29/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Mentre nella Striscia di Gaza si sperimenta una tregua, Hamas stravince le elezioni
Hamas ha ottenuto una netta vittoria alle elezioni municipali tenutesi giovedì nella Striscia di Gaza; il movimento islamico ha conquistato sette municipalità su dieci, tra cui le tre principali: Dir al-Balah, Bnei Siheileh e Beit Hanoun, dove nei giorni scorsi era stata schierata per la prima volta la polizia palestinese per impedire il lancio di razzi Qassam su Israele. Hamas controllerà 75 seggi comunali su 118, contro i 39 andati alla lista di al Fatah e agli altri partiti minori che sostengono il presidente Abu Mazen. Escluse dalla consultazione sono rimaste le amministrazioni di Gaza City e di Khan Younis per le quali si voterà ad aprile.
 
Cabine elettorali
Resistenza armata. “La vittoria di Hamas prova che l’Islam è la soluzione” ripetono gli altoparlanti per le strade della Striscia. Mentre migliaia di persone festeggiavano il risultato, il portavoce del movimento, Muhir al Masri, ha commentato: “Il nostro popolo approva la scelta della Jihad e della resistenza, il risultato del voto sottolinea questo concetto”. Poi in un comunicato, il movimento ha dedicato il successo al fondatore, lo sceicco Ahmad Yassin, vittima di un omicidio mirato israeliano.
Queste dichiarazioni sembrano ribadire l’immagine di Hamas come movimento terrorista, ma una così larga vittoria non significa necessariamente che i palestinesi della Striscia ripongono più speranze nella resistenza armata che nella politica di Abu Mazen. L’alta affluenza registrata alle urne dimostra che la linea radicale del movimento gode ancora di forte consenso, ma allo stesso tempo questa vittoria potrebbe spingere Hamas ad assumere posizioni più moderate per partecipare alle elezioni parlamentari di luglio. Le dichiarazioni rilasciate da esponenti del movimento vanno infatti in due direzioni apparentemente inconciliabili: si sostiene che Hamas rimarrà un’organizzazione militare e allo stesso tempo si afferma l’esigenza di non essere esclusi dalle importanti decisioni politiche che la leadership palestinese dovrà affrontare.
 
Sostenitori di HamasImpegno sociale. La consultazione di giovedì per Hamas è stata l’occasione di mostrare la sua vera capacità elettorale dopo il boicottaggio delle presidenziali di inizio gennaio. Il movimento ha puntato sulla scarsa popolarità di Abu Mazen nella Striscia di Gaza e sul voto dei disillusi, quelle migliaia di profughi che considerano ormai endemicamente corrotta l’Autorità Palestinese.
Queste persone si sentono rappresentati da Hamas perché il movimento islamico ha sempre lottato senza compromessi contro l’occupazione israeliana e la corruzione dell’ANP, sporcandosi  con decine di attentati kamikaze contro civili, ma distinguendosi anche per l’impegno caritatevole. Hamas infatti è anche una rete organizzata di assistenza sanitaria e attività sociali per la popolazione più disagiata dei campi profughi, schiacciata dall’esercito israeliano e abbandonata a sé stessa dall’Autorità Palestinese.
 
Abu Mazen, Ariel Sharon
Desistenza elettorale. Dalla sua elezione Abu Mazen è sembrato in grado di determinare dei cambiamenti significativi nei rapporti tra l’Autorità Nazionale e il Governo Israeliano: ha suscitato il plauso di Ariel Sharon e ha portato al Fatah e Hamas ad una –pur minima - unità d’intenti, una circostanza che con Arafat presidente sarebbe stata quasi impossibile. Tra Fatah e Hamas sembra essere in corso un accordo di desistenza : Hamas aveva boicottato le elezioni presidenziali del 9 gennaio senza contrapporre candidature proprie che avrebbero ostacolato quella di Abu Mazen, mentre ha partecipato vivacemente alla tornata elettorale per le amministrative della Striscia di Gaza per guadagnare peso politico, in particolare in prospettiva del disimpegno da Gaza. Il Movimento di Resistenza Islamico (l’acronimo di Hamas, che in arabo significa Zelo ), sembra essersi convinto dell’opportunità di guadagnare spazio in seno al processo politico, abbandonando momentaneamente lo strumento degli attentati.
 
Il cessate il fuoco chiamato in questi giorni dai gruppi militanti palestinesi è temporaneo e informale, come ammesso dello stesso Abbas. È il frutto di un accordo estremamente fragile perché vincolato alla cessazione dei raid israeliani che invece non sono cessati.

Naoki Tomasini

Pubblicità
creditschi siamoscrivicicollaborasostienicipubblicità