13/08/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Quasi conclusa l'operazione in provincia di Diyala, un successo tutto iracheno?
Bashaer al Kheir, in arabo, bella speranza. Per una volta il nome di un'operazione militare in Iraq non suona machista e intimidatorio. Forse dipende dal fatto che l'esercito Usa ha esaurito le scorte di slogan, oppure, è un sintomo del fatto che, con questa operazione, gli Stati Uniti c'entrano meno del solito. Quella lanciata lo scorso 28 luglio nella provincia di Diyala, che si estende da nord di Baghdad fino al confine iraniano, è stata un'operazione diversa dalle precedenti, avvenute ad esempio a Sadr City e Bassora, dove la presenza dell'esercito Usa è stata in primo piano. A Diyala pare che la “contro-insorgenza” sia stata gestita in modo diverso, a cominciare dalle forze che vi hanno preso parte.

Soldati iracheni a BaqubaIl grosso delle forze armate impiegate a Diyala appartiene alla 19ma brigata dell'esercito iracheno, mentre le forze Usa sono rimaste in disparte, limitandosi a coordinare alcune delle brigate. Il governo di Baghdad ha però voluto che fosse anche un'operazione di immagine, per questo, assieme ai soldati sono giunti nella provincia anche giudici, commandos del ministero dell'interno, polizia stradale e persino membri dei dipartimenti deputati alle forniture elettriche, idriche e sanitarie. La notizia, però, è che accanto ai soldati iracheni hanno combattuto anche le milizie Sahwa, quelle dei Consigli del risveglio tribali. 90mila uomini che non avevano un buon rapporto con le forze armate , perlomeno, fino a quando il premier Al Maliki non ha promesso l'assunzione nell'esercito per 3mila di loro. Secondo il reporter Usa Dahar Jamail, gli stessi Consigli del risveglio avrebbero consegnato al generale Ali Gaidan, comandante delle forze terrestri irachene, una lista di nomi dei militanti Qaedisti della provincia. L'operazione Bashaer al Kheir, infatti, puntava proprio a eliminare dalla provincia le milizie di Al Qaeda, in parte le stesse che erano fuggite dalla “bonifica” dell'Al Anbar, attuata anch'essa con l'aiuto delle milizie tribali sunnite. Da mesi la provincia era diventata una roccaforte di Al Qaeda ed era stata teatro di numerosi attentati suicidi, alcuni dei quali, recentemente portati a termine da donne.

Inizialmente le milizie tribali avevano duramente criticato il largo preavviso concesso ai miliziani prima dell'inizio delle manovre, ma dal ministero dell'Interno iracheno si replica che “abbiamo intenzionalmente dato ai miliziani la possibilità di fuggire, allo scopo di creare una frattura con i loro leader una volta che fosse scoppiato il caos”. Una risposta nuova per una strategia che è stata adottata sin dall'inizio del conflitto. A quanto pare, però, il caos previsto non è scoppiato. Le forze armate hanno imposto il coprifuoco in tutta la provincia, hanno condotto perquisizioni casa per casa e imposto check point per le strade, apparentemente senza commettere gravi abusi. Secondo alcune interviste raccolte a Baquba, la capitale della provincia, da Jamail, che normalmente non risparmia critiche a nessuno, la violenza temuta dalla popolazione rimasta in città non c'è stata. Qualcuno parla delle buone maniere dei soldati, qualcun'altro racconta pure che la gente offriva loro cibo e acqua. Uno degli obiettivi dell'operazione era estirpare le infiltrazioni dei miliziani dalle forze di sicurezza provinciali, e dopo pochi giorni gli agenti arrestati erano già un centinaio.

Mercoledì 6 agosto, l'operazione pareva vicina alla conclusione. Il ministero della Difesa irachena annunciava l'arresto di 483 persone tra cui alti esponenti della “rete del terrore” e persino una donna considerata responsabile del reclutamento delle kamikaze. Lo stesso giorno, il New York Times pubblicava un articolo proprio sulla 19ma brigata dell'esercito iracheno, sostenendo che, nonostante la buona volontà, gran parte dei battaglioni iracheni non era in grado di agire senza il coordinamento con i cosiddetti Transition Team statunitensi. Anche il Nyt, però, conferma che in quest'operazione gli Usa hanno limitato di molto il loro apporto, sia logistico che strategico, alle forze armate di Baghdad. Ufficiali e soldati iracheni ammettono carenze di equipaggiamento di preparazione e coordinamento tra i reparti. Sostengono insomma che senza gli Stati Uniti l'esercito iracheno non ce la possa ancora fare. Ma forse, alla luce dei risultati di Diyala, l'allenza con le milizie Sahwa potrebbe ricevere maggiore considerazione: 90mila uomini che parlano arabo, sanno combattere ma anche rispettare la gente potrebbero essere più efficaci dei marines, che notoriamente incutono timore e odio nei civili. Martedì 5 agosto il premier al Maliki ha annunciato un'amnistia per i miliziani ancora presenti nella provincia che consegneranno le armi entro sette giorni. Se anche quell'inziativa avrà successo, allora la provincia potrà davvero dirsi sicura. Ci vorrà del tempo insomma per sapere se le nuove strategie sono davvero state utili, e se Bashaer al Kheir significa davvero bella speranza.
 

Naoki Tomasini

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