Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
Dalla collina di Gisozi la vista su Kigali è magnifica. Il cielo ti sembra di
toccarlo. In Africa, soprattutto sulla linea dell’equatore è così. Ma qui è diverso:
il cielo incontra davvero la terra e tocca le persone... Eppure è questo il luogo
in cui è concentrato tutto l’orrore del Ruanda. Qui è concentrata una storia di
pochi mesi che ha sostituito la notorietà dei suoi meravigliosi gorilla, dei maestosi
monti Virunga, delle celeberrime “Mille colline” con una sola, terribile parola:
genocidio. Qui, sulla collina di Gisozi, sorgono gli edifici del Memorial of
Genocide. Entri e d’improvviso ti accorgi di come sia strano che i pensieri possano
correre ed essere fermi nello stesso tempo. Entri, e il tuo tempo si ferma. Come
quello bloccato da colpi di machete o bastoni. E’ noto: in circa 100 giorni furono
oltre 800mila le persone uccise in maniera barbara, orrenda. Si trattava di Tutsi,
e Hutu moderati.

In un’orgia di orrore e sangue che ancora oggi, dopo quattordici anni, non ha
risposte. Certo ci sono le risposte politiche, razionali, terribilmente logiche
(conquista del potere, eliminazione degli avversari, fino al tentativo di cancellare
una etnia 'scomoda' e 'odiata') che in tanti hanno analizzato. Ne sono venute
fuori pubblicazioni, interviste, film e relazioni ufficiali. Ma quelli che sono
qui, le persone con cui abbiamo cercato di ricostruire un filo, quelle risposte
non ce le hanno. E in realtà non sai davvero perché è accaduto", ci dice chi ha
acconsentito ad accompagnarci nonostante questo posto rappresenti per lei un luogo
di dolore troppo grande anche per essere espresso. "Quello che sai è che il futuro
qui è un'ipoteca e non puoi fare progetti. Se non comprendi davvero il perché
sia accaduto, non sai come puoi prevenire che accada di nuovo. Quello che voglio
dire è che non sono le ragioni politiche che vanno analizzate, ma il perché si
può arrivare a un livello così estremo di barbarie". La ricerca del perché …
Ma come si possono trovare perché quando se provi a interrogare, cercare, capire,
la prima raccomandazione è: per favore non fare riferimento a Tutsi e Hutu, non
chiedere mai se apparteniamo all’una o all’altra etnia. Sì, formalmente questa
distinzione non esiste più, ma è solo all’indomani del genocidio che venne abolito
l’obbligo di indicare l’appartenenza etnica sui documenti d’identità. Pratica
introdotta dal sistema coloniale belga e di cui si avvantaggiarono i carnefici
per identificare le vittime in caso di dubbio. In Ruanda, quindi, è impossibile
chiedere. Eppure puoi capire chi è la persona che ti sta di fronte ascoltando
ciò che dice (sempre che accetti di parlare). A volte comprendi in fretta dai
riferimenti espliciti, altre volte devi cogliere dalle sfumature, dalle frasi
dette a metà, dai silenzi …

Qui, dopo quattordici anni, nulla è placato. Né il ricordo, né il dolore. Neanche
il rancore e il desiderio di rivalsa. Ma le cose non si dicono e, come ci avverte
una insegnante italiana in servizio da anni a Kigali per una diocesi locale, "sarà
difficile trovare un Hutu che lamenta apertamente di sentirsi oggi una minoranza
controllata a vista ed esclusa dalla vita sociale". Come è difficile trovare qualcuno
in grado di confermare voci di sparizioni di gente comune di cui all’improvviso
non si sa più nulla. Semplicemente la sera non torna più a casa. Leggenda, discredito
o verità, poco importa. I ruandesi hanno capito semplicemente una cosa, che "la
cronaca di una morte annunciata, come è stato il genocidio, può diventare realtà
all’improvviso e dopo tanto tempo stai ancora a domandarti come sia stato possibile".
Così la nostra accompagnatrice sintetizza un percorso di riflessione che non ha
ancora trovato fine. Non si parla di quelle della giustizia, delle commissioni
di inchiesta e dei tribunali, ma delle persone che si interrogano sulla ferocia
dell'uomo e basta, che continuano a convivere con il vicino che ha massacrato
i figli o i genitori, che avevano amici che gli sono entrati in casa per metterla
a fuoco.
Ci guardiamo intorno e ci accorgiamo che ci sono soprattutto giovani. Sono in
gruppo, si muovono con scuole, associazioni, parrocchie e, dopo aver salito a
piedi la collina che porta al Memorial agitando striscioni, si aggirano silenziosi
in queste stanze che ripercorrono i giorni dell’inferno. Qualche ragazza piange,
vorresti evitare di guardare, ma ti accorgi che invece c’è qualcuno che guarda
te e ti fa sentire uno spettatore alieno che osserva ma non comprende. Ma neanche
loro capiscono...

Il Memorial è costruito su uno spazio dove sono state seppellite 250mila persone,
all'interno l'ossario (una grande stanza buia) toglie il respiro. Non riesci a
guardare a lungo, ma riesci a guardare meno le migliaia di sguardi delle foto
che ricoprono un'intera stanza del Memorial. Chi ci viene, ancora oggi riconosce
parenti, amici, conoscenti. In tanti ci sono venuti cercando qualcuno che non
ha mai più rivisto. La stanza riservata al ricordo dei bambini ha un titolo, 'Tomorrow
lost', e poi ha i volti (qualche volta si tratta dell’unica fotografia di bambini
di pochi mesi o pochi anni) e le parole, le ultime pronunciate prima di essere
massacrati. C’è voluto un bel po’ di lavoro per questa ricostruzione, la ricerca
dei testimoni non è stata certo semplice, molti di questi bambini sono morti tra
le braccia dei genitori, che poi sono stati uccisi. Ma quello che ne viene fuori
è l’orrore più grande contenuto in questo luogo. Infine, c’è la storia, anzi le
storie. C’è il racconto di questo genocidio, cominciato ufficialmente il 7 aprile
1994, attuato sotto gli occhi della comunità internazionale e fermato poco più
di tre mesi dopo, solo quando le forze del Fronte Patriottico Rwandese (Rpf) presero
il controllo del Paese lasciandosi a loro volta alle spalle esecuzioni sommarie,
violenze, vendette. Ci sono i nomi e cognomi delle persone coinvolte, dei governi
europei compromessi, dei carnefici, dei leader sotto accusa per genocidio: pochi
condannati, molti ancora in attesa del processo, alcuni ricercati. Ma ci sono
anche le storie di altri genocidi, lunghe pagine che, anche in questo caso, non
hanno trovato risposte, qualche volta neanche quelle dei tribunali e della giustizia.
Quello degli ebrei, degli armeni, dei kosovari, dei cambogiani …
I ragazzi del luogo con cui condividiamo silenziosamente questa esperienza, fianco
a fianco senza conoscerci, si fermano nella stanza dove è allestito un grande
schermo che trasmette le testimonianze di alcuni sopravvissuti. Sono storie di
violenze bestiali, ma sono storie vere. Ci domandiamo cosa ne pensano questi giovani
che all’epoca erano solo dei bambini o appena adolescenti, e che cosa ricordano.
In molti, la maggior parte, non vuole parlare, ma quando usciamo da questo contesto
di dolore e andiamo a trovare qualcuno di loro nel posto dove vive, allora l’atmosfera
è diversa, appena più rilassata e disposta al dialogo.

Maurice aveva 15 anni nel ’94, i genitori sono stati massacrati dai vicini "gli
stessi vicini che poi quando le cose sono cambiate si sono offerti di dare una
mano a me e ai miei due fratelli", ricorda. Loro erano a casa, nel distretto di
Ruhango, e chissà come intuirono che era meglio fuggire. Quando l’ondata di violenza
si placò tornarono. Lì nella stessa casa, accanto agli stessi vicini. Del resto
non avrebbero saputo dove altro andare. "Sapevamo che i nostri vicini avevano
ucciso i nostri genitori - dice Maurice - ma se avessimo rifiutato il loro aiuto
cosa sarebbe accaduto?" Alla domanda "perché" lui non sa cosa rispondere, ma riflette:
"Io non so cosa c’era nella testa delle persone in quei giorni ma quello di cui
sono sicuro è che ognuno di noi ha un valore. I giovani, soprattutto, devono crederci
se vogliamo evitare che cose del genere accadano ancora". Marcel, che all’epoca
aveva 8 anni dice: "Io non voglio che si dimentichi quello che è accaduto, a scuola,
soprattutto nei primi tempi, si formavano dei gruppi e se ne parlava, anche se
non era facile. Oggi credo che i giovani siano più consapevoli, il pericolo di
separazione viene dagli adulti". Jeanne fa fatica a parlare, dopo un po’ che siamo
insieme, si alza e si allontana per piangere da sola. Nessuno dei ragazzi si alza
per seguirla, la lasciano andare. Poi, dopo qualche minuto, ritorna. I
genocidiares le hanno massacrato la madre, lei ne ebbe conferma solo dopo due anni, quando
un conoscente le disse in quale fossa comune era stata sepolta. Per tanto tempo
non ha saputo cosa pensare. Jeanne aveva 15 anni, con l’aiuto della nonna e dell’assistenza
umanitaria è riuscita a studiare sociologia. "Ci hanno braccati come fossimo
animali - racconta - tutto era bestiale in quei mesi, non c’era nulla di umano.
Quando sono tornata a scuola non facevo altro che pensare: forse il genitore di
questa mia compagna o di quel compagno sono gli assassini di mia madre. Come posso
parlare con loro?" Anche Jean Claude, che oggi fa l’assistente sociale, aveva
8 anni all’epoca del genocidio. Suo padre era nel Fronte Patriottico Rwandese.
Di quei giorni ricorda "bambini che uccidevano bambini e non capivi perché". Lui
veniva dal Burundi dove viveva, già ad 8 anni, la vita del rifugiato, vittima
di un altro conflitto. "Ma sarebbe stato meglio tornare lì - dice - qui in quei
giorni sembravano tutti impazziti".