Bombardamenti a Falluja, quindici morti e decine di feriti. Colpita anche un'ambulanza.
Questa mattina le forze dell'esercito statunitense hanno nuovamente attaccato
la città sunnita di Falluja.

Verso le 4 del mattino ora locale, carri armati Usa hanno fatto irruzione in
due quartieri del nord della città controllati dai ribelli e hanno aperto il fuoco.
Un aereo ha attaccato il quartiere al Chourta distruggendo una casa e danneggiandone
altre due, mentre un missile, sparato da un caccia, colpiva un'auto lungo l’autostrada
a ovest di Falluja uccidendo tutti e quattro i passeggeri.
Altre sette persone poi sono state uccise da un missile sparato dal cielo, tra
loro il guidatore di un'ambulanza che stava trasportando dei feriti verso l'accesso
settentrionale della città.
Testimoni riferiscono che mentre gli aeroplani sorvolavano la città, colpi di
artiglieria venivano sparati aul mercato cittadino anche dalle postazioni della
coalizione in periferia.
Secondo fonti ospedaliere, il bilancio complessivo dell'attacco di stamattina
su Falluja sarebbe di 25 morti, dei quali 16 erano civili, e oltre 20 feriti.
I bombardamenti sulla città sono durati un paio d'ore, durante le quali pare
che mezzi militari statunitensi girassero per le strade invitando la popolazione
a collaborare attraverso gli altoparlanti. Un abitante di Falluja racconta che
i soldati Usa sfidavano apertamente i guerriglieri dicendo in arabo "Dove siete
combattenti? Uscite a combattere codardi." Tutto questo mentre alte colonne di
fumo si alzavano sopra la città e parte della popolazione si metteva in moto per
lasciare il centro abitato, teatro dei combattimenti.
L'obbiettivo dichiarato dell'attacco americano era colpire quelli che, secondo
fonti dell'inteliigence, erano rifugi dei guerriglieri legati ad Abu Mussab al-Zarqawi,
il terrorista giordano considerato l’organizzatore dei più sanguinosi attentati
in Iraq degli ultimi diciotto mesi. Gli attacchi di oggi seguono i combattimenti
tra ribelli iracheni e truppe Usa che ieri hanno sconvolto l'intero paese in una
successione di scontri a fuoco, autobombe e bombardamenti. Nella notte un colpo
di artiglieria pesante era caduto anche nei pressi dell'ambasciata francese, distruggendo
due veicoli parcheggiati all'ingresso ma senza provocare feriti.
E' ancora critica anche la situazione degli ostaggi: l'ultimatum di 24 ore lanciato
ieri mattina su internet dal gruppo Jihad Islamica in Iraq è scaduto e della sorte
di Simona Torretta e Simona Pari, rapite il 7 settembre, ancora non si sa nulla.
Nonostante ciò, proseguono gli sforzi della diplomazia: oggi il ministro degli
esteri Franco Frattini ha cominciato il suo giro nei paesi del Golfo alla ricerca
di contatti utili per la liberazione, mentre questa mattina il mufti di Baghdad
ha rivolto un appello per la liberazione di tutti gli ostaggi stranieri, sia i
due giornalisti francesi Christian Chesnot e Georges Malbrunot, sia le due italiane
Torretta e Pari.
Anche il Comitato degli Ulema, la più importante organizzazione religiosa sunnita
dell’Iraq, per bocca dello sceicco Mohammad Bachar al-Fayqzi, ha lanciato un appello
in favore della liberazione delle due italiane: "Chiediamo la liberazione dei
due ostaggi italiani e dei due iracheni che lavoravano con loro, così come dei
giornalisti francesi ", e ha proseguito: "Siete al corrente della nostra posizione
sul governo italiano, ma siamo amici del popolo italiano e difendiamo i due ostaggi
italiani, così come lo facciamo per quelli francesi."
Un altro esponente del Comitato, lo sceicco Abdel Salam al-Kubaisi, ha espresso
la propria preoccupazione che il rapimento delle due Simone sia "Opera dei servizi
di un Paese vicino " all’Iraq. "Il modo in cui le due italiane sono state rapite,
nel pieno centro di Baghdad e da un commando armato composto da uomini vestiti
con dei giubbotti antiproiettile e con il volto coperto, ci porta a credere che
dietro questo atto vi sia un servizio straniero. Temiamo che le due italiane possano
essere uccise da parti che cercano di screditare l’immagine della resistenza ".
Ad aggravare il quadro odierno, c'è l'annuncio giunto da Samarra, roccaforte
sunnita, del sequestro di due australiani e due asiatici ad opera dell'Esercito
Segreto Islamico. Pare che gli australiani siano stati vittime di un agguato teso
loro sull'autostrada che collega Baghdad a Mosul. Si tratta di civili che gli
autori del sequestro hanno dfefinito come "gente importante ", al governo australiano
è stato subito dato un ultimatum: 24 ore per ritirare il contigente in Iraq ed
evitare l'esercuzione degli ostaggi.
Sempre oggi sul sito del gruppo giordano di Tawhid wa al-Jihad, collegato con
al-Qaeda, è stato mostrato un video che documenta l'uccisione del cammionista
turco Durmus Kumdereli, rapito il 14 agosto dalle parti di Tikrit. Nel video,
datato 17 agosto, l'uomo si presenta, dichiara di essere un autotrasportatore
e di avere effetuato consegne di materiale dalla Turchia ad una base militare
degli Stati Uniti; dopodichè viene sgozzato.
Naoki Tomasini
Ultimatum e bombe
12 settembre 2004 – Alle 10:30 di questa mattina sul sito
“Yaislah” è apparso un nuovo ultimatum, di non certa attendibilità, in relazione al rapimento
delle due volontarie italiane, Simona Torretta e Simona Pari.
> Nel testo, firmato dall’Organizzazione per la Jihad islamica in Iraq, si legge:
“Noi rinnoviamo l’ ultimatum di 24 ore a partire dalla pubblicazione di questo
comunicato e al termine del quale, se non vediamo la banda dei soldati italiani
ritirarsi dal suolo dell’ Iraq, eseguiremo la sentenza di Dio che sarà lo sgozzamento,
se Dio Vuole. Quello che commette il distaccamento italiano in Iraq”, continua
il messaggio, “è il primo e l’ ultimo responsabile della cattura delle due italiane.
Quello che succederà nelle ore che vengono dipenderà dal ritiro delle forze italiane
dal suolo dell’ Iraq e noi non accetteremo altre alternative. Noi ci calmeremo
e saremo tranquilli solo se i miscredenti lasciano il suolo dell’ Iraq militante
e quando i musulmani in Iraq godranno della sicurezza”.

Nel frattempo, questa mattina elicotteri Usa hanno bombardato una folla di civili
iracheni che si era radunata in una strada del centro di Baghdad dopo un agguato
a un carro armato statunitense nella ‘Zona Verde”. Almeno tredici i morti e oltre
una cinquantina i feriti.
Tra le vittime anche il giornalista palestinese Mazen al-Tomaizi, corrispondente
dalla capitale irachena per la televisione Al Arabiya.
Al-Tomaizi, 25 anni, originario di Hebron, è morto in diretta. Era in collegamento
tv e stava mostrando le scene di una folla che aveva circondato un cingolato statunitense
Bradley, in precedenza attaccato e bruciato dai ribelli nei pressi di Haifa Street.
Nelle immagini si è visto all’improvviso il giornalista che veniva colpito e il
sangue che schizzava sull’obiettivo della telecamera, mentre tutto attorno si
sentivano grida ed esplosioni.
Nel bombardamento, insieme ad al-Tomaizi e ad altre tredici persone, sono stati
feriti anche un cineoperatore iracheno della Reuters e un fotografo dell’agenzia
Getty, anche lui iracheno.
Sono oltre quaranta i giornalisti, dipendenti e freelance, uccisi in Iraq dall’inizio
della guerra:
VENTISEI GIORNALISTI:
12.09.2004 - Mazen al-Tomaizi, Al-Arabiya
26.08.2004 - Enzo Baldoni, Diario
15.08.2004 - Mahmoud Hamid Abbas, ZDF
15.08.2004 - Hossam Ali, Indépendant
03.06.2004 - Sahar Saad Eddine Mouami, Al-Mizan, Al-Khaïma, Al-Hayat Al-Gadida
27.05.2004 - Shinsuke Hashida, Nikkan Gendai
27.05.2004 - Kotaro Ogawa, Nikkan Gendai
07.05.2004 - Mounir Bouamrane, TVP
07.05.2004 - Waldemar Milewicz, TVP
19.04.2004 - Assad Kadhim, Al-Iraqiya TV
26.03.2004 - Bourhan Mohammad al-Louhaybi, ABC News
18.03.2004 - Nadia Nasrat, Diyala Television
18.03.2004 - Ali Al-Khatib, Al-Arabiya
18.03.2004 - Ali Abdel Aziz, Al-Arabiya
28.10.2003 - Ahmed Shawkat, Bila Ittijah
17.08.2003 - Mazen Dana, Reuters
02.07.2003 - Ahmad Karim, Kurdistan Satellite TV
08.04.2003 - José Couso, Tele 5
08.04.2003 - Taras Protsyuk, Reuters
08.04.2003 - Tarek Ayoub, Al-Jazira
07.04.2003 - Christian Liebig, Focus
07.04.2003 - Julio Anguita Parrado, El Mundo
04.04.2003 - Michael Kelly, Washington Post
02.04.2003 - Kaveh Golestan, BBC
23.03.2003 - Terry Lloyd, ITV News
22.03.2003 - Paul Moran, Australian Broadcasting Corporation
QUIINDICI COLLABORATORI:
25.08.2004 - Jamal Tawfiq Salmane, Gazeta Wyborcza
29.05.2004 - Mahmoud Ismail Daoud, guardia del corpo, Al-Sabah al-Jadid
29.05.2004 - Samia Abdeljabar, autista, Al Sabah Al-Jadid
27.05.2004 - Nom inconnu, traduttore
25.05.2004 - Nom inconnu, traduttore
21.05.2004 - Rachid Hamid Wali, assistente cameraman, Al-Jazira
19.04.2004 - Hussein Saleh, autista, Al-Iraquiya TV
26.03.2004 - Omar Hashim Kamal, traduttore, Time
18.03.2004 - Majid Rachid, tecnico, Diyala Television
18.03.2004 - Mohamad Ahmad, agente di sicurezza, Diyala Television
27.01.2004 - Duraid Isa Mohammed, produttore e interprete, CNN
27.01.2004 - Yasser Khatab, autista, CNN
07.07.2003 - Jeremy Little, ingegnere sonoro, NBC
06.04.2003 - Kamaran Abdurazaq Muhamed, traduttore, BBC
22.03.2003 - Hussein Othman, interprete, ITV News
2 DISPERSI:
dal 22.03.2003 - Frédéric Nérac, ITV News
dal 15.08.2004 - Isam Hadi Muhsin Al-Shumary, cameraman, Suedostmedia
E.P.
Liberi tutti
Abdel Salam Al Kubaisi; "Simona Pari e Simona Torretta mi confidarono che si
sentivano sotto pressione da varie parti a Baghdad e che quindi volevano andare
a Falluja"
10 settembre 2004 - "Voglio fare un esempio: le sorelle Simona Pari e Simona Torretta, e il fratello
Raad, pochi giorni prima di essere rapiti, sono venuti qua da me e abbiamo parlato
a lungo. Le due ragazze mi hanno detto che si sentivano sotto pressione da varie
parti a Bagdad. E mi hanno detto di voler andare a Fallujah". Abdel Salam Al Kubaisi,
autorevole membro del consiglio degli Ulema sunniti, ha rilasciato questa criptica
dichiarazione durante un'intervista a uno dei telegiornali della tv satellitare
in lingua araba Al-Jazeera. Stava facendo un esempio di come il Consiglio cerca
di avviare trattative e di lanciare appelli ai rapitori, quando ha cominciato
a parlare delle due Simone. Non si è potuto capire molto di più, perchè la giornalista
ha interrotto il collegamento. La dichiarazione è caduta nel vuoto, ma sembra
per lo meno strano che due cooperanti internazionali chiedano di allontanarsi
dalla capitale Baghdad che, pur con scontri quotidiani, rimane in mano alle forze
della coalizione, per rifugiarsi in una zona in mano alla guerriglia.
"Vogliamo che il governo italiano liberi tutte le donne musulmane prigioniere
nelle carceri degli occupanti croc
iati, criminali e sionisti in Iraq, in cambio di una piccola quantità di informazioni
sui prigionieri italiani. L'Italia ha 24 ore di tempo per soddisfare le nostre
richieste, altrimenti non saprà più nulla della sorte degli ostaggi". Questo il
contenuto del testo di una rivendicazione apparsa in mattinata sul sito internet
www.islamic-minbar.com e firmata da un gruppo che dice di chiamarsi Ansar al-Zawahri.
La data è quella del 10 settembre 2004. Mentre le forze d'intelligence italiane
analizzano la rivendicazione, a Roma per questa sera è prevista una fiaccolata
organizzata dal comitato 'Fermiamo la Guerra' per chiedere il rilascio immediato
di Simona Pari e di Simona Torretta. In mattinata Ghazi al-Yawar, presidente iracheno,
ha incontrato a Roma prima il presidente della repubblica Carlo Azeglio Ciampi
e poi il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. "Il mio governo sta facendo
e farà tutto il possibile per giungere alla liberazione delle due operatrici umanitarie",
ha dichiarato al-Yawar.
"Nonostante una situazione sempre più difficile, la liberazione di Christian
Chesnot e Georges Malbrunot è ancora possibile. Secondo alcune informazioni in
nostro possesso, i due giornalisti sono ancora vivi". Questa la dichiarazione
di Michel Barnier, ministro degli Esteri francese, rilasciata oggi alla stampa
transalpina, che tiene viva la speranza per la sorte di Chesnot e Malbrunot. Speranze
che sono invece andate deluse per Georges Badine, Karim Khoury e la moglie di
quest’ultimo, tre ostaggi libanesi che sono stati ritrovati morti. I due uomini
si occupavano di commercio di alimentari in Iraq. La conferma della loro identità
arriva direttamente dal dal ministero degli Esteri libanese.
Intanto continua la mobilitazione delle comunità musulmane moderate, cominciata
con il rapimento dei due reporter francesi. "L’Unione esprime profondo turbamento
per i recenti avvenimenti", questo il testo dell'appello per il rilascio immediato
delle due volontarie italiane rapite in Iraq lanciato oggi da Mansur Tantush,
presidente dell’ Unione islamica in Occidente (Uio), la più antica organizzazione
musulmana in Europa, fondata nel 1947, "e denuncia con forza la gravità criminale
dei comportamenti posti in essere da chi congiura da più parti per minare le ragioni
e le aspirazioni delle masse ad una pacifica ed armonica convivenza dei popoli.
L'Unione rivolge un vibrato appello al rilascio immediato delle due concittadine
italiane rapite in Iraq, un atto assolutamente contrario al significato dell’Islam,
oltre che alle più elementari regole condivise di umanità e civiltà".
Mentre tutto il mondo resta in trepidante attesa di notizie sulla sorte degli
ostaggi, in Iraq si continua a combattere e a morire. Le Guardie Nazionali Irachene,
uno dei corpi militari addestrati e armati dalla forza di coalizione, nel quartiere
di Kadhimya nella parte settentrionale della capitale, hanno aperto il fuoco su
un gruppo di manifestanti che cantavano slogan in favore dell'ayatollah sciita
Moqtada al-Sadr dopo la preghiera del venerdì. Non sono stati resi noti i motivi
della sparatoria, visto che alcuni testimoni oculari riferiscono che i manifestanti
erano disarmati. Fonti mediche dell'ospedale Naman affermano che due persone sono
morte e altre cinque sono rimaste ferite nello scontro a fuoco.
Ch.E.
Iraq, sempre peggio
E' già stato respinto l'ultimatum lanciato via internet poco fa: "Liberate le
donne musulmane prigioniere", in cambio vi daremo notizie di Simona Torretta e
Simona Pari. Il governo iracheno ha definito la proposta inaccettabile. Sul territorio
la situazione è fuori controllo
A casa
Arriva la rivendicazione dei sequestratori. Il popolo della pace si mobilita
mentre fonti del governo iracheno gettano ombre sulla vicenda
E' questo che volete?
La situazione in Iraq è fuori controllo. Lo è da tempo, ma i fatti di questi
giorni lo stanno rendendo palese a tutti.
C'è la guerra, in quel paese. una guerra che non è finita per le parole scellerate
di un presidente scellerato che si crede imperatore del mondo e che porta guerra
ovunque, volendo farci credere con ogni mezzo che così si possa risolvere qualche
problema: E che la violenza non chiami sempre e comunque nuova violenza. Non c'è
più il tempo, però, e questo è quello che ci raccontano ogni giorno le notizie
che arrivano nella nostra redazione da ogni parte del mondo, per pensare che quello
che accade al di là del nostro naso non ci riguardi.
Ci coinvolge tutti. E in prima persona.
Coinvolge in primo luogo donne, bambini, civili, ad oggi - o meglio al momento
in cui scriviamo, i morti civili in Iraq sono tra gli undicimila settecentonovantatre
(11.793) e i tredicimilaottocentodue (13802).
Coinvolge chi prova a raccontare quello che è davvero la guerra. Coinvolge chi
ai danni della guerra prova a porre rimedio.
Ogni giorno (ogni giorno, ogni volta che vi suona la sveglia, ogni volta che
il vostro orologio fa un giro completo, non ogni anno o ogni mese) sono 547 (cinquecentoquarantasette)
i bambini che muoiono per le guerre. Ma questi dati sono stati raccolti dall'Unicef
prima della tragedia della scuola di Beslan. Ogni giorno, la guerra genera nuova
guerra. Questo, speriamo sia diventato chiaro.
C'è solo da augurarsi una cosa: che i bambini morti in Ossezia, i Baldoni, i
tredicimila morti iracheni, più gli afghani, i ceceni, i curdi, i nepalesi, i
colombiani, i sudanesi, i ruandesi e degli altri trentacinque (35) paesi in cui
c'è la guerra non siano morti invano.
C'è da sperare che tutti noi si capisca nel profondo il loro messaggio: "Noi
siamo la guerra, è questo che volete?"
Maso Notarianni