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Ieri, mentre le tv trasmettevano in diretta il primo comizio a due di Obama
e Biden, tre giovani cameriere di un ristorante nel Texas occidentale continuavano
a chiacchierare del più e del meno. Io ero l’unico cliente, loro non avevano nulla
da fare, il volume era abbassato. Ad alzarlo non ci hanno neanche pensato; a malapena
hanno rivolto uno sguardo annoiato alle immagini. Ho chiesto loro se avrebbero
votato a novembre. “No, non ci occupiamo granché di politica”, hanno risposto
con lo stesso tono di chi rifiuta un piatto che proprio non gli va. “Vivo la mia
vita, non credo che un presidente o un altro possa cambiare granché”, hanno concordato
una dopo l’altra.
L’apatia può portare a discorsi paradossali. Elizabeth, una delle tre cameriere,
mi racconta del suo fidanzato, arruolatosi nella Guardia Nazionale del Texas e
mandato già tre volte in Iraq e Afghanistan. Parla svelta, Elizabeth. E a un certo
punto mi confida che una volta il suo ragazzo, di ritorno dalla guerra, ha avuto
una crisi di pianto. “Mi ha raccontato degli orrori che ha visto: uomini e bambini
uccisi dalle bombe, morti orribili. Ha visto morire sei compagni tra le sue braccia.
Ha dovuto uccidere anche lui. Fa parte del mio lavoro, mi ha detto. Ma era distrutto.
Un ragazzone di 110 chili a piangere a dirotto sulla mia spalla, non è una bella
scena”. Quindi cosa pensi della situazione in Iraq e in Afghanistan, ho chiesto
a Elizabeth. “We must bring the boys home”, dobbiamo riportare i ragazzi a casa,
ha risposto. Le ho fatto notare che su questo, i due candidati hanno proposte
diverse: Obama propone un ritiro graduale dall’Iraq, McCain vuole far rimanere
le truppe finché ce ne sarà bisogno. Elizabeth non lo sapeva. E anche se ora lo
sa, difficilmente andrà a votare per questo. Alessandro Ursic