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La decisione è frutto di tre
settimane di colloqui e almeno quattordici riunioni tra gli esponenti
dei partiti di maggioranza e opposizione, riuniti in un comitato
ministeriale che ha avuto il compito di elaborare le linee guida del
nuovo esecutivo. Il testo è frutto, dicono entrambe le parti,
di un compromesso. Ma è chiaro che, dopo settimane in cui il
disarmo di Hezbollah era stato chiesto a gran voce sia da politici
dell'ex maggioranza libanese che da diplomatici francesi,
statunitensi e soprattutto israeliani, il riconoscimento delle
milizie sciite è una grande vittoria per Hezbollah e per il
suo segretario, Hassan Nasrallah. Dopo la guerra del luglio 2006 e
dopo il vantaggioso scambio di prigionieri del mese scorso, il
partito sciita si accredita ancora una volta come l'unico attore
regionale in grado di trattare alla pari con la potenza israeliana.
Un potere che è stato ampiamente usato nelle trattative di
queste settimane in cui, fin dall'inizio, Hezbollah è stato
intransigente sulla pretesa di continuare a disporre della sua
potente milizia. Lo scorso giugno, è bene ricordarlo, le
milizie dell'opposizione libanese avevano dato una dimostrazione di
forza prendendo in poche ore il controllo di Beirut, dopo che il
governo di Siniora aveva proposto di smantellare la loro rete di
telecomunicazioni. La situazione era stata ricomposta grazie alla
mediazione del Qatar, ma quell'episodio è rimasto come un
monito per le forze dell'ex maggioranza, come a dire: “ecco cosa
succede se Hezbollah decide di uscire dalle trattative”.
Il documento programmatico, che avrebbe dovuto essere votato ieri al parlamento
libanese afferma: “il diritto del Libano, del suo popolo, esercito e
resistenza, di liberare o recuperare le fattorie di Shebaa occupate
(...) e difendere il Libano da ogni aggressione (...) con tutti i
mezzi legittimi e disponibili”. Il nodo da sciogliere era
soprattutto il termine “resistenza”, ma che si fosse giunti ormai
a una soluzione lo si era capito già venerdì 1 agosto,
quando il presidente Michel Suleiman aveva metaforicamente invitato
le armi dell'esercio ad “abbracciare” quelle della resistenza. Di
contro, nello stesso documento programmatico si afferma l'adesione
del nuovo governo alla risoluzione 1701, che pose fine al conflitto
dell'estate 2006 e propone, implicitamente, il disarmo di Hezbollah:
un opera di cui finora non si sono prese carico né le forze
armate libanesi né quelle dell'Unifil, la missione Onu di
interposizione che per questo motivo è stata violentemente
criticata da Israele. Una volta che il programma sarà stato approvato,
per i 30 ministri del nuovo esecutivo, di cui Hezbollah fa parte con
diritto di veto, dovrebbe iniziare l'esperienza del dialogo
nazionale. La stampa libanese, a parte quella vicina a Hezbollah,
parla con preoccupazione di un documento “ibrido e confuso” (
L'Orient le Jour) e di “governo di disunità” (As Safir).
Di fatto il nuovo governo nasce su basi di compromesso, ma dovrebbe
durare almeno fino alla prossima primavera, quando sono previste le
prossime elezioni legislative.Naoki Tomasini