La Corte Costituzionale turca ha deciso di non chiudere il Partito della Giustizia
e dello Sviluppo, il filo-islamico Akp al governo, decidendo però di tagliare
della metà i suoi finanziamenti pubblici. Lo ha annunciato poco fa in una conferenza
stampa ad Ankara, il preside della Corte Hasim Kilic. La chiusura del partito
era stata chiesta a marzo dal procuratore generale Abdurrahman Yalcinkaya, che
lo ha accusato di aver violato la laicità della Turchia.
All'interno della Corte, un bastione dell'establishment laico, si è verificata
la spaccatura prevista da alcuni analisti, con sei giudici a favore dello scioglimento
e cinque contrari. Per arrivare alla chiusura dell'Akp, erano necessari però i
voti favorevoli di sette membri del più alto organo giudiziario turco.
La decisione della Corte significa che nessun esponente dell'Akp verrà messo
al bando dalla politica per cinque anni, come aveva chiesto Yalcinkaya per cinque
71 membri del partito, fra cui il primo ministro Recep Tayyip Erdogan e il presidente
turco Abdullah Gul.
Precisando che i giudici della Corte, nel prendere la loro decisione, hanno tenuto
conto delle sue conseguenze politiche e sociali sul paese, Kilic ha annunciato
che "un serio ammonimento" sarà rivolto all'Akp e ha chiesto a tutti i partiti
politici turchi di prendere i provvedimenti normativi necessari per evitare che
altri casi per la chiusura di un partito giungano davanti alla Corte.
"L'Akp non è stato comunque 'scagionato' del tutto", spiega a PeaceReporter Wolfango Piccoli, un analista dell'Eurasiagroup. "Il problema non è stato risolto
da questa decisione. Alla fine il divario tra i secolaristi e l'Akp rimane, ora
sarà cruciale vedere il comportamento del partito nei prossimi mesi. Se dimostrerà
di aver capito il messaggio, ci sarà la possibilità di una stabilità. Se invece
continuerà ad agire in modo autoritario, specie su temi che riguardano il ruolo
dell'Islam e il secolarismo nel Paese, si potrebbero vedere nuovi picchi di tensione
molto presto".