Dal nostro inviato
Raffaele Crocco

TeleSur - Vive Tv, si chiamerà così, con il trattino. Nome semplice per un problema
complesso da risolvere, che si potrebbe enunciare con una domanda: come può uno
Stato - teoricamente libero e sovrano - difendersi dalla censura del mercato?
La soluzione è facile da trovare: creando delle televisioni proprie, esattamente
come stanno tentando di fare dalle parti di Caracas, Venezuela, ridistribuendo
la pubblicità. E' storia di un paradosso il Venezuela di Chavez, presidente amato
dalla gente e odiatissimo dalle oligarchie di potere. Un paradosso che qui a Porto
Alegre è stato raccontato e analizzato in un apposito Forum organizzato in una
delle cinque sezioni tematiche di questo Social Forum, quella sull'informazione.
Il paradosso sta proprio nella necessità che lo Stato mostra di avere nel difendersi
dalla censura, dall'essere costantemente oscurato dai grandi mezzi di comunicazione,
rigorosamente in mano a pochi privati.
In una terra, il Sud America, abituata ad avere a che fare con governi e politici
armati di forbici ed eserciti, il caso appare nuovo, ma non unico. Gli stessi
giornalisti brasiliani denunciano situazioni simili. Manca, in Brasile, la televisione
pubblica, così come mancano giornali in mano alle categorie sociali o alle grandi
organizzazioni di massa. Tutto è controllato dalle grandi famiglie. Il risultato
è un'informazione teleguidata e monocolore.
La formula Chavez è stata raccolta da un gruppo di giovani giornalisti venezuelani,
che con i pochi soldi ricevuti hanno messo in piedi il progetto di una Tv satellitare,
Tele Sul, che inizierà a trasmettere ad aprile. “All'inizio saranno solo otto
ore di programmazione, ma contiamo di arrivare a 24 ore in poco tempo - spiega
Gabriela Gonzales Frente, relatrice al Forum oltre che anima di TeleSul - faremo
parlare le persone, le organizzazioni, racconteremo quello che accade in Venezuela,
rompendo il monopolio informativo esistente”.
Le notizie, insomma, arriveranno dai movimenti, dalla società venezuelana. La
speranza è che, in questo modo, non solo all'ínterno del paese si sappia davvero
cosa accade, ma che anche all'estero si capisca che Chavez sta cambiando il Venezuela
con il consenso di tanta, tanta gente. “Voglio raccontare un episodio - insiste
Gabriela - legato proprio al nostro mestiere. Qualche tempo fa è
uscita una legge sull'informazione, che nel mondo è stata presentata come una
iniziativa di censura ai giornalisti. In realtà si tratta di una riforma che obbliga
le televisioni, che sono tutte private, ad avere almeno cinque ore al giorno di
trasmissioni di servizio pubblico. Da noi e all'estero si accredita un'immagine
del mio Paese che non esiste. Pensate che in televisione ci sono attacchi razzisti
contro i neri e quasi tutti noi – così come in Brasile - siamo in realtà meticci,
abbiamo almeno un po' di sangue nero in ogni famiglia”.
Il progetto ha anche una parte, come dire, “bolivariana”, decisamente in linea
con la politica di Chavez. TeleSul, infatti, vorrebbe dare spazio e avere collaborazione
con giornalisti e televisioni di tutto il continente Latinoamericano, partendo
proprio dal Brasile, dall'Uruguay e dall'Argentina. Questo, dice Gabriela, per
unire i paesi, “lasciando che ognuno racconti se stesso, i propri problemi. Perchè
devo avere un giornalista venezuelano a raccontare quello che accade in Argentina?
Deve essere un argentino a farlo. E' questione di facce, di sensibilità”.
La sfida è stata raccolta. I brasiliani, dal proprio canto, ripresenteranno il
progetto da casa loro, vedendo cosa accade. Chiedono che lo Stato finanzi le imprese
editoriali, magari convogliando sulle più piccole e su quelle non legate ai grandi
network delle famiglie potenti la pubblicità statale. Se il governo accetterà
è tutto da vedere. Intanto, da aprile, si consoleranno guardando TeleSul.