Indigeni: una settimana di protesta per difendere l'Amazzonia dalle compagnie petrolifere
scritto per noi da
Viola Conti
Una settimana di protesta. I sessantacinque popoli indigeni dell’Amazzonia peruviana,
in lotta contro i soprusi delle compagnie petrolifere che, complice il governo,
minacciano da decenni la loro libertà, incolumità e diritto alla terra, sono reduci
da sette giorni di sommossa, culminati sabato con l’assalto a un ponte strategico.
Sul piede di battaglia. In tremila, con le facce tradizionalmente dipinte in segno di guerra, hanno
bloccato il collegamento fra la regione nord-andina di Cajamarca e, appunto, l’area
amazzonica, creando il caos. Un gesto dimostrativo dopo la rottura, venerdì, del
dialogo con il ministro dell’Ambiente Antonio Brack, incapace di trovare soluzioni
all’annoso problema: difendere queste popolazioni dai soprusi delle multinazionali
del petrolio, che straziano ettari ed ettari di preziosa terra vergine per estrarre
l’oro nero, adesso più che mai risorsa ambita e ricercata.
"Egoisti". Immediata la reazione del governo, che, invece di riaprire un altro canale
di dialogo con gli indios, ha deciso, durante una riunione urgente della Presidenza
del consiglio dei ministri, di inviare le forze di sicurezza affinché convincessero
i nativi a “lasciar perdere la loro posizione violenta”, specificando che un dialogo
riprenderà solo quando arriverà una tregua dai dirigenti indigeni.
Solidarietà. Ma la situazione è complessa. Questa settimana di proteste ha visto sorgere
focolai di solidarietà in molti angoli del paese: dal nordest al sudest, diverse
manifestazioni sono andate crescendo stimolate da quanto accadeva in Amazzonia.
Quattromila indigeni Awajum e Wampis, con arco e frecce, sono insorti a Imaza,
nordest, tenendo in ostaggio una ventina di poliziotti per ore. Una notizia data
dal quotidiano peruviano
La Republica e negata dal ministro dell’Interno che ha annunciato: “Tutto è sotto controllo”.
Eppure, proprio a Imaza le installazioni statali petrolifere della Petroperù sono
occupate da giorni, con pesanti conseguenze nel funzionamento dell’oleodotto che
trasporta il greggio alle raffinerie della costa.
"Scontro culturale". “Si tratta di un problema culturale – ha dichiarato con insistenza il ministro
dell’Ambiente – Il dialogo deve essere di alto livello”, ha ammesso, precisando
di non poter risolvere personalmente la questione dato che i dirigenti indios
si considerano “dei” e quindi accetteranno di parlare in modo costruttivo soltanto
con il presidente della repubblica Alan Garcia. Nessun intermediario sarà preso
in considerazione, come i recenti fatti dimostrano. “I nativi non capiscono –
ha ribadito Brack – che il sottosuolo è di proprietà di tutti i peruviani e insistono
che il suolo è loro”, ha aggiunto. E viste le due posizioni, non si può che assecondare
questa considerazione: si tratta esattamente di scontro culturale, dato che il
governo peruviano ha fatto ben poco per instaurare una convivenza costruttiva
con tribù che vivono queste terre da sempre e che da secoli hanno subito una pesante
colonizzazione senza se e senza ma. Per avere cosa in cambio? Morte e distruzione.
Questa gente considera il tanto agognato petrolio ninfa vitale della terra, un’Amazzonia
che loro venerano e rispettano e che vedono soffrire e venir meno ogni ora che
passa. Per questo lottano, come possono, con armi e frecce. E il ministro dell’Ambiente,
che dovrebbe pensarla in maniera similare quantomeno a chi vuol difendere il polmone
del mondo, come reagisce? Definendoli egoisti e poco lungimiranti. Non c’è che
dire: è proprio una questione di scontro culturale!
"L'Amazzonia muore". Eppure le voci che appoggiano la posizione di questi nativi “egoisti” sono tante
e non provengono solo dall’opposizione politica a Garcia, che potrebbe essere
tacciata di opportunismo e liquidata sotto l’etichetta di “strumentalizzazione
politica”. Gli studi scientifici sullo stato della foresta amazzonica danno loro
completamente ragione. Uno recente, l’ennesimo, pubblicato negli Stati Uniti ed
eseguito da due Onlus dell’Università di Duke, mette in guardia che i progetti
di esplorazione petrolifera e di gas naturale nella regione occidentale del bacino
amazzonico si sono convertiti in una minaccia per la biodiversità e per i popoli
indigeni dell’intera America Latina. La miopia, dunque, da che parte sta?