Dal nostro inviato
Enrico Piovesana

Viso rubicondo e sorridente, occhi buoni e sinceri. Amante della
puntualità e delle buone maniere. Il generale Jovan Divjak,
sessantotto anni, serbo di origine ma bosniaco per scelta,
rappresenta una bella pagina di umanità nella tragica storia
di Sarajevo.
Tra le decine di soprammobili che
riempiono il suo ufficio, sulle colline a sud della città, c’è
un piccolo busto del maresciallo Tito, leader comunista dell’ex
Jugoslavia che qui molti ancora rimpiangono.
“Da giovane – racconta Divjak –
servivo nella guardia presidenziale. Avevamo il compito di garantire
la sicurezza di Tito. Ricordo quegli anni con grande nostalgia. E non
sono certo l’unico. Non solo perché lo Stato garantiva
lavoro e ottimi servizi sociali a tutti, ma soprattutto perché
lui aveva capito che il nazionalismo rappresentava una mortale
minaccia per la Jugoslavia, e riuscì a tenerlo sotto
controllo”.
“Nel 1967 fui trasferito da Belgrado
a Sarajevo e da allora sono sempre vissuto qui. Questa divenne la mia
città, e le mie origini serbe non mi impedirono di stringere
molte belle amicizie con la gente di qui. Nel 1984, Tito era morto da
quattro anni, mi fu affidato il comando della Difesa civile della
Bosnia-Herzegovina, una sorta di protezione civile regionale che
esisteva a quell’epoca”.
“Era ancora il 1989 quando sentii
Milosevič che parlava di ‘Grande Serbia’, minacciando guerra a
croati cattolici e bosniaci musulmani nel caso in cui ai serbi
ortodossi non fosse stato riconosciuto il possesso di tutti quei
territori della federazione jugoslava che nei secoli passati erano
state terre serbe. Le sue parole mi spaventarono ma non immaginavo quello
che sarebbe stato capace di fare”.
La guerra. “Nel 1992 l’esercito jugoslavo,
trasformatosi in esercito serbo, aggredì la Bosnia e Sarajevo.
Non potevo crederci! Ma non ebbi alcuna esitazione nello scegliere da
che parte stare. Nonostante le mie origini serbe e il mio dovere di
fedeltà verso il governo di Belgrado, rifiutai di combattere
per Milosevič e Karadzič e decisi di rimanere nella Sarajevo
assediata a difendere i miei amici. Mi venne offerto il ruolo di
vicecomandante dello stato maggiore multietnico che guidava la
resistenza. Accettai con orgoglio”.
“I serbi mi accusarono di tradimento
e per questo ancora oggi non posso andare in Serbia. Ma io non mi
sento un traditore: lo sarei stato se in quella situazione avessi
abbandonato i miei amici e la mia città. I serbi di Bosnia mi
bollarono come un criminale di guerra e con questa accusa sono
attualmente ricercato nella Repubblica Srpska”.
“Vidi cose orrende durante la guerra.
Vidi morire tanti bambini e soprattutto ne vidi molti altri diventare
orfani. Nel 1994, ancora in pieno assedio serbo, decisi di creare
un’associazione che si prendesse cura dei piccoli che avevano perso
i genitori e che non avevano più nessuno che si occupasse di
loro, della loro educazione, del loro futuro. La chiamai
‘L’educazione costruisce la Bosnia-Herzegovina’ ”.
Il nostro futuro. “In questi undici anni, grazie alle
donazioni che abbiamo raccolto con concerti, mostre e aste di
beneficenza, abbiamo distribuito un milione e mezzo di euro in borse
di studio, con le quali abbiamo garantito un’istruzione completa,
fino a livello universitario, a 1.400 orfani, senza distinzione di
etnia o religione. Attualmente ne stiamo seguendo duecento. Oltre a
pagare gli studi agli orfani organizziamo per loro corsi integrativi
di educazione ecologica e sessuale, laboratori creativi e vacanze
all’estero”.
“Le autorità governative
bosniache ci danno una mano, ma non è su di loro che contiamo
per andare avanti. Il futuro della Bosnia e di tutta l’ex-Jugoslavia
non è nelle mani dei politici, ancora imbevuti di
nazionalismo, né tanto meno in quelle della comunità
internazionale, che continua a fare gli stessi errori che ha fatto in
passato. Il nostro avvenire è solo nelle nostre mani, nelle
mani della società civile che deve rimboccarsi le maniche e
lavorare per educare le prossime generazioni e per far crescere una
cultura di pace e di convivenza che non guardi più al passato,
ma al presente e al futuro”.