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Mercoledì scorso a Huston, Texas, Darwish
aveva subito un'operazione a cuore aperto che sapeva essere ad alto
rishio, ma sapeva anche che le condizioni del suo cuore erano
critiche. Parlando con un amico, tempo addietro, aveva sostenuto che
era come dentro il suo cuore ci fosse una piccola carica esplosiva.
Era già stato operato due volte, sempre al cuore, nel 1984 e
nel 1998
La salma è stata riportata dagli Stati Uniti
dal premier del governo dell'Anp Salam Fayyad e dall'ex ministro
Yasser Abed Rabbo. Mercoledì si svolgeranno i funerali, a cui sono attese
migliaia di persone, anche se, già dalla mattina di sabato,
l'abitazione della famiglia del poeta nel villaggio di Jadeida era
assediata da amici, colleghi, studenti e ammiratori d'ogni estrazione
che portavano il loro ultimo saluto. Ancora non è stato deciso
il luogo in cui potrà essere sepolto. Stando alla stampa, la
sede più accreditata sarebbe Ramallah, dove il sindaco ha
annunciato che verrà creato un altare in suo nome vicino al
palazzo della Cultura. L'altra possibilità è che venga
sepolto ad Al Birwah, il villaggio natale distrutto da Israele nel
'48, o in quello di Jadeida, a poca distanza, dove vive la famiglia.
La madre, 85 anni, intervistata da Haaretz ha fatto chiaramente
capire di preferire quest'ultima soluzione: “lo vorrei qui vicino
-dice, ma poi aggiunge- chiaramente mi rendo conto che non è
più solo figlio mio, ma è il figlio dell'intero popolo
palestinese”.
L'impegno politico delle poesie di Mahmoud
Derwish ne ha fatto un'icona che lo ha reso celebre nel mondo, ma ha
anche rischiato di imprigionarlo in un chliché, di cui il
poeta ha cercato di liberarsi negli ultimi anni. La poesia è
un mezzo potente per affrontare le avversità, lo raccontò
lui stesso in un'intervista: “Quando ero sotto assedio a Ramallah,
quaando ho visto i Tank israeliani sotto le mie finestre, ho scritto.
A ogni verso mi sembrava che i soldati si ritirassero di 10 metri. É
il solo modo che conosco per proteggere il mio spirito, per
sopravvivere”. Eppure Darwish ha sempre sostenuto di non fare
politica, nemmeno durnante gli anni trascorsi a Beirut e in Tunisia
con l'Olp. “Ogni buona poesia – diceva – che parli d'amore,
giustizia o bellezza, è una forma di resistenza contro la
bruttezza e la violenza. E costruisce nuovi ponti con gli
altri”.
Naoki Tomasini