Jah,
Rastafari. Il 6 febbraio il cielo di Addis Abeba si riempirà delle note di una musica
lontana, che segnerà un evento dal profondo significato storico e religioso per
migliaia di persone in tutto il mondo.
L’appuntamento è nella trafficata Meskal Square, l’enorme piazzale nel cuore
di Addis Abeba, dove ogni giorno i bambini di strada corrono dietro a un pallone,
le donne allungano il passo verso il mercato, i mendicanti chiedono qualche
birr (valuta etiope) alle macchine imbottigliate nel traffico: è qui che si celebreranno,
con un maxi-concerto, i sessant’anni dalla nascita di Bob Marley, la leggenda
del
reggae, l’uomo che forse più di ogni altro ha incarnato la cultura e la musica
rastafari. Un cantante la cui musica, a più di un ventennio dalla scomparsa, sembra ormai
destinata all’olimpo dell’immortalità, dopo aver ispirato generazioni di musicisti
o semplici appassionati.
Ritorno alla terra madre. Il concerto, simbolicamente chiamato Africa Unite in ricordo alla celebre canzone dell’album Survival, segna il ritorno del ragazzo giamaicano di Trenchtown nella terra madre alla
quale i suoi antenati furono strappati durante la tratta degli schiavi verso il
Nuovo Mondo.
Un sogno rincorso dai seguaci del culto rastafari, ispirati dagli insegnamenti di Marcus Garvey, che nel diciannovesimo secolo
profetizzava un contro-esodo dei neri delle americhe verso l’Africa. E, almeno
inizialmente, sembrava che il 6 febbraio Marley, o quello che restava di lui,
in Etiopia ci sarebbe tornato veramente, chiuso in un ossario destinato a una
seconda sepoltura in terra africana. L’evento, forse ancora più atteso del concerto
stesso, è sfumato a meno di un mese dalla data prefissata. Dopo le iniziali promesse,
la vedova Rita Marley ha smentito di aver avuto intenzione di disseppellire le
ossa del marito.
Un ricordo. Così,
Africa Unite resterà un semplice tributo al Bob che i più giovani hanno solo visto nelle
innumerevoli foto in cui appare con i
dreadlocks a fontana, il microfono in mano e lo spinello tra le labbra.
“Bob era una persona che sprizzava simpatia da tutti i pori, era sempre incline
alla risata e a chiacchierate spassose, oltre ad andare matto per il calcio”,
ricorda da New York Vivian Goldman, sua biografa e amica. “La sua casa al numero
56 di
Hope Road a Kingston era aperta a tutti, con uno scopo specifico: quello di diventare
il punto d’incontro tra la classe dirigente e quella proveniente dagli strati
più poveri della popolazione. Fino al 1976, quando alcuni uomini armati gli piombarono
in casa e tentarono di ucciderlo. Questo episodio lo segnò per sempre. Ha sempre
fatto molto per l’Africa e l’Etiopia e questo concerto è un giusto tributo alla
sua memoria”.
Un movimento religioso tutto africano. Ma perché i rastafari vedono nell’Etiopia il simbolo della propria libertà? Non provenivano soprattutto
dall’Africa occidentale le centinaia di migliaia di schiavi della tratta atlantica
verso le Americhe? Barry Chevannes, professore di Scienze Sociali presso la West Indies University, in Jamaica, ci chiarisce le radici storiche e spirituali del rastafarianesimo,
su cui ha pubblicato diversi libri e saggi.
“E’ vero, etnicamente gli schiavi provenivano dagli odierni Senegal, Gambia,
Ghana, Benin, Togo, Nigeria, Angola e via dicendo”, spiega Chevannes. “L’Etiopia
geograficamente non c’entra nulla, ma ha un significato spirituale e simbolico
molto profondo. E’ un Paese che è riuscito, forse più di qualsiasi altro, a conservare
le proprie radici culturali e religiose. Inoltre è legato alla Bibbia, libro sacro
molto importante nella spiritualità rastafari. Ma non solo. Secondo una profezia di Garvey, l’incoronazione di un sovrano
in terra africana sarebbe stata un segno di libertà per i neri di tutto il mondo.
Così, quando nel 1930 Haile Selassiè fu incoronato imperatore insieme alla moglie
Menen, molti in Giamaica videro in lui l’arrivo di un Messia. I titoli con cui
era stato incoronato coincidevano infatti con quelli del profeta Isaia: Re dei Re, Signore dei Signori, Leone della tribù di Judah."
Si dice che Selassiè accogliesse con garbo le visite dei suoi devoti provenienti
dall'isoletta caraibica a 10mila chilometri di distanza da Addis Abeba. "Durante
uno dei suoi viaggi l'imperatore visitò la Giamaica e gli fu comunicato che aveva
dei seguaci. Si mostrò disponibile a incontrarne alcuni e, quando tornò in patria
donò un pezzo di terra (l'odierna Shashamane, ndt) a tutti coloro che si erano battuti contro l'esercito italiano". Shashamane
è oggi abitata da una grande comunità di rastafari di tutto il mondo.
A conferma del fatto che il simbolismo del rastafarianesimo abbia subito più
influenze c'è la spiegazione della provenienza dei famosi dreadlocks (erroneamente chiamati ‘rasta’), che proverrebbero invece dal Kenya. "I rastafari
- spiega il professore - li adottarono dopo aver visto alcune foto dei guerriglieri
kenioti Mau Mau, che a metà degli anni Cinquanta si fecero crescere i capelli con acconciature
leonine mirate a spaventare i coloni inglesi. Da allora le treccione che spiovono
sulle loro spalle sono diventate un simbolo di lotta e di resistenza contro gli
oppressori bianchi".
Ma nonostante le folte capigliature dei propri seguaci, il rastafarianesimo resta
un movimento religioso essenzialmente acefalo: “Non ci sono autorità, né leader
– continua Chevannes – ma sarebbe sbagliato affermare che il numero di seguaci
vada diminuendo. Anzi, ce ne sono sempre di più, in Giamaica e nel mondo. Bob
Marley è anche questo. Un simbolo della loro identità. E' anche per questo che
i giamaicani si sono opposti a una sua seconda sepoltura, seppur in terra africana:
sentono un legame speciale con Bob. E poi - sorride Chevannes - non va dimenticato
che la sua tomba attrae molti turisti, qui in Giamaica”.