Sono sceso di casa per recarmi a prendere una birra assieme ad alcuni amici e ho preso un taxi.
Uno dei soliti taxi. Ero stato a casa per tutto il giorno e avevo voglia di parlare.
Il tassista, per buona norma e regola, deve essere un tipo ciarliero; ma aveva
poca voglia di conversare.
Ho cominciato come al solito. Parlandogli di una qualsiasi cosa. Del tempo o del traffico.
Ma di traffico, anche grazie alle nuove misure adottate nella città, quasi non
ce n'era. Allora ho deciso di sondare il suo nazionalismo. E la sua adesione alla
politica del partito. Gli ho chiesto se fosse contento che, finalmente, l'olimpiade
stava cominciando.
Lui s'è schiarito la voce. Ha aperto il finestrino ed ha sputato fuori. Non mi
sembrava contento.
"Ci hanno preso in giro", ha detto con voce calma. Non era nervoso. Né aveva paura di parlare. Lo faceva
con cognizione di causa.
"Non c'è ancora nessuno", ha proseguito. "Ci avevano promesso soldi e detto che
la nostra vita sarebbe cambiata, ma fino ad oggi non è successo nulla".
Le luci della notte illuminavano la città. I manifesti e le bandiere che celebravano
le Olimpiadi erano dappertutto. Pechino non mi sembrava così male come lui voleva
farmi credere.
Mi sono limitato a chiedere perchè.
"Perché?" - ha fatto lui incredulo - "Beh, ho cercato di imparare l'inglese per due anni.
Due anni persi. Ogni sera finivo di lavorare e, stanchissimo, ero costretto ad
andare a fare questo corso di inglese per essere pronto per le Olimpiadi. Perchè
dovevamo essere invasi dai turisti e dagli stranieri. Ma fino ad oggi non è venuto
nessuno".
L'autista aveva una cinquantina d'anni. Mi sono reso conto che per lui non doveva essere stato semplice tornare sui
banchi di scuola. Probabilmente non aveva riprovato a studiare per anni. Farlo
dopo giornate di intenso lavoro non doveva essere stato piacevole.
"E dicevano, soprattutto, che con tutti i turisti che sarebbero arrivati, avremmo
lavorato fino allo sfinimento. Invece gli affari vanno male".
Effettivamente ci sono state delle restrizioni nella concessione dei visti. Di movimento, in giro, ce ne è ancora poco. Tutto
quello che vedevo mi ha dato l'impressione che avesse ragione. Le strade erano più vuote del solito. Sembrava che la città, dopo essersi modernizzata
e preparata all'evento, si fosse chiusa in se stessa per motivi di sicurezza.
Tutte le persone che contano hanno fatto il proprio business: soprattutto chi lavora in società legate all'organizzazione
dell'evento o nelle costruzioni.
I poveracci dell'indotto e dell'industria turistica, di soldi, hanno solo sentito
l'odore. Hanno lavorato e studiato in attesa di quel sol dell'avvenire - rappresentato
dai soldi - che forse non arriverà.
"Le cose vanno peggio che in Aprile. Speriamo che arrivi qualcuno. Prima o poi".
Me l'ha detto mentre pagavo e scendevo. Aveva ragione. In giro non c'era quasi
nessuno.