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Il
grosso delle forze armate impiegate a Diyala appartiene alla 19ma
brigata dell'esercito iracheno, mentre le forze Usa sono rimaste in
disparte, limitandosi a coordinare alcune delle brigate. Il governo
di Baghdad ha però voluto che fosse anche un'operazione di
immagine, per questo, assieme ai soldati sono giunti nella provincia
anche giudici, commandos del ministero dell'interno, polizia stradale
e persino membri dei dipartimenti deputati alle forniture elettriche,
idriche e sanitarie. La notizia, però, è che accanto ai
soldati iracheni hanno combattuto anche le milizie Sahwa, quelle dei
Consigli del risveglio
tribali. 90mila uomini che non avevano un buon rapporto con le forze
armate , perlomeno, fino a quando il premier Al Maliki non ha
promesso l'assunzione nell'esercito per 3mila di loro. Secondo il
reporter Usa Dahar Jamail, gli stessi Consigli del risveglio
avrebbero consegnato al generale Ali Gaidan, comandante delle forze
terrestri irachene, una lista di nomi dei militanti Qaedisti della
provincia. L'operazione Bashaer al Kheir,
infatti, puntava proprio a eliminare dalla provincia le milizie di Al
Qaeda, in parte le stesse che erano fuggite dalla “bonifica”
dell'Al Anbar, attuata anch'essa con l'aiuto delle milizie tribali
sunnite. Da mesi la provincia era diventata una roccaforte di Al
Qaeda ed era stata teatro di numerosi attentati suicidi, alcuni dei
quali, recentemente portati a termine da donne.
Inizialmente
le milizie tribali avevano duramente criticato il largo preavviso
concesso ai miliziani prima dell'inizio delle manovre, ma dal
ministero dell'Interno iracheno si replica che “abbiamo
intenzionalmente dato ai miliziani la possibilità di fuggire,
allo scopo di creare una frattura con i loro leader una volta che
fosse scoppiato il caos”. Una risposta nuova per una strategia che
è stata adottata sin dall'inizio del conflitto. A quanto pare,
però, il caos previsto non è scoppiato. Le forze armate
hanno imposto il coprifuoco in tutta la provincia, hanno condotto
perquisizioni casa per casa e imposto check point per le strade,
apparentemente senza commettere gravi abusi. Secondo alcune
interviste raccolte a Baquba, la capitale della provincia, da Jamail,
che normalmente non risparmia critiche a nessuno, la violenza temuta
dalla popolazione rimasta in città non c'è stata.
Qualcuno parla delle buone maniere dei soldati, qualcun'altro
racconta pure che la gente offriva loro cibo e acqua. Uno degli
obiettivi dell'operazione era estirpare le infiltrazioni dei
miliziani dalle forze di sicurezza provinciali, e dopo pochi giorni
gli agenti arrestati erano già un centinaio.
Mercoledì
6 agosto, l'operazione pareva vicina alla conclusione. Il ministero
della Difesa irachena annunciava l'arresto di 483 persone tra cui
alti esponenti della “rete del terrore” e persino una donna
considerata responsabile del reclutamento delle kamikaze. Lo stesso
giorno, il New York Times pubblicava un articolo proprio sulla 19ma
brigata dell'esercito iracheno, sostenendo che, nonostante la buona
volontà, gran parte dei battaglioni iracheni non era in grado
di agire senza il coordinamento con i cosiddetti Transition Team
statunitensi. Anche il Nyt, però, conferma che in
quest'operazione gli Usa hanno limitato di molto il loro apporto, sia
logistico che strategico, alle forze armate di Baghdad. Ufficiali e
soldati iracheni ammettono carenze di equipaggiamento di preparazione
e coordinamento tra i reparti. Sostengono insomma che senza gli Stati
Uniti l'esercito iracheno non ce la possa ancora fare. Ma forse, alla
luce dei risultati di Diyala, l'allenza con le milizie Sahwa potrebbe
ricevere maggiore considerazione: 90mila uomini che parlano arabo,
sanno combattere ma anche rispettare la gente potrebbero essere più
efficaci dei marines, che notoriamente incutono timore e odio nei
civili. Martedì 5 agosto il premier al Maliki ha annunciato
un'amnistia per i miliziani ancora presenti nella provincia che
consegneranno le armi entro sette giorni. Se anche quell'inziativa
avrà successo, allora la provincia potrà davvero dirsi
sicura. Ci vorrà del tempo insomma per sapere se le nuove
strategie sono davvero state utili, e se Bashaer al Kheir
significa davvero bella speranza.Naoki Tomasini