Disparità e confusione nella gestione degli aiuti. Il caso Sri Lanka
Cosa bisogna fare dunque per aiutare realmente queste persone? Gabriele Garniga
risponde: “Si deve collaborare il più possibile con le comunità locali. Abbiamo
incontrato il monaco di Hikkaduwa che sta accogliendo nel suo monastero un centinaio
di famiglie. Vivono accampate nei portici del tempio. Inizieremo a costruire nuove
case e negozi e forniremo loro gli strumenti di lavoro che hanno perso, come barche,
reti, macchine da cucire. Cercheremo di trasferire la nostra tecnica per fare
in modo che siano in grado di ricostruire anche da soli. Secondo il religioso,
in attesa che il governo legiferi, bisogna intanto iniziare a riparare le case
di proprietà che si trovano a oltre i 200 metri dal mare. In diverse zone, come
a Negombo (sulla costa occidentale a nord di Colombo), al momento non ci sono
terreni disponibili”.
Disastro naturale e povertà. L’estensione del disastro è enorme. Due terzi delle coste dello Sri Lanka sono
state spazzate via dallo tsunami. “Per questo – aggiunge l’uomo - la protezione
civile che sta facendo moltissimo, non riesce a raggiungere tutte le aree colpite.
A Trincomalee ogni giorno scopriamo che i bisogni sono più grandi di quelli previsti,
perciò è indispensabile parlare e lavorare con le autorità e con i capi villaggio
per fare il censimento dei danni. Alcune donne ci hanno aiutato individuando i
più bisognosi a cui portare i primi soccorsi. I pescatori hanno subito le perdite
più gravi e per questo stiamo inviando riparatori e costruttori di barche e motori
dalla nostra base di Negombo. Ma lo Sri Lanka è un Paese povero e mancano i mezzi.
Non si trovano per esempio i motori per i fuori bordo, necessari a prendere il
largo. Bisognerà importarli dall’estero, ma ci vorranno settimane. Intanto la
speculazione aumenta, ovvero salgono i prezzi dei beni che scarseggiano”.