Un punto sulla situazione in Iraq, dove domenica si vota. A metà
L’Iraq ha una grande tradizione di vita politica interna che è sopravvissuta
alla dittatura di Saddam, e che sopravvive oggi all’occupazione della coalizione
anglo-americana e anche al terrorismo.
Domenica, quasi 15 milioni di iracheni saranno chiamati alle urne per eleggere
i 257 membri dell’Assemblea Nazionale Provvisoria che redigerà la Costituzione.
Verranno anche eletti 18 Consigli Provinciali formati da 44 membri, tranne per
Baghdad che ne avrà 55. Gli elettori avranno due schede, i curdi che abitano il
nord del Paese invece tre, perché eleggono anche il loro parlamento autonomo.
Sono le prime elezioni multipartitiche che si tengono dal 1958. La partecipazione
emotiva della popolazione alla tornata elettorale è grande (saranno 1135 i candidati
degli 8 schieramenti principali per un totale di più di 200 partiti iscritti),
almeno tanto quanto la paura di possibili attentati, viste le minacce del fantomatico
terrorista giordano al-Zarqawi che ha promesso autobombe e cecchini in tutti i
seggi.
Le misure di sicurezza adottate dal premier ad interim Allawi dicono della tensione
che accompagnerà gli iracheni nei seggi elettorali. Coprifuoco notturno in quasi
tutto il Paese, tre giorni dichiarati festivi per ridurre al minimo la circolazione.
E mentre si apriranno i seggi si chiuderà, per paura, l’aeroporto di Baghdad.
Scontato il divieto di portare armi personali, meno scontato che i seggi vengano
tenuti nascosti fino all’ultimo momento.
L’Iraq è diviso in tre gruppi principali: i curdi al nord, i sunniti al centro
e gli sciiti al sud.
Curdi e sciiti, rappresentando la maggioranza assoluta della popolazione irachena,
sanno bene che un voto regolare li premierebbe assegnando loro la maggioranza.
Appoggiarono anche l’operazione Desert storm del 1991, ma in seguito sono stati lasciati in balia della vendetta del deposto
dittatore che ne massacrò migliaia. I sunniti, pur essendo una minoranza, hanno tenuto il potere per anni in Iraq
con Saddam, e oggi si ritrovano a temere la rivalsa di chi, in passato, è stato
oppresso. Gli sciiti sono il gruppo che dovrebbe ottenere il maggior numero di seggi.
L’Iraq è assieme all’Iran l’unico Paese musulmano dove gli sciiti sono la maggioranza.
I Paesi arabi vicini, sunniti, non vedrebbero di buon occhio un altro regime sciita
nell’area mediorientale. Neppure gli Stati Uniti, che nei sunniti hanno sempre
trovato buoni alleati, anche in Saddam quando combatteva l’Iran e nei talebani
quando combattevano i sovietici, vedrebbero bene un asse Teheran-Baghdad.
Eppure, per ottenere ordine al sud è stato fondamentale l’appoggio del capo religioso
sciita, l’ayatollah al-Sistani, che ha potuto tenere a bada gli estremisti come
il giovane Moqtada al-Sadr.
Il nord è la parte più tranquilla del Paese con i curdi che dominano la zona
e garantiscono la calma. Ma tanti, tra quelli che dall’inizio sono stati gli alleati
più affidabili per gli Usa, vogliono adesso passare dall’autonomia all’indipendenza.
Una soluzione che terrorizza Turchia, Siria e Iran, i paesi vicini con minoranze
curde molto attive che potrebbero farsi affascinare da un progetto indipendentista.
Poi ci sono le città come Mosul e Kirkuk che hanno una popolazione mista, e che
galleggiano su milioni di barili di petrolio su cui tutti vorrebbero mettere le
mani.Le elezioni in Iraq sono molto criticate, anche lì, e non solo da chi usa le
bombe. Ma non si possono certo definire elezioni farsa come quelle che ci sono
state in Afghanistan, dove il presidente Karzai è conosciuto come “il sindaco
di Kabul”, essendo la capitale l’unica zona del paese sotto il suo controllo.
Le elezioni di domenica sono parte di un gran groviglio, che strumenti rozzi
come le armi non possono certo sciogliere ma che nemmeno votazioni imposte con
le armi e gestite con e nel terrore sapranno sbrogliare.