Il quartiere nei pressi di Lujiabang Road, sotto al ponte di Nanpu, è uno degli ultimi scrigni della vecchia Shanghai.
Questa zona è nota agli stranieri ("laowai") residenti e/o di passaggio a Shanghai
come quella del taylor market, il mercato dei sarti, un palazzo di tre piani che
ospita centinaia di piccoli negozi di sartoria che per prezzi infimi confezionano
in 3 giorni qualunque tipo di capo: giacche, camicie, pantaloni, abiti in pelle,
seta, lenzuola, pigiami, etc.
In realtà, sono sicuro che pochi dei laowai che affollano il taylor market si siano mai avventurati nei vicoletti che lo
circondano, viuzze di catapecchie a due piani, umide e sozze; anfratti dove modernità
e comfort sono due concetti che restano confinati all’orizzonte, nelle sagome
dei grattacieli che si stagliano sullo sfondo del cielo di Shanghai.
Viuzze dove la vita si svolge in strada, in perfetto stile asiatico: in strada
si mangia, ci si lava, si parla con i vicini, si dorme su una sedia-sdraio nelle
torride notti di Shanghai.
Due anni fa, in strada, in queste strade, ho assistito a molte delle partite della coppa del mondo in Germania.
Per strada, naturalmente, si può quindi anche guardare l’Olimpiade.
La notte è buia, la strada è poco illuminata. Ma la vita pulsa.
Negozietti di sartoria, fruttivendoli, chioschi ambulanti che cucinano spaghetti
fritti o riso saltato, parrucchieri, edicole di giornali, l’attività freme fino
a tardi in questa parte di mondo che non conosce orari né giorni di riposo.
Naturalmente in ogni negozio (compresa l’edicola dei giornali!) campeggia una
televisione e, ovviamente, il canale scelto è quello olimpico.
Cammino per la strada. Arrivo ad un chiosco che vende fritture varie; è piu affollato
di altri. Ha una televisione appoggiata su un tavolino di legno sghangherato.
Intorno, una ventina di uomini sudati e a torso nudo assiste al match Cina – Polonia di pallavolo femminile. Sono certamente muratori
dell’adiacente cantiere, uno di quelli che sta progressivamente sventrando gli
isolati di vecchie casette decrepite per far spazio a compounds megagalattici
che ospiteranno espatriati europei, americani, giapponesi o taiwanesi ovvero superstars
locali.
Mi prendo una birra e cerco di osservare il match senza dare troppo nell’occhio, non voglio rubare la scena alle olimpiadi. Ovviamente,
ogni mio tentativo è vano.
Dopo 5-10 minuti di schiacciate e spettacolari azioni difensive da parte delle
agguerrite cinesi e delle avvenenti polacche, mi rendo conto che metà degli occhi
sono puntati su di me.
Italiano nei vicoletti di Shanghai, sono doppiamente straniero.
Parlo un po’ con loro, sono contadini della provincia di Anhui, una zona poverissima, anzi, forse il superlativo “poverrima” (se esistesse)
renderebbe meglio l’idea.
Contadini che, come molti altri, da anni sono emigrati a Shanghai per costruire
lo sfarzo, la modernità, la grandiosità della Testa del Dragone.
Una volta erano pagati una miseria, vivono in cantiere nei dormitori ivi allestiti.
E la sera, appunto, birra e Olimpiadi.
Assistono al match con attenzione e in silenzio. Niente grida né enfasi, ma attenzione
quasi come fossero loro in prima linea contro le polacche. Forse, nei loro sogni,
lo sono.
“Di dove sei? Dove hai studiato il cinese?”
“Italiano, ma vivo a Shanghai da tre anni. Qui ho imparato il cinese”.
“Italiano? Noi siamo molto piu forti di voi a ping pong!”
Esplosione di risate da parte dei presenti, me compreso.
“Certo – faccio io – ma noi siamo molto meglio nel calcio!”
Altra esplosione di risate, mie e di tutti i presenti. Giro di gan bei (brindisi)
con le birre ghiacciate a 0,1 euro.
Allora mi avvicina un signore. L’unico non a torso nudo del “locale”, in pigiama si gode lo spettacolo olimpico
sdraiato sulla sua sedia in mezzo alla strada.
“Vivi qui vicino?”.
“No – dico io – vivo nel quartiere di Jing An, circa 4 kilometri da qui”.
“Ah! Vuoi che ti racconti un po' di storie di questo quartiere?”.
“Certo! Prego, son tutt’orecchi”.
“Allora, questa casa qui, la vedi? – dice indicando un palazzo di due piani, i cui fregi alle finestre denotano
un passato sicuramente più glorioso che il suo modesto presente – qui da giovane
abitò Chiang Kai-Shek. Era allora un giovane squattrinato, viveva da solo in una
stanza in fondo al cortile. Sbarcava il lunario come impiegato in un’agenzia commerciale.
Nessuno avrebbe immagniato che poi sarebbe diventato chi è diventato. Un bel giorno
partì, fece studi ed esperienze all’estero, e si motivò alla politica per diventare
poi il capo del Guo Min Dang.”
“Incredibile. Ma lei lo ha conosciuto? O visto?”
“Ragazzo – ride – non sono cosi vecchio! Cosa credi? Senti piuttosto quest’altra
storia.
Guarda lì di fronte, nelle casupole dietro quel vespasiano”, e indica delle catapecchie
ormai disabitate e col tetto sfondato.
“Quando ero bambino mi ricordo che ho conosciuto un uomo che viveva lì. Era conosciutissimo
in tutta la via, era un maestro di Kung Fu, uno dei migliori di tutta la Cina!
Ogni giorno si allenava in casa e in strada, sbarcava il lunario come maestro.
A volte da questo marciapiede, come una rana, volava fino al balcone del primo
piano di casa sua. Tutti stavamo a guardarlo a bocca aperta".
"Una volta da bambino sono caduto per terra e mi sono lussato la spalla. Mia mamma mi portò da lui che, con un colpo secco, mi ha aggiustato l’articolazione
e da allora non ho più avuto problemi.
Poi arrivarono gli anni 60 e 70 e la rivoluzione culturale. Quelli come lui,
esperti di arti antiche e tradizionali, erano il bersaglio prediletto delle guardie
rosse.
Per anni è stato umiliato e picchiato. Ma per picchiarlo, dovevano andare in
tanti, perche fino a 7 lui poteva difendersi e anzi li faceva fuggire a gambe
levate.
Morì, molto vecchio, alcuni anni fa. Ma ormai gli ultimi anni non usciva piu
di casa”.
Questi, per chi ci crede o no, sono i magici racconti di una notte di mezz’estate a Shanghai, durante le olimpiadi.
Per la cronaca, la Cina ha battuto la Polonia 3 a 1, e pian piano tutte le televisioni
della strada si sono spente.