29/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



A febbraio la capitale etiope ospiterà il concerto-evento dedicato a Bob Marley
Jah, Rastafari. Il 6 febbraio il cielo di Addis Abeba si riempirà delle note di una musica lontana, che segnerà un evento dal profondo significato storico e religioso per migliaia di persone in tutto il mondo.
L’appuntamento è nella trafficata Meskal Square, l’enorme piazzale nel cuore di Addis Abeba, dove ogni giorno i bambini di strada corrono dietro a un pallone, le donne allungano il passo verso il mercato, i mendicanti chiedono qualche birr (valuta etiope) alle macchine imbottigliate nel traffico: è qui che si celebreranno, con un maxi-concerto, i sessant’anni dalla nascita di Bob Marley, la leggenda del reggae, l’uomo che forse più di ogni altro ha incarnato la cultura e la musica rastafari. Un cantante la cui musica, a più di un ventennio dalla scomparsa, sembra ormai destinata all’olimpo dell’immortalità, dopo aver ispirato generazioni di musicisti o semplici appassionati.
 
Ritorno alla terra madre. Il concerto, simbolicamente chiamato Africa Unite in ricordo alla celebre canzone dell’album Survival, segna il ritorno del ragazzo giamaicano di Trenchtown nella terra madre alla quale i suoi antenati furono strappati durante la tratta degli schiavi verso il Nuovo Mondo.
Un sogno rincorso dai seguaci del culto rastafari, ispirati dagli insegnamenti di Marcus Garvey, che nel diciannovesimo secolo profetizzava un contro-esodo dei neri delle americhe verso l’Africa. E, almeno inizialmente, sembrava che il 6 febbraio Marley, o quello che restava di lui, in Etiopia ci sarebbe tornato veramente, chiuso in un ossario destinato a una seconda sepoltura in terra africana. L’evento, forse ancora più atteso del concerto stesso, è sfumato a meno di un mese dalla data prefissata. Dopo le iniziali promesse, la vedova Rita Marley ha smentito di aver avuto intenzione di disseppellire le ossa del marito.

Il volantino del concertoUn ricordo. Così, Africa Unite resterà un semplice tributo al Bob che i più giovani hanno solo visto nelle innumerevoli foto in cui appare con i dreadlocks a fontana, il microfono in mano e lo spinello tra le labbra.
“Bob era una persona che sprizzava simpatia da tutti i pori, era sempre incline alla risata e a chiacchierate spassose, oltre ad andare matto per il calcio”, ricorda da New York Vivian Goldman, sua biografa e amica. “La sua casa al numero 56 di Hope Road a Kingston era aperta a tutti, con uno scopo specifico: quello di diventare il punto d’incontro tra la classe dirigente e quella proveniente dagli strati più poveri della popolazione. Fino al 1976, quando alcuni uomini armati gli piombarono in casa e tentarono di ucciderlo. Questo episodio lo segnò per sempre. Ha sempre fatto molto per l’Africa e l’Etiopia e questo concerto è un giusto tributo alla sua memoria”.
 
Un movimento religioso tutto africano. Ma perché i rastafari vedono nell’Etiopia il simbolo della propria libertà? Non provenivano soprattutto dall’Africa occidentale le centinaia di migliaia di schiavi della tratta atlantica verso le Americhe? Barry Chevannes, professore di Scienze Sociali presso la West Indies University, in Jamaica, ci chiarisce le radici storiche e spirituali del rastafarianesimo, su cui ha pubblicato diversi libri e saggi.
“E’ vero, etnicamente gli schiavi provenivano dagli odierni Senegal, Gambia, Ghana, Benin, Togo, Nigeria, Angola e via dicendo”, spiega Chevannes. “L’Etiopia geograficamente non c’entra nulla, ma ha un significato spirituale e simbolico molto profondo. E’ un Paese che è riuscito, forse più di qualsiasi altro, a conservare le proprie radici culturali e religiose. Inoltre è legato alla Bibbia, libro sacro molto importante nella spiritualità rastafari. Ma non solo. Secondo una profezia di Garvey, l’incoronazione di un sovrano in terra africana sarebbe stata un segno di libertà per i neri di tutto il mondo. Così, quando nel 1930 Haile Selassiè fu incoronato imperatore insieme alla moglie Menen, molti in Giamaica videro in lui l’arrivo di un Messia. I titoli con cui era stato incoronato coincidevano infatti con quelli del profeta Isaia: Re dei Re, Signore dei Signori, Leone della tribù di Judah." 

Si dice che Selassiè accogliesse con garbo le visite dei suoi devoti provenienti dall'isoletta caraibica a 10mila chilometri di distanza da Addis Abeba. "Durante uno dei suoi viaggi l'imperatore visitò la Giamaica e gli fu comunicato che aveva dei seguaci. Si mostrò disponibile a incontrarne alcuni e, quando tornò in patria donò un pezzo di terra (l'odierna Shashamane, ndt) a tutti coloro che si erano battuti contro l'esercito italiano". Shashamane è oggi abitata da una grande comunità di rastafari di tutto il mondo.
A conferma del fatto che il simbolismo del rastafarianesimo abbia subito più influenze c'è la spiegazione della provenienza dei famosi dreadlocks (erroneamente chiamati ‘rasta’), che proverrebbero invece dal Kenya. "I rastafari - spiega il professore -  li adottarono dopo aver visto alcune foto dei guerriglieri kenioti Mau Mau, che a metà degli anni Cinquanta si fecero crescere i capelli con acconciature leonine mirate a spaventare i coloni inglesi. Da allora le treccione che spiovono sulle loro spalle sono diventate un simbolo di lotta e di resistenza contro gli oppressori bianchi".
Ma nonostante le folte capigliature dei propri seguaci, il rastafarianesimo resta un movimento religioso essenzialmente acefalo: “Non ci sono autorità, né leader – continua Chevannes – ma sarebbe sbagliato affermare che il numero di seguaci vada diminuendo. Anzi, ce ne sono sempre di più, in Giamaica e nel mondo. Bob Marley è anche questo. Un simbolo della loro identità. E' anche per questo che i giamaicani si sono opposti a una sua seconda sepoltura, seppur in terra africana: sentono un legame speciale con Bob. E poi - sorride Chevannes -  non va dimenticato che la sua tomba attrae molti turisti, qui in Giamaica”.

Pablo Trincia

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