Mentre nella Striscia di Gaza si sperimenta una tregua, Hamas stravince le elezioni
Hamas ha ottenuto una netta vittoria alle elezioni municipali tenutesi giovedì
nella Striscia di Gaza; il movimento islamico ha conquistato sette municipalità
su dieci, tra cui le tre principali: Dir al-Balah, Bnei Siheileh e Beit Hanoun,
dove nei giorni scorsi era stata schierata per la prima volta la polizia palestinese
per impedire il lancio di razzi Qassam su Israele. Hamas controllerà 75 seggi
comunali su 118, contro i 39 andati alla lista di al Fatah e agli altri partiti
minori che sostengono il presidente Abu Mazen. Escluse dalla consultazione sono
rimaste le amministrazioni di Gaza City e di Khan Younis per le quali si voterà
ad aprile.

Resistenza armata. “La vittoria di Hamas prova che l’Islam è la soluzione” ripetono gli altoparlanti
per le strade della Striscia. Mentre migliaia di persone festeggiavano il risultato,
il portavoce del movimento, Muhir al Masri, ha commentato: “Il nostro popolo approva
la scelta della Jihad e della resistenza, il risultato del voto sottolinea questo
concetto”. Poi in un comunicato, il movimento ha dedicato il successo al fondatore,
lo sceicco Ahmad Yassin, vittima di un omicidio mirato israeliano.
Queste dichiarazioni sembrano ribadire l’immagine di Hamas come movimento terrorista,
ma una così larga vittoria non significa necessariamente che i palestinesi della
Striscia ripongono più speranze nella resistenza armata che nella politica di
Abu Mazen. L’alta affluenza registrata alle urne dimostra che la linea radicale
del movimento gode ancora di forte consenso, ma allo stesso tempo questa vittoria
potrebbe spingere Hamas ad assumere posizioni più moderate per partecipare alle
elezioni parlamentari di luglio. Le dichiarazioni rilasciate da esponenti del
movimento vanno infatti in due direzioni apparentemente inconciliabili: si sostiene
che Hamas rimarrà un’organizzazione militare e allo stesso tempo si afferma l’esigenza
di non essere esclusi dalle importanti decisioni politiche che la leadership palestinese
dovrà affrontare.
Impegno sociale. La consultazione di giovedì per Hamas è stata l’occasione di mostrare la sua
vera capacità elettorale dopo il boicottaggio delle presidenziali di inizio gennaio.
Il movimento ha puntato sulla scarsa popolarità di Abu Mazen nella Striscia di
Gaza e sul voto dei disillusi, quelle migliaia di profughi che considerano ormai
endemicamente corrotta l’Autorità Palestinese.
Queste persone si sentono rappresentati da Hamas perché il movimento islamico
ha sempre lottato senza compromessi contro l’occupazione israeliana e la corruzione
dell’ANP, sporcandosi con decine di attentati kamikaze contro civili,
ma distinguendosi anche per l’impegno caritatevole. Hamas infatti è anche una
rete organizzata di assistenza sanitaria e attività sociali per la popolazione
più disagiata dei campi profughi, schiacciata dall’esercito israeliano e abbandonata
a sé stessa dall’Autorità Palestinese.

Desistenza elettorale. Dalla sua elezione Abu Mazen è sembrato in grado di determinare dei cambiamenti
significativi nei rapporti tra l’Autorità Nazionale e il Governo Israeliano: ha
suscitato il plauso di Ariel Sharon e ha portato al Fatah e Hamas ad una –pur
minima - unità d’intenti, una circostanza che con Arafat presidente sarebbe stata
quasi impossibile. Tra Fatah e Hamas sembra essere in corso un accordo di desistenza
: Hamas aveva boicottato le elezioni presidenziali del 9 gennaio senza contrapporre
candidature proprie che avrebbero ostacolato quella di Abu Mazen, mentre ha partecipato
vivacemente alla tornata elettorale per le amministrative della Striscia di Gaza
per guadagnare peso politico, in particolare in prospettiva del disimpegno da
Gaza. Il Movimento di Resistenza Islamico (l’acronimo di Hamas, che in arabo significa
Zelo ), sembra essersi convinto dell’opportunità di guadagnare spazio in seno
al processo politico, abbandonando momentaneamente lo strumento degli attentati.
Il cessate il fuoco chiamato in questi giorni dai gruppi militanti palestinesi
è temporaneo e informale, come ammesso dello stesso Abbas. È il frutto di un accordo
estremamente fragile perché vincolato alla cessazione dei raid israeliani che
invece non sono cessati.