Scritto per noi da
Antonella Sinopoli
Nessuno sa con esattezza quanti siano, nessuno sa se e quando torneranno a casa.
La guerra civile nel Nord dell’Uganda è in un momento di stasi, fermata dall’avvio
degli accordi di pace tra il governo del presidente Yoweri Museveni e i ribelli
del Lord’s Resistance Army, ma i bambini e le bambine rapiti dall’LRA rimangono
un’incognita. Le fonti, più o meno ufficiali, parlano di circa 30mila, costretti
con la forza, nel corso di più di vent’anni di conflitto, a lasciare le loro case
e ad imbracciare un fucile o a diventare, nel caso delle bambine e ragazze, schiave
sessuali dei capi ribelli. Certo, molti di loro, con il tempo, hanno fatto ritorno
a casa, grazie a fortuite circostanze o perché sono riusciti a scappare. Ma in
migliaia sono ancora prigionieri e conducono una vita terribile nascosti nell’est
della Repubblica Democratica del Congo e nel Sud del Sudan, laddove i ribelli
hanno sistemato le loro basi. Nel frattempo gli accordi di pace sono fermi e sulla
possibilità che siano conclusi in tempi brevi si nutre più che una riserva. Il
leader dell’LRA, Joseph Kony ha più volte ribadito che il processo di pace potrà
andare avanti solo se la Corte Penale Internazionale rinuncerà a perseguirlo,
come annunciato, per crimini di guerra e contro l’umanità.

E i bambini? “Qui non abbiamo bambini, solo combattenti” ha risposto Kony ad
un giornalista della Reuters, uno dei pochissimi che è riuscito ad avvicinarlo,
circa un anno fa. Ma a parlare contro e a raccontare di atrocità e violenze sono
quegli stessi ragazzi e ragazze che hanno ritrovato la strada di casa. Molti vorrebbero
evitare di parlarne, ma altrettanti sentono il bisogno di liberarsi da incubi
e segreti che continuano a lacerarli e dividerli dagli amici, dai parenti, e anche
da chi li incontrerà in futuro senza conoscere le loro storie.

George era un bambino di neanche 12 anni quando è stato rapito, insieme al fratello,
dalla casa dove viveva con i genitori a Kitgum, nel Nord del Paese. Come molti
altri, fu costretto ad una marcia forzata a piedi per giorni e giorni fino a raggiungere
un accampamento militare nel Sud del Sudan. Lì, George ha imparato a tenere un
fucile, prendere la mira e sparare. Ha imparato a nascondere il pensiero della
casa, della famiglia. Ha imparato a nascondere se stesso e la voglia di fuggire.
“Ma è quello a cui pensavo sempre, in ogni momento” ci racconta oggi fuori della
capanna in un campo per sfollati che ora è la sua casa. Quando è tornato, infatti,
George ha scoperto di essere rimasto solo, i genitori erano nel frattempo morti,
entrambi di AIDS e della sua numerosa famiglia era rimasto uno zio, l'unico che
potesse occuparsi di lui. George, tra i tanti, è uno dei fortunati. Un'organizzazione
umanitaria si è presa cura di lui, gli ha dato supporto psicologico e l’opportunità
di studiare.
Oggi George ha 17 anni, è orgoglioso dei suoi risultati scolastici e del fatto
che è riuscito ad ottenere una vacca da un programma di sostegno alle comunità
locali sfollate a causa della guerra. Sì, George è uno di quelli fortunati che
è riuscito a fuggire, ma non ha dimenticato e racconta: “ci facevano fare quello
che volevano. Una volta dovetti trasportare per ore e ore la testa di una compagna.
Le era stata mozzata per darle una lezione e io dovevo portarla ad uno dei capi
che in quel momento era in un campo più lontano. Pensavo solo a fuggire, anche
se con i miei occhi avevo visto uccidere un altro compagno che aveva provato a
scappare, poi la sua testa era stata fracassata e ci è stato chiesto di bagnare
le nostre mani in quello che ne restava. Poi ci hanno dato da mangiare impedendoci
di lavarci le mani”. Non chiediamo a George se sia stato costretto ad uccidere
qualcuno, è superfluo e sarebbe un’inutile tortura. È una fortuna che sia tornato,
del fratello non ha saputo più nulla.

Dominic, Nancy e Rose sono ragazzi ancora più speciali. Non solo perché sono
riusciti a sfuggire ai ribelli dell’LRA, ma perché la loro storia l’hanno raccontata
in un film. “Wardance”, firmato da due registi americani, ha già fatto il giro
del mondo facendo conoscere un angolo di Africa che da paradiso può essere trasformato
in inferno. Un inferno da cui ci si può riscattare ed emergere. Grazie all’arte
e a persone che credono in te. Dominic, Nancy e Rose da ragazzi di villaggio cresciuti
in povertà, tra le urla di paura e gli spari dei fucili, sono diventati attori
di loro stessi. “E’ difficile per la gente credere alle nostre storie – afferma
uno di loro quando il film ha inizio – ma se non le raccontiamo queste storie
non saranno conosciute”. Incontriamo questi ragazzi a Kampala, la capitale dell’Uganda,
il giorno in cui il film che li vede protagonisti viene presentato tra consoli,
ambasciatori, ministri, responsabili di ONG. Loro sembrano adulti tra gli adulti,
poco intimoriti da tanta folla, molto consapevoli del loro ruolo di portatori
di un messaggio: fermare la guerra definitivamente, riportare i bambini a casa
e dare loro speranza nel futuro. Tutti e tre vengono dal campo rifugiati di Patongo,
nel distretto di Pader a Nord dell’Uganda. Così giovani hanno già un’esperienza
incredibile da testimoniare. Dominic ha 14 anni e ne aveva 9 quando è stato rapito.
Confessa: “ho ucciso tre persone, con un arnese per lavorare la terra, se non
avessi ubbidito a chi mi aveva ordinato di farlo mi avrebbero ucciso. Quelle persone
non mi avevano fatto nulla, non avevano fatto niente a nessuno. Penso sempre a
loro, sempre”. Dominic è un artista, suona lo xilofono e insegna musica agli altri
studenti. Rose, 13 anni, è timida, timidissima, parla solo Acholi la lingua del
suo popolo, ed è Dominic a tradurre per lei in inglese. I ribelli le hanno ucciso
entrambi i genitori, della madre le hanno fatto ritrovare il teschio. Rose ha
una voce bellissima e canta in un coro. È questa la cosa che le piace fare di
più, studiare le piace un po’ meno, ma che importa, continuare a cantare è il
suo sogno. Infine Nancy, 14 anni: il padre è stato ucciso dai ribelli, la madre
rapita. “Danzare mi fa dimenticare ogni cosa e se chiudo gli occhi mentre danzo
mi sento di nuovo a casa”.
Nancy sogna di diventare dottore e a scuola è tra le prime. Dominic, Rose e Nancy
sono tre giovani vittime della guerra civile combattuta per più di vent’anni in
Nord Uganda, ma sono anche degli artisti. Nel 2005 insieme alla loro scuola, unica
proveniente dalla zona di guerra, hanno partecipato al National Music Festival
che si tiene ogni anno nel Teatro Nazionale di Kampala. Una partecipazione che
non solo ha avuto un forte valore simbolico ed emotivo, ma ha valso ai ragazzi
un premio da portare al villaggio con la loro meravigliosa Wardance.

Le storie raccontate dagli ex-bambini soldato si assomiglino tutte. Violenze,
stupri, rituali di sangue. Ancora decine di migliaia restano prigionieri di guerre
assurde. Andrebbe ricordato che a volte le denunce dei governi non solo altro
che ipocrita retorica, visto che molti Stati (alcuni dei quali occidentali) ancora
mancano di firmare o ratificare il Protocollo opzionale alla Convenzione internazionale
sui diritti dell’infanzia, che stabilisce che gli Stati aderenti non possano impiegare
nei conflitti armati minori di 18 anni. Molti di questi Stati consentono il reclutamento
volontario o obbligatorio dei minori di 18 anni. L’Uganda è uno di questi.
Antonella Sinopoli