Italia