31/01/2005versione stampabilestampainvia paginainvia



Disparità e confusione nella gestione degli aiuti. Il caso Sri Lanka
 Cosa bisogna fare dunque per aiutare realmente queste persone? Gabriele Garniga risponde: “Si deve collaborare il più possibile con le comunità locali. Abbiamo incontrato il monaco di Hikkaduwa che sta accogliendo nel suo monastero un centinaio di famiglie. Vivono accampate nei portici del tempio. Inizieremo a costruire nuove case e negozi e forniremo loro gli strumenti di lavoro che hanno perso, come barche, reti, macchine da cucire. Cercheremo di trasferire la nostra tecnica per fare in modo che siano in grado di ricostruire anche da soli. Secondo il religioso, in attesa che il governo legiferi, bisogna intanto iniziare a riparare le case di proprietà che si trovano a oltre i 200 metri dal mare. In diverse zone, come a Negombo (sulla costa occidentale a nord di Colombo), al momento non ci sono terreni disponibili”.
 
Disastro naturale e povertà. L’estensione del disastro è enorme. Due terzi delle coste dello Sri Lanka sono state spazzate via dallo tsunami. “Per questo – aggiunge l’uomo - la protezione civile che sta facendo moltissimo, non riesce a raggiungere tutte le aree colpite. A Trincomalee ogni giorno scopriamo che i bisogni sono più grandi di quelli previsti, perciò è indispensabile parlare e lavorare con le autorità e con i capi villaggio per fare il censimento dei danni. Alcune donne ci hanno aiutato individuando i più bisognosi a cui portare i primi soccorsi. I pescatori hanno subito le perdite più gravi e per questo stiamo inviando riparatori e costruttori di barche e motori dalla nostra base di Negombo. Ma lo Sri Lanka è un Paese povero e mancano i mezzi. Non si trovano per esempio i motori per i fuori bordo, necessari a prendere il largo. Bisognerà importarli dall’estero, ma ci vorranno settimane. Intanto la speculazione aumenta, ovvero salgono i prezzi dei beni che scarseggiano”.  
 
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Francesca Lancini

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