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Fuggito dal Ciad nel 1990 dopo otto anni di presidenza (o dittatura, secondo
i suoi oppositori), Habré si rifugiò in Senegal, dove ha vissuto fino ad oggi.
Solo nel 2006, a séguito di una domanda di estradizione emessa dalla giustizia
belga, il presidente senegalese Abdoulaye Wade accettò di giudicare Habré, dopo
aver ottenuto un mandato speciale da parte della Ua. Nonostante una apposita modifica
costituzionale (approvata lo scorso mese) che permette al Senegal di giudicare
i crimini contro l'umanità commessi in passato e fuori dai propri confini, le
autorità di Dakar non si sono mai trovate a proprio agio nel gestire la patata
bollente. "Habré ha usato i soldi trafugati dal Tesoro ciadiano per costruirsi
una rete di protezione in Senegal", fa sapere a PeaceReporter Reed Brody, uno degli avvocati delle vittime di Habré. "In alcuni ambienti le
resistenze al processo sono molto forti".
Secondo il ministro della Giustizia, Habré non può essere giudicato all'estero
per crimini per i quali è stato già condannato in patria. Peccato che il processo
terminato venerdì a N'Djamena non abbia nulla a che fare con il passato di Habré.
L'ex-presidente, infatti, sarebbe stato condannato a morte per la sua partecipazione
a un tentativo di rovesciare l'attuale capo di stato Idriss Deby Itno, organizzato
lo scorso febbraio da un gruppo di ribelli, e non per i presunti crimini durante
la sua presidenza. Una contraddizione che il ministero della Giustizia ciadiano
ha sottolineato in una conferenza stampa due giorni fa, e che ha portato a una
parziale retromarcia da parte del Senegal. "Le autorità senegalesi si sono impegnate
a giudicarlo, ma preferiamo non illuderci e seguire la vicenda da vicino, senza
dare nulla per scontato", conclude Brody.Matteo Fagotto