Dal nostro corrispondente a Kabul (Afghanistan) – Sono le 7 del mattino, il sole è ancora basso. La luce è radente e filtrata
da una leggera foschia. Kabul è già sveglia da un pezzo. Le bancarelle per le
strade hanno già tutta la loro merce esposta ordinatamente e i piccoli negozi
sono tutti aperti. I bambini con i loro zainetti sulle spalle si avviano verso
scuola camminando senza fretta per le strade polverose della città.
Il nostro Land-Cruiser è carico di sacchetti di plastica da distribuire ai prigionieri:
acqua, lattine, succhi di frutta, biscotti. Il viaggio che li aspetta fino in
Pakistan è lungo. Ci auguriamo che oggi sia la volta buona e che le procedure
di scarcerazione inizino come promesso. Arriviamo in vista della prigione di Pol-i-Charki,
situata in una piana desertica. Attorno al carcere, in un raggio di cinque chilometri,
il nulla.
Al primo cancello che si apre nell’infinito muro di cinta, un picchetto di guardie
con un elmetto bianco in testa ci osserva con aria inespressiva. Soldati e guardie
armate sono ovunque. Lasciamo le macchine fuori. Gli ufficiali militari, con le
loro radio gracchianti, ci lasciano entrare dal primo cancello. Non c’è asfalto
e la polvere è ovunque. Passato il secondo cancello, incustodito e aperto, raggiungiamo
il blocco numero uno.

Entriamo nel cortile interno, un piazzale di circa duecentocinquanta metri quadri.
I prigionieri sono di ottimo umore, ma non di più, come se ancora no
n credessero che stanno per essere messi in libertà. E forse non ci crederanno
finché non saranno montati sugli autobus che li porteranno via di qui. Si abbracciano
tra di loro, e perfino con le guardie. Ci sorridono. La loro gratitudine nei nostri
confronti si legge nelle espressioni dei loro visi. A volte non c’è bisogno delle
parole.
Le poche cose che hanno sono infilate in buste di plastica, molte delle quali
pubblicizzano marche di sigarette. Molti tra un abbraccio e l’altro si sfregano
tra i denti radici di
maswaq, alternativa al dentifricio con valenza religiosa utilizzato da tempo immemorabile.
Dalle finestre sbarrate delle celle che danno sul cortile piovono gli ultimi oggetti
e indumenti dimenticati dai detenuti. A lanciarli sono i compagni di cella afgani
dei detenuti pachistani usciti oggi. Domani sarà il loro turno e questa notte
sarà di certo una delle più lunghe della loro vita.
I prigionieri vengono chiamati a raccolta nel polveroso cortile: gli afgani e
i pachistani non si siedono, si accucciano. Vengono fatti mettere con lo sguardo
rivolto verso la porta, nei pressi della quale è sistemato un lungo tavolo di
ferro dove siedono un funzionario governativo e tre ufficiali.
L’eccitazione si trasforma in brusio, interrotto solo dalla chiamata per nome.
Uno ad uno i prigionieri vengono registrati e mandati nel cortile esterno. Arrivano
gli ultimi saluti dalle finestre delle loro ex celle. I media nazionali, che sono
stati fatti entrare circa un’ora dopo di noi, intervistano e filmano. Un’anziana
guardia baffuta, con la divisa di cotone pesante verde-oliva due taglie più grande,
si prende il suo piccolo momento di notorietà infilandosi con non chalance nel
campo di ripresa tra i prigionieri accucciati.
Quelli già registrati e mandati nel secondo cortile fuori dal blocco, vengono
fatti nuovamente accucciare in file ordinate. L’aria è molto secca. Il sole picchia
forte, ma questo non li disturba minimamente. Terminata finalmente la registrazione
ci dirigiamo verso l’esterno delle mura, dove prima dell’ultimo cancello il nostro
Land-Cruiser con i ‘doni’ è pronto per la distribuzione. Il nostro personale,
ormai familiare a tutti i prigionieri, completa la consegna in mezz’ora. A chi
ne ha bisogno vengono distribuiti anche sandali e ciabatte.
Solo dopo aver varcato anche l’ultimo cancello i prigionieri si rendono veramente
conto di quello a cui vanno incontro: la libertà. Ora ci credono anche loro, vedendo
gli autobus colorati e decorati, fermi lì fuori ad aspettarli. Ordinati in fila
indiana salgono sui mezzi. Dai finestrini visi sorridenti e mani che salutano
senza posa. Finalmente liberi. Anche i talebani sono umani. La colonna di autobus
parte lentamente. Al primo centro abitato i bambini dai tetti delle case agitano
le mani per salutare.
Oggi è stata una giornata speciale anche per Kate Rowlands, la program-coordinator
di Emergency per l'Afganistan, che da anni si impegna in prima persona affinché
anche ai prigionieri di guerra vengano garantiti il rispetto dei diritti umani
e l’assistenza sanitaria, in particolare a quei detenuti politici rinchiusi senza
alcun capo d’accusa.