29/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Domani l'Iraq al voto. Oggi sotto le bombe.
  

Le strade di Baghdad sono deserte. E il presidente ad interim Allawi, nominato dalla  amministrazione Usa di cui era stato collaboratore, promette non si sa bene a chi la cattura del fantomatico terrorista giordano al Zarqawi entro poche ore.
 
In tanti dicono di aspettarsi qualche cosa da queste elezioni, ma i più ottimisti tra gli iracheni si aspettano soprattutto una partecipazione al voto bassisima. Il 25-30 per cento con punte al ribasso del 10 per cento nelle zone sunnite, compresa la capitale Baghdad. Certo non un gran risultato. 
 
Monumento e strade deserte a BaghdadSarebbe stato difficile ottenerne di migliori, del resto, in elezioni organizzate direttamente dagli invasori e poi occupanti della coalizione e gestite da un governo provvisorio guidato da un ex collaboratore della Cia che, per l'Agenzia, si occupava di organizzare attentati terroristici.
Oggi gli attentati terroristici sono subiti e non più progettati dal presidente. E sono tanti, e in grado di influenzare pesantemente un risultato elettorale che non si sa come potrà essere certificato e riconosciuto valido dalla comunità internazionale.
E' l'ambascatore svizzero a Baghdad, Martin Aeschbacher, ad esprimere perplessità. "La Svizzera approva le elezioni. Ma considerate le precarie condizioni di sicurezza, non invierà tuttavia in Iraq alcun osservatore elettorale. Degli osservatori internazionali sarebbero certamente i benvenuti, ma né l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) né altre Organizzazioni manderanno uomini in Iraq.
Non va dimenticato - avviunge Aeschbacher - che il voto rappresenta un processo iracheno. Non è organizzato dall’Onu, non ha luogo sotto sorveglianza internazionale".
 
Sparatorie, bombe e autobombe scandiscono il tempo di questa giornata, nonostante le misure di sicurezza e noonostante ancora oggi non si conosca l'ubicazione della maggior parte dei seggi elettorali.
 
  
Domenica, quasi 15 milioni di iracheni saranno chiamati alle urne per eleggere i 257 membri dell’Assemblea Nazionale Provvisoria che redigerà la Costituzione. Verranno anche eletti 18 Consigli Provinciali formati da 44 membri, tranne per Baghdad che ne avrà 55. Gli elettori avranno due schede, i curdi che abitano il nord del Paese invece tre, perché eleggono anche il loro parlamento autonomo.
 
 
Sono le prime elezioni multipartitiche che si tengono dal 1958. La partecipazione emotiva della popolazione alla tornata elettorale è grande (saranno 1135 i candidati degli 8 schieramenti principali per un totale di più di 200 partiti iscritti), almeno tanto quanto la paura di possibili attentati, viste le minacce di al-Zarqawi che ha promesso autobombe e cecchini in tutti i seggi.
Le misure di sicurezza adottate dal premier ad interim Allawi dicono della tensione che accompagnerà gli iracheni nei seggi elettorali. Coprifuoco notturno in quasi tutto il Paese, tre giorni dichiarati festivi per ridurre al minimo la circolazione. E mentre si apriranno i seggi si chiuderà, per paura, l’aeroporto di Baghdad. Scontato il divieto di portare armi personali, meno scontato che i seggi vengano tenuti nascosti fino all’ultimo momento.


soldato usa a baghdad
L’Iraq è diviso in tre gruppi principali: i curdi al nord, i sunniti al centro e gli sciiti al sud.
Curdi e sciiti, rappresentando la maggioranza assoluta della popolazione irachena, sanno bene che un voto regolare li premierebbe assegnando loro la maggioranza. Appoggiarono anche l’operazione Desert storm del 1991, ma in seguito sono stati lasciati in balia della vendetta del deposto dittatore che ne massacrò migliaia.
I sunniti, pur essendo una minoranza, hanno tenuto il potere per anni in Iraq con Saddam, e oggi si ritrovano a temere la rivalsa di chi, in passato, è stato oppresso. Gli sciiti sono il gruppo che dovrebbe ottenere il maggior numero di seggi.
L’Iraq è assieme all’Iran l’unico Paese musulmano dove gli sciiti sono la maggioranza. I Paesi arabi vicini, sunniti, non vedrebbero di buon occhio un altro regime sciita nell’area mediorientale. Neppure gli Stati Uniti, che nei sunniti hanno sempre trovato buoni alleati, anche in Saddam quando combatteva l’Iran e nei talebani quando combattevano i sovietici, vedrebbero bene un asse Teheran-Baghdad.
 
 
Eppure, per ottenere ordine al sud è stato fondamentale l’appoggio del capo religioso sciita, l’ayatollah al-Sistani, che ha potuto tenere a bada gli estremisti come il giovane Moqtada al-Sadr.
il voto in iraq serva a eleggere l'assemblea nazionale, incaricata poi di redigere la costituzioneIl nord è la parte più tranquilla del Paese con i curdi che dominano la zona e garantiscono la calma. Ma tanti, tra quelli che dall’inizio sono stati gli alleati più affidabili per gli Usa, vogliono adesso passare dall’autonomia all’indipendenza. Una soluzione che terrorizza Turchia, Siria e Iran, i paesi vicini con minoranze curde molto attive che potrebbero farsi affascinare da un progetto indipendentista. Poi ci sono le città come Mosul e Kirkuk che hanno una popolazione mista, e che galleggiano su milioni di barili di petrolio su cui tutti vorrebbero mettere le mani.Le elezioni in Iraq sono molto criticate, anche lì, e non solo da chi usa le bombe. Ma non si possono certo definire elezioni farsa come quelle che ci sono state in Afghanistan, dove il presidente Karzai è conosciuto come “il sindaco di Kabul”, essendo la capitale l’unica zona del paese sotto il suo controllo.
Le elezioni di domenica sono parte di un gran groviglio, che strumenti rozzi come le armi non possono certo sciogliere ma che nemmeno votazioni imposte con le armi e gestite con e nel terrore sapranno sbrogliare.

Maso Notarianni

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