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Bombe. La nuova ondata di
violenze è iniziata lo scorso 25 luglio, quando tre bombe sono
esplose in diverse parti della Striscia, uccidendo quattro esponenti
di Hamas, un civile e una bambina. In seguito è stato un
crescendo di scontri e arresti e, martedì 29, una nuova
esplosione in un centro di addestramento di Hamas, nel sud della
Striscia, in cui sono rimasti feriti almeno sei militanti del partito
islamico. Hamas accusa Fatah per quegli attacchi, anche se altre
fonti ipotizzano che sia in corso anche uno scontro tra Hamas e una
milizia ispirata ad al Qaeda, che si farebbe chiamare Jaish al-Islam,
i soldati dell'Islam. La presenza organizzata di cellule qaediste a
Gaza è una suggestione proposta a più riprese da
Israele e Stati Uniti, ma la maggioranza dei palestinesi è
convinta che quello in atto sia soprattutto un gioco di potere tra
Hamas e Fatah, in cui altre milizie si inseriscono, esacerbando la
situazione e rendendola ancor meno gestibile.
Regione ribelle. Lo scorso
anno dopo la rottura del governo di unità nazionale e la presa
del controllo di Gaza da parte di Hamas, Israele dichiarò la
Striscia di Gaza “entità nemica”, iniziando un duro
embargo contro il governo locale di Hamas e, contemporaneamente,
promettendo colloqui di pace all'esecutivo del presidente Abu Mazen
in Cisgiordania. Lunedì 28 il quotidiano arabo Asharq al Awsat
pubblicava indiscrezioni secondo cui l'Anp starebbe valutando
l'ipotesi di dichiarare la Striscia “regione ribelle” in quanto,
secondo il punto di vista di Fatah, Gaza sarebbe stata strappata al
controllo di Ramallah con un colpo di stato armato. La definizione
autorizzerebbe, in linea di principio, un attacco militare contro
Gaza. L'Anp accusa infatti Hamas di aver boicottato qualunque
tentativo di compromesso, compreso quello mediato lo scorso anno dal
governo yemenita.
Abu Mazen. La recridescenza
sembra ridurre di molto le possibilità della liberazione del
caporale Gilad Shalit, nelle mani del gruppo islamico da due anni,
per il quale, dopo lo scambio di prigionieri di inizio luglio tra
Israele e Hezbollah, sembravano esserci buone speranze. Il suo
rilascio era appeso ai numeri e ai nomi dei detenuti palestinesi che
Israele sarebbe disposto a liberare ma, mercoledì 30, il
presidente palestinese ha rovesciato il tavolo negoziale, minacciando
di “smantellare l'Anp se Israele dovesse rilasciare esponenti di
Hamas nell'ambito delle trattative su Shalit”. Abu Mazen non ha
parlato di dimissioni, ma ha usato il termine smantellare, che ha
provocato molta indignazione, sia a Gaza che in Cisgiordania. Il
presidente palestinese teme che la liberazione degli esponenti di
Hamas rafforzerebbe il movimento anche agli occhi dell'opinione
pubblica della Cisgiordania. Così facendo, però, cessa
idealmente di essere il presidente di tutti i palestinesi. La scorsa
settimana alcune indiscrezioni sostenevano che Israele fosse disposto
a includere nell'affare Shalit, anche la liberazone di Marwan
Barghouti, esponente di spicco di Fatah che sconta l'ergastolo nelle
carceri israeliane, ma anche un potenziale dissidente interno
rispetto alla politica del presidente palestinese, servile nei
confronti di Stati Uniti e Israele.
Torture. Abu Mazen non è
però il solo a temere l'opinione pubblica. Subito dopo l'inzio
delle violenze, il ministero dell'Interno di Hamas ha bandito dalla
Striscia i principali quotidiani stampati in Cisgiordania: al Quds,
al Ayyam e al Hayat al Jadida, con l'accusa di fornire resoconti
squilibrati. Mercoledì 30, infine, lo stesso ministero ha
anche arrestato il direttore locale dell'agenzia palestinese Maan
News, Imad 'Eid. La libertà di stampa nei territori in questi
momenti è gravemente minacciata, così come è
fortemente limitata la libertà di movimento anche per i pochi
cronisti che operano dall'interno della Striscia di Gaza. Entrambe le
fazioni stanno giocando su più tavoli e hanno tante cose da
nascondere, a cominciare dalle torture e dalle violazioni dei diritti
dei rispettivi prigionieri. Lo rivela un rapporto dell'Ong
palestinese Al Haq, secondo cui sia Fatah che Hamas hanno usato la
tortura “regolarmente” nel corso dell'ultimo anno.
L'organizzazione per i diritti umani sostiene che dei circa mille
prigionieri detenuti quest'anno dalle due fazioni, tra il 20 e il 30
percento hanno subito violenze o torture, in consegnenza delle quali
almeno quattro sarebbero morti.Naoki Tomasini