05/08/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



In migliaia ancora prigionieri in Congo e Sudan
Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
 
 
Nessuno sa con esattezza quanti siano, nessuno sa se e quando torneranno a casa. La guerra civile nel Nord dell’Uganda è in un momento di stasi, fermata dall’avvio degli accordi di pace tra il governo del presidente Yoweri Museveni e i ribelli del Lord’s Resistance Army, ma i bambini e le bambine rapiti dall’LRA rimangono un’incognita. Le fonti, più o meno ufficiali, parlano di circa 30mila, costretti con la forza, nel corso di più di vent’anni di conflitto, a lasciare le loro case e ad imbracciare un fucile o a diventare, nel caso delle bambine e ragazze, schiave sessuali dei capi ribelli. Certo, molti di loro, con il tempo, hanno fatto ritorno a casa, grazie a fortuite circostanze o perché sono riusciti a scappare. Ma in migliaia sono ancora prigionieri e conducono una vita terribile nascosti nell’est della Repubblica Democratica del Congo e nel Sud del Sudan, laddove i ribelli hanno sistemato le loro basi. Nel frattempo gli accordi di pace sono fermi e sulla possibilità che siano conclusi in tempi brevi si nutre più che una riserva. Il leader dell’LRA, Joseph Kony ha più volte ribadito che il processo di pace potrà andare avanti solo se la Corte Penale Internazionale rinuncerà a perseguirlo, come annunciato, per crimini di guerra e contro l’umanità.
 
Campo rifugiatiE i bambini? “Qui non abbiamo bambini, solo combattenti” ha risposto Kony ad un giornalista della Reuters, uno dei pochissimi che è riuscito ad avvicinarlo, circa un anno fa. Ma a parlare contro e a raccontare di atrocità e violenze sono quegli stessi ragazzi e ragazze che hanno ritrovato la strada di casa. Molti vorrebbero evitare di parlarne, ma altrettanti sentono il bisogno di liberarsi da incubi e segreti che continuano a lacerarli e dividerli dagli amici, dai parenti, e anche da chi li incontrerà in futuro senza conoscere le loro storie.
 
GeorgeGeorge era un bambino di neanche 12 anni quando è stato rapito, insieme al fratello, dalla casa dove viveva con i genitori a Kitgum, nel Nord del Paese. Come molti altri, fu costretto ad una marcia forzata a piedi per giorni e giorni fino a raggiungere un accampamento militare nel Sud del Sudan. Lì, George ha imparato a tenere un fucile, prendere la mira e sparare. Ha imparato a nascondere il pensiero della casa, della famiglia. Ha imparato a nascondere se stesso e la voglia di fuggire. “Ma è quello a cui pensavo sempre, in ogni momento” ci racconta oggi fuori della capanna in un campo per sfollati che ora è la sua casa. Quando è tornato, infatti, George ha scoperto di essere rimasto solo, i genitori erano nel frattempo morti, entrambi di AIDS e della sua numerosa famiglia era rimasto uno zio, l'unico che potesse occuparsi di lui. George, tra i tanti, è uno dei fortunati. Un'organizzazione umanitaria si è presa cura di lui, gli ha dato supporto psicologico e l’opportunità di studiare.
 
Oggi George ha 17 anni, è orgoglioso dei suoi risultati scolastici e del fatto che è riuscito ad ottenere una vacca da un programma di sostegno alle comunità locali sfollate a causa della guerra. Sì, George è uno di quelli fortunati che è riuscito a fuggire, ma non ha dimenticato e racconta: “ci facevano fare quello che volevano. Una volta dovetti trasportare per ore e ore la testa di una compagna. Le era stata mozzata per darle una lezione e io dovevo portarla ad uno dei capi che in quel momento era in un campo più lontano. Pensavo solo a fuggire, anche se con i miei occhi avevo visto uccidere un altro compagno che aveva provato a scappare, poi la sua testa era stata fracassata e ci è stato chiesto di bagnare le nostre mani in quello che ne restava. Poi ci hanno dato da mangiare impedendoci di lavarci le mani”. Non chiediamo a George se sia stato costretto ad uccidere qualcuno, è superfluo e sarebbe un’inutile tortura. È una fortuna che sia tornato, del fratello non ha saputo più nulla.
 
CapanneDominic, Nancy e Rose sono ragazzi ancora più speciali. Non solo perché sono riusciti a sfuggire ai ribelli dell’LRA, ma perché la loro storia l’hanno raccontata in un film. “Wardance”, firmato da due registi americani, ha già fatto il giro del mondo facendo conoscere un angolo di Africa che da paradiso può essere trasformato in inferno. Un inferno da cui ci si può riscattare ed emergere. Grazie all’arte e a persone che credono in te. Dominic, Nancy e Rose da ragazzi di villaggio cresciuti in povertà, tra le urla di paura e gli spari dei fucili, sono diventati attori di loro stessi. “E’ difficile per la gente credere alle nostre storie – afferma uno di loro quando il film ha inizio – ma se non le raccontiamo queste storie non saranno conosciute”. Incontriamo questi ragazzi a Kampala, la capitale dell’Uganda, il giorno in cui il film che li vede protagonisti viene presentato tra consoli, ambasciatori, ministri, responsabili di ONG. Loro sembrano adulti tra gli adulti, poco intimoriti da tanta folla, molto consapevoli del loro ruolo di portatori di un messaggio: fermare la guerra definitivamente, riportare i bambini a casa e dare loro speranza nel futuro. Tutti e tre vengono dal campo rifugiati di Patongo, nel distretto di Pader a Nord dell’Uganda. Così giovani hanno già un’esperienza incredibile da testimoniare. Dominic ha 14 anni e ne aveva 9 quando è stato rapito. Confessa: “ho ucciso tre persone, con un arnese per lavorare la terra, se non avessi ubbidito a chi mi aveva ordinato di farlo mi avrebbero ucciso. Quelle persone non mi avevano fatto nulla, non avevano fatto niente a nessuno. Penso sempre a loro, sempre”. Dominic è un artista, suona lo xilofono e insegna musica agli altri studenti. Rose, 13 anni, è timida, timidissima, parla solo Acholi la lingua del suo popolo, ed è Dominic a tradurre per lei in inglese. I ribelli le hanno ucciso entrambi i genitori, della madre le hanno fatto ritrovare il teschio. Rose ha una voce bellissima e canta in un coro. È questa la cosa che le piace fare di più, studiare le piace un po’ meno, ma che importa, continuare a cantare è il suo sogno. Infine Nancy, 14 anni: il padre è stato ucciso dai ribelli, la madre rapita. “Danzare mi fa dimenticare ogni cosa e se chiudo gli occhi mentre danzo mi sento di nuovo a casa”.
 
Nancy sogna di diventare dottore e a scuola è tra le prime. Dominic, Rose e Nancy sono tre giovani vittime della guerra civile combattuta per più di vent’anni in Nord Uganda, ma sono anche degli artisti. Nel 2005 insieme alla loro scuola, unica proveniente dalla zona di guerra, hanno partecipato al National Music Festival che si tiene ogni anno nel Teatro Nazionale di Kampala. Una partecipazione che non solo ha avuto un forte valore simbolico ed emotivo, ma ha valso ai ragazzi un premio da portare al villaggio con la loro meravigliosa Wardance.
 
Soldato in marciaLe storie raccontate dagli ex-bambini soldato si assomiglino tutte. Violenze, stupri, rituali di sangue. Ancora decine di migliaia restano prigionieri di guerre assurde. Andrebbe ricordato che a volte le denunce dei governi non solo altro che ipocrita retorica, visto che molti Stati (alcuni dei quali occidentali) ancora mancano di firmare o ratificare il Protocollo opzionale alla Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, che stabilisce che gli Stati aderenti non possano impiegare nei conflitti armati minori di 18 anni. Molti di questi Stati consentono il reclutamento volontario o obbligatorio dei minori di 18 anni. L’Uganda è uno di questi.
 
Antonella Sinopoli
 
Parole chiave: antonella sinopoli, bambini soldato, uganda
Categoria: Bambini, Guerra
Luogo: Uganda