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Hanno combattuto in Iraq e in Afghanistan, sono rimasti feriti anche in modo
grave e ora devono pensare a cosa sarà della loro vita, da affrontare chi con
un arto amputato, chi con un intestino ricostruito dai chirurghi. Ma dall’inizio
di gennaio centinaia di soldati statunitensi in cura al Walter Reed Army Medical Center di Washington, dove confluiscono i militari Usa feriti in guerra, hanno una
preoccupazione in più: dovranno pagare di tasca loro i pasti nella mensa dell’ospedale.
I tagli. L’esercito Usa difende le nuove misure sostenendo che queste si applicano solo
ad alcuni outpatient, i pazienti “esterni” che ricorrono al day-hospital per le cure di cui hanno
bisogno. “Mi hanno assicurato che nessun inpatient (i ricoverati, nda) deve pagarsi i pasti”, dice il portavoce del Walter Reed, Don Vandrey. Ed è vero che i soldati arruolati ricevono già un bonus di 267
dollari al mese per i pasti: molti militari consideravano quella somma come un
aiuto in più per le famiglie mentre loro erano al fronte. Fino al 3 gennaio, tutti
i pazienti del Walter Reed – outpatient compresi – ricevevano il bonus e potevano anche mangiare gratis all’ospedale.
Ora però gli outpatient in cura da più di tre mesi non possono più farlo, e non si parla solo di qualche
soldato.
Le critiche. Dopo le lamentele dei veterani sui bassi salari dei soldati, le rimostranze
dei militari sulla ferma prolungata in Iraq e le critiche subite dal segretario
alla Difesa Donald Rumsfeld riguardo le precarie condizioni di sicurezza delle
truppe sul campo, la questione dei pasti a pagamento rischia di aprire un altro
filone di scontento tra le fila dell’esercito. “E’ un esempio di un più largo
problema relativo al costo totale della guerra – sostiene Steve Robinson, direttore
del National Gulf War Resource Center –. Sui programmi per i veterani non si dovrebbe risparmiare. L’amministrazione
non ha problemi a spendere sui mezzi per fare la guerra, non vedo perché non possa
applicare lo stesso metodo alla cura dei soldati”.Alessandro Ursic