Cosa fanno i cinesi nel tempo libero? Tra le tante cose, una delle preferite è mangiare. Esiste un’antica tradizione
di ristorazione cinese che serve dai più ricchi ed esigenti sino alla gente più
semplice, e che va dal ristorante più elegante, che offre zuppa di pinne di pescecane
e nidi di rondine, sino alla bettola più lurida che propone tagliatelle in brodo
e panini al vapore. Mangiare fuori è un piacere che accomuna tutti, dal magnate
all’operaio, dal dirigente di partito al lavoratore migrante.
A tavola non ci sono delle regole di galateo vere e proprie – il principio è quello di godersi il cibo – ma due cose sono essenziali in
un banchetto cinese: ci deve sempre essere da mangiare in abbondanza (gli avanzi
si possono comunque portare a casa in comode confezioni di polistirolo e mangiare
il giorno seguente) e il conto è pagato da una sola persona. Dividere la spesa
è considerato un distacco fuori luogo tra amici, e una quantità di cibo non abbondante
indica avarizia e scarso rispetto per l’ospite da parte di chi offre.
A Pechino la cultura del mangiare ha il suo tempio in una grande via della città vecchia, e sebbene i cartelli
riportino un altro nome, i pechinesi la chiamano
gui jie, dove “jie” è strada, e “gui” è il primo recipiente per vivande inventato in
Cina, migliaia d’anni or sono, come a sottolineare una ricerca delle origini ideali
della cucina tradizionale.
Nella gui jie ci sono solo ristoranti cinesi, del resto, e solo ristoranti dove
si va per mangiare e non per farsi vedere. Apertura permanente (24 ore su 24),
piatti semplici e prezzi popolari sono il marchio dei ristoranti della gui jie,
dove l’unico modo per pagare gli affitti stellari è quello di avere un volume
costante di clienti, sia di giorno che di notte. Gli esercizi che non ce la fanno
chiudono in breve tempo, quelli che sopravvivono abbastanza si fanno un nome che
evoca rispetto in tutta la città: con la concorrenza che c’è, solo chi sa far
bene il mestiere del ristoratore rimane in affari.
La strada stessa non è lunga più d’un chilometro, sebbene i commercianti cerchino di creare spazio
aggiugendo piani aggiuntivi agli edifici e sviluppare gli spazi in profondità,
cosicché alcuni ristoranti con una singola porta rivelano, dopo un lunghissimo
corridoio, saloni da centinaia di persone.
Chi visita la gui jie di notte è anzitutto stupito dalle luci – ogni locale è segnalato da file di lanterne
rosse e da enormi insegne al neon che ne riportano il nome. La seconda cosa che
colpisce è il caos: la strada non è mai tranquilla, ma di notte diventa una bolgia
di gente che passeggia con in mano spiedini vari, clienti in coda fuori dai ristoranti
più famosi, macchine che cercano parcheggio ed eserciti di “buttadentro”, ragazzi
pagati per convincere i clienti ad entrare nei locali meno gettonati. In estate,
in particolare, la via è una vista spettacolare, con i tavolini sulla strada sempre
affollati e il flusso infinito di birra ghiacciata e piatti piccantissimi alla
sichuanese, l’ideale per combattere l’afa dell’agosto pechinese.
La gui jie unisce tutta la città: ci si trovano le famiglie d’ogni ceto, gruppi di giovani e giovanissimi, star
della TV e del cinema, personaggi politici, talvolta anche qualche straniero portato
da chi si sa muovere in città. E’ qui che la gente di Pechino trascorre le sue
notti estive, nella calura, nel vociare di migliaia di voci che ordinano e cantano,
chiamano ed esultano, in una situazione archetipica che in cinese si esprime con
una sola parola che i dizionari traducono come divertimento: re nao, letteralmente: “fa caldo, e c’è un gran chiasso”.