Scritto per noi da
John Salamini
“Pechino oggi non sembra una città che si appresta ad ospitare le Olimpiadi”.
Da giorni mi sento ripetere questa frase sentenza con gli amici - o in taxi me
la ripeto da solo- mentre la città si defila lentamente. C’è tempo per riflettere,
osservare. Il fatto è che non si vede la coreografia diffusa, salvo le coccarde
bianche e rosse e qualche pannello traforato di metallo colorato con i loghi delle
diverse discipline olimpiche, apparse lungo la via della Lunga Pace. Manca quell’armamentario
fatto di colori, luci e suoni; il corredo che dovrebbe radicare i giochi e renderne
manifesta la loro presenza in tutta la città. Restituendole il senso dell’evento,
della festa. L’atmosfera appunto, il sapore croccante delle cose.
Mancano le vibrazioni, l’attesa trepidante per un evento così voluto, un giocattolo forse inceppatosi
su una serie davvero preoccupante di eventi disastrosi. Soprattutto per un popolo
così superstizioso e fatalista.
Così invece la città sembra correre distratta, come sempre, oscillando tra una
certa indefferenza e forse, ma questo sono io, vagamente infastidita. Non mi riferisco
dunque ai luoghi dell’Olimpiade, stadi e infrastutture, chiusi con diligente tempismo
dirigista in largo anticipo, ma ai mille cantieri ancora aperti, la loro polvere
infernale, il senso pervicace del grigio diffuso; grigi i cavalcavia, grigia la
matrice del colore dei palazzi alti, incombenti, moderni. Così distanti dal grigio
gentile e aggraziato dei mattoni degli Hutong, con i loro tetti a pagoda i pochi decori e le alte betulle, nelle cui chiome
il cielo, spesso grigio, ha comunque mille storie da raccontare.
La Pechino vista dal pedone, con i suoi infiniti marciapiedi rattoppati e tormentati dai lavori in corso
in cui inciampare, i dettagli mancanti, le aiuole posticce con l’erba trascurata
e la terra a vista. Oggi il verde non manca certo, massicciamente piantato ha
forse sostituito l’iconografia olimpica, ma è curato solo dove lo spettatore lo
deve vedere, a ridosso degli snodi dello show.
Girato l’angolo, amen.
Oggi Pechino sembra, ma non è.
Non ancora perlomeno.
La sensazione è di diffuso affanno, simile a quella dello studente universitario
che arriva all’esame facendo la notte il giorno prima. Ogni minuto prezioso per
finire di tracciare, scrivere, memorizzare qualche cosa. Encomiabile sforzo certo,
ma anche dimostrazione dell’immaturità adolescenziale nel gestire il proprio tempo
in sicurezza e pianificare in confidenza.
Così sarà per importanti opere di architettura, future icone urbane, apparentemente finite la notte prima dell’evento, interamente
solo tra un anno. Chiuse comunque nei loro recinti, a ricordare l’inaccessibilità
del potere. Ogni giorno osservo il divenire di questi cantieri, anzi, l’ho fatto
per due anni. Grigi anch’essi, specialmente l’edificio santuario che Rem Coolhaas
ha disegnato per la televisione di stato, la CCTV. Ha il respiro dell’architettura,
l’ardire strutturale e i tagli del disegno intellettuale, originale ad ogni costo.
E’ rivestito di vetro. Grigiastro naturalmente.
Pechino però, con le sue incomprensibili storie da raccontare, tante quante i
mille dettagli mancanti, mi ricorda ogni volta il dispiacere provato nel non poter
parlare questa lingua, con cui chiederne ragione. Magari a quel signore cotto
dal sole, in calzoncini corti e canottiera bianca che, all’ombra di un cantiere,
tra la polvere pratica le posizioni del Tai Chi.
Perchè oggi finalmente c’è un sole incredibile a Pechino. Il cielo è azzuro come
nel resto del mondo e, con le poche nuvole, sovverte l’ordine delle cose.