12/08/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Si svolgeranno mercoedì a Ramallah i funerali del poeta che cantò l'esilio e la Palestina
* Titolo tratto da: Innamorato della Palestina (1966)
 
Mahmoud Darwish si è spento. L'Autorità palestinese ha indetto tre giorni di lutto nazionale per la morte del poeta che, più di chiunque altro, ha saputo raccontare la sofferenza degli esiliati e dei prigionieri. Ha saputo cogliere sia lo spirito della resistenza palestinese che l'identità di un popolo che resiste perché non c'è null'altro che potrebbe fare altrimenti. Per queste ragioni Mahmoud Darwish, scomparso all'eà di 67 anni, è stato uno dei più importanti poeti arabi contemporanei, quasi certamente il più letto anche nei paesi occidentali.

Mercoledì scorso a Huston, Texas, Darwish aveva subito un'operazione a cuore aperto che sapeva essere ad alto rishio, ma sapeva anche che le condizioni del suo cuore erano critiche. Parlando con un amico, tempo addietro, aveva sostenuto che era come dentro il suo cuore ci fosse una piccola carica esplosiva. Era già stato operato due volte, sempre al cuore, nel 1984 e nel 1998

La salma è stata riportata dagli Stati Uniti dal premier del governo dell'Anp Salam Fayyad e dall'ex ministro Yasser Abed Rabbo. Mercoledì si svolgeranno i funerali, a cui sono attese migliaia di persone, anche se, già dalla mattina di sabato, l'abitazione della famiglia del poeta nel villaggio di Jadeida era assediata da amici, colleghi, studenti e ammiratori d'ogni estrazione che portavano il loro ultimo saluto. Ancora non è stato deciso il luogo in cui potrà essere sepolto. Stando alla stampa, la sede più accreditata sarebbe Ramallah, dove il sindaco ha annunciato che verrà creato un altare in suo nome vicino al palazzo della Cultura. L'altra possibilità è che venga sepolto ad Al Birwah, il villaggio natale distrutto da Israele nel '48, o in quello di Jadeida, a poca distanza, dove vive la famiglia. La madre, 85 anni, intervistata da Haaretz ha fatto chiaramente capire di preferire quest'ultima soluzione: “lo vorrei qui vicino -dice, ma poi aggiunge- chiaramente mi rendo conto che non è più solo figlio mio, ma è il figlio dell'intero popolo palestinese”.

L'impegno politico delle poesie di Mahmoud Derwish ne ha fatto un'icona che lo ha reso celebre nel mondo, ma ha anche rischiato di imprigionarlo in un chliché, di cui il poeta ha cercato di liberarsi negli ultimi anni. La poesia è un mezzo potente per affrontare le avversità, lo raccontò lui stesso in un'intervista: “Quando ero sotto assedio a Ramallah, quaando ho visto i Tank israeliani sotto le mie finestre, ho scritto. A ogni verso mi sembrava che i soldati si ritirassero di 10 metri. É il solo modo che conosco per proteggere il mio spirito, per sopravvivere”. Eppure Darwish ha sempre sostenuto di non fare politica, nemmeno durnante gli anni trascorsi a Beirut e in Tunisia con l'Olp. “Ogni buona poesia – diceva – che parli d'amore, giustizia o bellezza, è una forma di resistenza contro la bruttezza e la violenza. E costruisce nuovi ponti con gli altri”.

“Molte cose sono cambiate, io sono cambiato” confessava anche nel suo ultimo libro: Oltre l'ultimo cielo. La Palestina come metafora “Ora i miei versi sono più umani, più universali”. E Ancora, come a segnare una distanza tra i fini della politica e quelli della poesia: “Non voglio tornare a nessun Paese dopo questa lunga assenza” diceva. “Voglio solo tornare alla mia lingua”. La questione del ritorno alla lingua è stata uno dei punti di svolta della sua produzione matura, ma ma non si è trattato di un'allontanamento dalla causa palestinese, anzi. Dopo le delusioni del panarabismo e dell'islamismo gli arabi si sentono fuori dalla storia perchè sono irrimediabilmente divisi, spiegava, per poi concludere che “La lingua resta l'unico elemento comune, tutto il resto è andato distrutto”.

“Pensavo che la poesia potesse cambiare ogni cosa, cambiare la storia e umanizzare”, dichiarava nel 2002 nel corso di un'intervista. “Ora invece penso che la poesia cambi soltanto il poeta”.
 

Naoki Tomasini

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