31/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Venezuela: quando lo Stato non ha voce propria
Dal nostro inviato
Raffaele Crocco
 
 
Social forum mondiale, Porto Alegre
TeleSur - Vive Tv, si chiamerà così, con il trattino. Nome semplice per un problema complesso da risolvere, che si potrebbe enunciare con una domanda: come può uno Stato - teoricamente libero e sovrano - difendersi dalla censura del mercato?

La soluzione è facile da trovare: creando delle televisioni proprie, esattamente come stanno tentando di fare dalle parti di Caracas, Venezuela, ridistribuendo la pubblicità. E' storia di un paradosso il Venezuela di Chavez, presidente amato dalla gente e odiatissimo dalle oligarchie di potere. Un paradosso che qui a Porto Alegre è stato raccontato e analizzato in un apposito Forum organizzato in una delle cinque sezioni tematiche di questo Social Forum, quella sull'informazione. Il paradosso sta proprio nella necessità che lo Stato mostra di avere nel difendersi dalla censura, dall'essere costantemente oscurato dai grandi mezzi di comunicazione, rigorosamente in mano a pochi privati.

Chavez, presidente VenezuelaIn una terra, il Sud America, abituata ad avere a che fare con governi e politici armati di forbici ed eserciti, il caso appare nuovo, ma non unico. Gli stessi giornalisti brasiliani denunciano situazioni simili. Manca, in Brasile, la televisione pubblica, così come mancano giornali in mano alle categorie sociali o alle grandi organizzazioni di massa. Tutto è controllato dalle grandi famiglie. Il risultato è un'informazione teleguidata e monocolore.

La formula Chavez è stata raccolta da un gruppo di giovani giornalisti venezuelani, che con i pochi soldi ricevuti hanno messo in piedi il progetto di una Tv satellitare, Tele Sul, che inizierà a trasmettere ad aprile. “All'inizio saranno solo otto ore di programmazione, ma contiamo di arrivare a 24 ore in poco tempo - spiega Gabriela Gonzales Frente, relatrice al Forum oltre che anima di TeleSul - faremo parlare le persone, le organizzazioni, racconteremo quello che accade in Venezuela, rompendo il monopolio informativo esistente”. 

Le notizie, insomma, arriveranno dai movimenti, dalla società venezuelana. La speranza è che, in questo modo, non solo all'ínterno del paese si sappia davvero cosa accade, ma che anche all'estero si capisca che Chavez sta cambiando il Venezuela con il consenso di tanta, tanta gente. “Voglio raccontare un episodio - insiste Gabriela -  legato proprio al nostro mestiere. Qualche tempo fa è uscita una legge sull'informazione, che nel mondo è stata presentata come una iniziativa di censura ai giornalisti. In realtà si tratta di una riforma che obbliga le televisioni, che sono tutte private, ad avere almeno cinque ore al giorno di trasmissioni di servizio pubblico. Da noi e all'estero si accredita un'immagine del mio Paese che non esiste. Pensate che in televisione ci sono attacchi razzisti contro i neri e quasi tutti noi – così come in Brasile - siamo in realtà meticci, abbiamo almeno un po' di sangue nero in ogni famiglia”.

Il progetto ha anche una parte, come dire, “bolivariana”, decisamente in linea con la politica di Chavez. TeleSul, infatti, vorrebbe dare spazio e avere collaborazione con giornalisti e televisioni di tutto il continente Latinoamericano, partendo proprio dal Brasile, dall'Uruguay e dall'Argentina. Questo, dice Gabriela, per unire i paesi, “lasciando che ognuno racconti se stesso, i propri problemi. Perchè devo avere un giornalista venezuelano a raccontare quello che accade in Argentina? Deve essere un argentino a farlo. E' questione di facce, di sensibilità”.
La sfida è stata raccolta. I brasiliani, dal proprio canto, ripresenteranno il progetto da casa loro, vedendo cosa accade. Chiedono che lo Stato finanzi le imprese editoriali, magari convogliando sulle più piccole e su quelle non legate ai grandi network delle famiglie potenti la pubblicità statale. Se il governo accetterà è tutto da vedere. Intanto, da aprile, si consoleranno guardando TeleSul.
Categoria: Politica
Luogo: Brasile