Una mobilitazione di massa che non si ricorda dai tempi di Mao. Ma per i pechinesi di oggi è "troppo fastidio"
Mi ricordo di un giorno, sul metrò all'ora di punta, accadde che un ragazzo pestò per errore il piede a una signora di mezza età.
“Stai attento, imbecille!” lo apostrofò la signora, in modo che tutto il vagone
sentisse “Non sai proprio come comportarti. E proprio ora, con le Olimpiadi alle
porte! Ma non ti vergogni?”
Le Olimpiadi a Pechino sono state precedute da una campagna mediatica motivazionale di quelle che non
si erano viste dai tempi di Mao.
Praticamente chiunque in Cina, e specialmente a Pechino, ne è stato coinvolto:
cartelloni pubblicitari di Stato che enunciavano fieri vari slogan, in particolare
il mantra “One World One Dream” e “Pechino vi da' il benvenuto”; pubblicità a
tappeto di qualunque prodotto con immagini di sportivi e consumatori pervasi dallo
spirito olimpico; attività di gruppo, dalle sedi di partito ai comitati di quartiere
alle aziende grandi e piccole, persino negozi, grandi magazzini, condomini, ovunque
è stato un fiorire di mini-campagne per imparare l'inglese, per assimilare “i
principi olimpici”, per abbellire la città, per educare i cittadini al benvenuto.
Poi le grandi campagne nazionali: quella dell'11 di ogni mese per imparare a rispettare le file; quella per non
sputare; quella per tenere la città pulita, con tanto di fascicoli e opuscoli
distribuiti ai gruppi più strategici per l'educazione del popolo, vale a dire
mogli e mamme.
Quindi le campagne volte alle aziende: quella delle “Olimpiadi Verdi” per passare
a processi produttivi meno inquinanti, quella delle vacanze olimpiche che concede
agli impiegati orari flessibili per evitare la congestione dei trasporti pubblici,
quella che suggerisce addirittura di chiudere l'azienda per qualche giorno.
Le campagne per il traffico (targhe alterne per 60 giorni, niente mezzi pesanti
sulle strade per tutto il periodo olimpico), quelle per la sicurezza (censimento
dei residenti e controllo a tappeto dei documenti, con blocchi stradali dei volontari
di quartiere e blitz della polizia all'alba o a notte fonda in casa degli stranieri
per chiedere se hanno il visto in regola).
Si potrebbe andare avanti quasi all'infinito.
Il succo è che le Olimpiadi sono diventate, per i pechinesi, un'ossessione da non dormire la notte, un carico di responsabilità che ha cambiato la vita
a tutti, una pressione sociale quasi insopportabile.
E guai a lamentarsi: qualunque commento deve essere positivo, o si corre il rischio
di essere accusati di sabotare lo “spirito olimpico”.
Il risultato è che, oltre a diventare il principale argomento di qualunque conversazione,
le Olimpiadi sono diventate anche il motore primo della città: adesso, a parlare
con i pechinesi, sembra che tutto dipenda e accada in funzione dei Giochi.
E' pieno di taxi? Naturalmente il governo ha aumentato il numero di macchine a disposizione dei
visitatori. Non si trova un taxi? Chissà quanti turisti stanno arrivando. Internet
è rallentato? Certamente sarà per le Olimpiadi, tutti si staranno connettendo,
e chissà quanti controlli sta facendo l'autorità per fermare i terroristi. Internet
è rapidissimo? Si vede che hanno installato infrastrutture olimpiche, del resto
non è pensabile che ora a Pechino la rete funzioni male. Il prezzo della carne
di maiale è salito alle stelle? Con tutta la richiesta delle Olimpiadi è normale
che il prezzo degli alimentari aumenti. La gente regala prosciutti per strada?
Con le opportunità che ci sono, tantissimi imprenditori sono entrati sul mercato
e ora si fanno concorrenza spietata.
In sostanza, qualunque anomalia nell'economia, nei trasporti, nelle comunicazioni
è attribuito ai Giochi.
Fin qui uno potrebbe anche crederci, ma l'ossessione va oltre: c'è il sole? Certo, il governo controlla il tempo
per avere bel tempo durante le gare. Piove? Stanno facendo piovere per pulire
l'aria e abbassare lo smog. C'è nebbia, non si respira per lo smog e c'è un'afa
micidiale? Vedrai che tra poco fanno piovere. Un passante vi sorride, salutandovi
in modo gentile? Certo, ora tutti seguono i dettami dello spirito olimpico. Un
passante vi supera e vi tira una gomitata? Con tutti i cambiamenti che portano
le Olimpiadi chi è che non è nervoso?
La paranoia è generale, la nevrosi di gruppo ha il sopravvento e, a stare qui, uno davvero comincia
a crederci: che in fondo la storia di Pechino, dalla sua fondazione a oggi, sia
stato un processo esclusivamente volto ad ospitare i Giochi del 2008, e che dopo
le Olimpiadi forse la città avrà perso la sua funzione d'essere. Qualcuno già,
sui giornali, è arrivato a definire le Olimpiadi come uno degli eventi principali
in 6.000 anni di storia cinese.
Il futuro, una grande zona d'ombra: ognuno è talmente concentrato su queste tre settimane d'agosto che non riesce
a pensare al dopo. Se lo chiedi, quasi tutti scuotono la testa.
Tranne qualcuno, quelli meno influenzabili che, sottovoce, confidano: “Tutto
tornerà come prima”. C'è talvolta dell'amarezza, in questa confessione, per tutti
gli sforzi fatti che, tutto sommato, si esauriranno così presto, e la città tornerà
ad essere sporca, invasa dal traffico, caotica e ignorante delle lingue straniere.
Ma più spesso c'è una punta di soddisfazione: liberata dalla tirannide dei Giochi,
Pechino sarà di nuovo libera e i suoi abitanti torneranno al tran-tran quotidiano,
senza che le loro vite siano scombussolate da eventi di portata globale. Ed è
in fondo nelle pigre e serene abitudini millenarie, nell'accettazione che nulla
è perfetto ma molte cose sono rese uniche dai loro difetti, nella consapevolezza
di essere la capitale della Cina e di non dover dimostrare nulla al mondo esterno,
che sta la particolarità del carattere pechinese.
Se andate per la strada e proponete a un pechinese medio – un tassista, un ambulante, un ristoratore
o commesso – un cambiamento di vita, una qualsiasi pratica che vada a intaccare
la loro quotidianità, il loro modo di affrontare le cose, la risposta sarà univoca:
“Tai mafan”, “troppo fastidio”, “una scocciatura non necessaria”.
Non è difficile comprendere che tutta la positività senza compromessi dei pechinesi, che vivono i Giochi
sulla propria pelle, non sia altro che conformismo, da sempre l'arte della sopravvivenza
in Cina. Nel loro cuore, il giudizio sulla Nuova Pechino tanto sbandierata dai
media, è univoco: “Tai mafan”.