Ogni Olimpiade (
Ao lin pi ke Yun dong Hui, per gli amici
Ao Yun Hui) è un evento speciale; probabilmente, se consideriamo qual è il Paese ospitante
e la sua ascesa prepotente nelle gerarchie mondiali, questa lo è più di molte
altre; certamente, per l’autocoscienza che hanno i cinesi della propria cultura
e per la risonanza data all’evento dai media cinesi negli ultimi 4 anni, per i
cinesi gli Ao Yun Hui sono l’evento del secolo.
Shanghai ad agosto è, come la maggior parte delle città, più vuota e silenziosa. Meno traffico,
meno rumore, meno frenesia, meno vita in strada, meno feste nei locali.
Nonostante la città in cui vivo da quasi tre anni ospiti alcuni eventi olimpici
e neanche dei minori (Messi e Ronaldinho calcheranno i campi da calcio dei due
stadi di Shanghai), l’impatto della manifestazione sulla città mi è sembrato molto
soft. Forse troppo.
Certo, le vie principali sono costellate di stendardi celebrativi e striscioni; alla stazione dei treni
ed in altri punti strategici i cartelloni “one world, one dream” troneggiano;
molti i negozietti che vendono gadgets e t-shirt “olimpici”. Qualche ornamento
in più per strada lo si vede: tappetini rossi alle fermate dei taxi, ombrelloni
nuovi agli incroci per fare ombra ai pedoni in attesa del verde, più fiori; il
piazzale davanti alla stazione centrale non è mai stato così sgombro dai contadini
che di solito bivaccano per lunghe ore, con i loro enormi pacchi di cose da riportare
a casa.
Ma l’impressione è che fossero proprio loro, gli shanghaiesi, a non tradire l’eccitazione e l’esaltazione che mi sarei aspettato
per le olimpiadi.
Di più: parlando con alcuni amici e con i cinesi incontrati per strada, in più
di un’occasione ho sentito commenti del tipo: “In realtà queste olimpiadi non
mi toccano personalmente; al contrario, qualche noia la creano: pensa a tutti
i negozietti ambulanti di DVD nella stazione metro di Jing An temple che sono
stati chiusi per un mese, a tutte le disco e ai pub chiusi per un mese”.
Come dire, il proverbiale pragmatismo cinese.
Finché arriva l’8/8/08.
In ufficio, i miei colleghi cinesi hanno una certa euforia. Tutti, ovviamente,
alle 8.08 saranno incollati al televisore.
Chiedo loro consiglio su dove trovare un posto frequentato da cinesi in cui assistere
alla cerimonia inaugurale. La domanda non è scontata in una città in cui la vita
mondana è animata in gran parte dal milione di stranieri residente (a fronte di
oltre 17 milioni di cinesi).
E infatti - così mi dicono - gran parte dei cinesi guarderà la cerimonia a casa,
con la propria famiglia. Fantastico…
Stimolo alcuni colleghi: allora, oggi è un giorno memorabile per la Cina.
Risposta: lo è per il mondo intero! Non fosse per il candido e ingenuo sorriso
della mia collega, lo interpreterei come una dichiarazione di sfida, del tipo:
oggi vi accorgerete di chi siamo. Ma in realtà c’è molto buonismo nelle parole
di tanti cinesi, è un po’ il loro stile, il vero messaggio che mi pare di cogliere
è: le Olimpiadi sono un’occasione di pace e fratellanza per tutto il mondo; One
world, one dream!
Chiedo a un’altra: chi preferisci tra Liu Xiang e Yao Ming?
Candidamente, mi confessa di non conoscere queste due super-star planetarie,
ma di tifare per tutta la Cina.
Finalmente, esco dall’ufficio e mi reco al locale che ho individuato come il più interessante per la cerimonia.
Primo segno: per strada, alle 7 di sera, Shanghai è vuota! Le 7 di sera sono
un orario di punta, e pure in questa settimana di agosto gli ingorghi sono normali.
Ma stasera sembra il traffico di Oslo a mezzanotte. Solo taxi. Il mio tassista è abbastanza preoccupato; quando gli indico dove
mi deve portare tira un sospiro di sollievo: è vicino a casa sua, e questa sarà
la sua ultima corsa della serata, poi si blinderà in casa a vedere l’inaugurazione
delle “sue” olimpiadi.
Tutti i negozi (che di solito restano aperti anche sino alle 22) sono eccezionalmente
già chiusi, solo alcuni ristoranti e bar aprono.
Il locale è pieno di cinesi; io e un americano siamo le mosche bianche.
La cerimonia di inaugurazione regala immagini di una forza incredibile: il conto alla rovescia in numeri latini e caratteri cinesi accesi dai tamburi
elettrici di migliaia di suonatori; le coreografie a rappresentare le 4 grandi
scoperte della civilta cinese (la carta, la stampa, la polvere da sparo e la bussola),
le geometrie umane che danno forma agli ideogrammi di pace e concordia, la torcia
accesa da un’ex campione che vola per tutto il perimetro dello stadio.
La grandiosità del messaggio mi fa venire a più riprese la pelle d’oca.
In tutto ciò, i cinesi intorno a me, lungi dal farsi trasportare da quell’atmosfera
assolutamente esaltante, mantengono un forte self-control, un’espressione attenta
e concentrata come se stessero osservando un’opera a teatro.
Al banco del locale (in cui scorrono free drinks tutti inclusi nel prezzo forfait
di 10 euro) parlo con alcuni di loro della razione apparentemente distaccata del
pubblico, e resto stupito quando tutti esprimono a parole la loro grande eccitazione.
Ciò mi conferma una certa idea: in Cina ogni emozione, non importa quanto intensa, va dominata e tenuta nella
sfera interiore. Questo è il filo conduttore che spiega un po’ tutto l’approccio
del paese agli Ao Yun Hui.
Il che non significa che momenti di trasporto (e ilarità) siano mancati, anzi.
Inquadrano dal basso Bush che, distratto, guarda in cielo i “fiori di fumo” (così si chiamano in cinese
i fuochi d’artificio): risate generali.
Passa la delegazione olimpica di Gibuti, inquadrano un’atleta molto avvenente,
poi l’immagine stacca sulla tribuna d’onore dove un ciccione si tira su le braghe:
risate a crepapelle.
Passa la delegazione italiana e io mi alzo ad applaudire: immediatamente molti
cinesi accompagnano la mia esultanza e gridano : W Italy, Italy and China friends!
Finalmente, da ultimi, scorrono i cinesi con un numero sterminato di atleti: delirio, tutti i cinesi scattano foto e
salutano i loro eroi. Poco importa che alcuni non riconoscano Yao Ming o Liu Xiang,
tutti coloro che sfilano sono gli ambasciatori del messaggio che la Cina lancia
al mondo: questa è la nostra storia, questa la nostra cultura, viviamo in un mondo
di cui siamo una parte importante, non potete più ignorarci, conosceteci!
Finisce la festa, torno a casa. Taxi, ovviamente, manco a pregare. Cammino mezz’ora in una città che non riconosco,
vuota, a luci spente. Ogni tanto qualche negozietto aperto, di quelli che sono
anche la casa del titolare, intravedo la televisione ancora accesa sul canale
olimpico di CCTV.
E' una città che a prima vista sembra essersi fatta scivolare via come nulla
questo giorno storico, ma in Cina più che altrove le prime impressioni ingannano:
Shanghai ha salutato le Olimpiadi con un calore ed un’emozione nascosti nel cuore
delle sue case, contenuti nel cuore dei suoi abitanti.