Il telefono squilla. "Abbiamo trovato i biglietti", mi dice la voce all'altro capo del telefono.
Abito a un chilometro dallo stadio. Indosso una maglietta e comincio a correre
per la strada. Come un folle. Al match mancano solo pochi minuti. Ma io sono pronto.
Arrivo con il fiatone.
Ma finalmente ci sono. Per la prima volta metto piede in un impianto delle Olimpiadi per una gara.
La mia prima volta. Sono emozionato. Ci disponiamo a sedere tutti assieme. Siamo
una decina e la partita sta per cominciare. Siamo pronti a tifare. Stiamo vedendo
l'Italia. Per una mezza volta siamo orgogliosi.
Nello stadio parte qualche coro. Un po-po-po-po. Un I-ta-lia. Nulla più. Il risultato è sempre sullo 0-0. Intorno
al quarto d'ora accade qualcosa di sconvolgente. Non in campo ma ovviamente sugli
spalti. Cattura la nostra attenzione distogliendoci dalle azioni giocate. Distogliendoci
dal resto. Dalle maglie che si inseguono.
Uno dei volontari delle Olimpiadi è lì, di fronte a noi. Di fronte al nostro settore. Ha un piccolo microfono, e un piccolissimo amplificatore.
Ci si para dinanzi e annuncia il suo verbo a tutti noi.
E' un ragazzo sui vent'anni che, gratuitamente e in quel modo, ha deciso di prestare i suoi servigi alle
Olimpiadi e al Paese. In tutta la città ed in tutti gli stadi ve ne sono decine
di migliaia. Come i suoi colleghi, maschi e femmine, indossa una polo azzurra
con su scritto "Beijing 2008 Volunteer". Come tutti i suoi colleghi è stato scelto
perchè biascica qualche parola di inglese.
Non sta dando comunicazioni di servizio. Sta facendo tutt'altro. Ha una voce decisa. Lo vuole fare bene. Lo stadio,
anche a causa del risultato, sembra un po' smorto. I cori di una decina di italiani
non possono sentirsi in uno stadio da cinquantamila persone.
C'è bisogno di caos, confusione. Ma su tutto c'è bisogno di tifo e di urla. Insomma c'è bisogno di far sentire
la voce del pubblico. Lui ciancica qualcosa nel suo microfono. Le decine di cinesi
presenti, quelli che sono riusciti a sentire cosa diceva, partono come un sol
uomo.
Urlano a tempo l'incitamento che il ragazzo grida. E agitano le mani. Sempre a tempo. Il motivatore abilmente
cambia settore e ricomincia con la stessa solfa. E tutti lo seguono. In pochi
minuti la curva alla nostra destra (la sud?) sta cantando come da comando. E sta
facendo sapere al mondo, collegato a migliaia di chilometri di distanza, che il
pubblico cinese c'è ed è vivo.
Il motivatore del pubblico allora si prende una pausa. Si rilassa e si gode ciò che ha creato. Cosciente che dall'altro lato dello
stadio qualcuno farà la stessa cosa o farà partire una ola. Insomma alle volte,
anche quando la partita è noiosa, bisogna tifare a comando.