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Nel Paese esiste un carcere del quale nessuno parla, l’edificio 1391.
Negli anni trenta, durante il protettorato inglese, le autorità
militari costruirono in Palestina una serie di edifici destinati alla
polizia. Sono fortini circondati da mura, con torrette per il controllo
del territorio esterno e interno alla struttura. Si tratta di
palazzotti più o meno simili, oggi segnalati da cartelli che li
indicano per numero. Eppure il 1931 non esiste, non è visibile sulle
carte, non ha alcuna insegna che lo definisca, è scomparso persino
dalle fotografie aeree. Per questioni di sicurezza non si hanno notizie
sulla sua dislocazione e, secondo alcune testimonianze, dovrebbe
trovarsi in prossimità della frontiera che divideva Cisgiordania e
Israele, prima della guerra dei sei giorni del 1967.
Sheikh Abdel Karim Obeid, secondo quanto riferisce Julie Flint,
reporter del giornale libanese ‘The Daily Star’, è stato rilasciato il
5 febbraio di quest’anno, nel quadro dell’accordo per la liberazione di
436 prigionieri detenuti dal governo di Tel Aviv. È stato un ‘ospite’
del campo misterioso. Ospite, perché per tutto il periodo del suo
soggiorno in carcere non è mai stato sottoposto a processo e
considerato in ‘detenzione amministrativa’, quindi senza diritti
legali.
Con lui ha ritrovato la libertà anche Mustafà Dirani, altro ospite del
carcere per otto anni, di cui sette in isolamento. Secondo gli avvocati
israeliani dei due, cittadini libanesi, Obeid e Dirani sarebbero stati
tenuti in condizioni disumane, violentati, mai messi in contatto con
alcun organismo internazionale per la tutela dei diritti umani e tanto
meno con la Croce Rossa internazionale. Questo per un motivo molto
semplice: nessuno sapeva dell’esistenza della prigione.
Tutti i detenuti ignoravano dove fossero e, quando cercavano di
saperlo, i secondini rispondevano loro “sulla luna” o “a Honolulu”.
Bashar Jadallah era stato catturato dalle Israel Defence Forces (Idf)
il 22 novembre del 2002. In una dichiarazione giurata l’uomo,
imprenditore cinquantenne di Nablus, in Cisgiordania, ha raccontato che
la sua cella era di 2 metri per due, senza finestre e dai muri neri.
Una fioca lampadina illuminava la stanza giorno e notte ed anche a lui
era impedito di entrare in contatto con chiunque, anche col suo
difensore.
Nella sua testimonianza si legge: “Non sapevo dov’ero, non potevo
guardare in faccia le guardie e avevo una terribile paura. Ero
consapevole di poter sparire da un momento all’altro ed ero certo che i
miei familiari non avrebbero avuto più nessuna notizia di me”.
Nel suo racconto Bashar aggiunge: “Prima di farmi uscire, mi facevano
mettere dei pesanti occhiali scuri, che mi coprivano completamente gli
occhi. Dovevo portarli quando mi conducevano in un altro locale, come
la stanza per gli interrogatori o l’infermeria. Potevo toglierli una
volta tornato nella mia cella e non prima”.
I reclusi nel 1391, per quanto è dato sapere dalle pochissime
informazioni disponibili, sono privati del sonno, di cibo, hanno
indumenti inappropriati. I materassi dei letti sono sporchi e
maleodoranti, non vi sono servizi igienici, se non un secchio che viene
sostituito raramente e un rubinetto per l’acqua, ma azionato dai
secondini per poco tempo e senza preavviso. Esiste un impianto di aria
condizionata che mantiene la temperatura molto bassa, così da raggelare
le persone, mentre rumori continui non permettono di dormire. Spesso
nella notte i carcerieri entrano nelle celle e buttano sui prigionieri
secchi di acqua fredda.
Altre testimonianze parlano di torture, di individui incatenati in
posizioni disumane alle sedie per ore. Esisterebbe poi una differenza
di trattamento tra palestinesi e cittadini di altri Paesi, rapiti e
trasferiti in Israele. Mentre i primi sarebbero sotto la custodia del
servizio segreto interno, lo Shin Beth, comunque controllato, gli altri
potrebbero dipendere da un corpo speciale, l’Unità 504, misteriosa e
specializzata in interrogatori, molto autonoma nelle sue attività.
In Israele la Corte Suprema ha messo al bando la tortura solo nel 1999
e questo induce a pensare che prima di quella data le violazioni dei
diritti più elementari siano state ancor più gravi.
Uno psichiatra di Gerusalemme, Yehuakim Stein, che ha studiato la
situazione per l’organizzazione israeliana per i diritti umani
‘Hamoked”, ritiene che le persone sottoposte ad un regime di
segregazione così duro possano cadere nella “sindrome del terrore,
della dipendenza e dell’indebolimento (Ddd)”. Le torture mentali e
fisiche subite, l’impossibilità a muoversi, l’isolamento totale
dall’esterno, dai parenti, dagli amici porta i detenuti a ad una
dipendenza totale verso i carcerieri, fino a spingerli a confessare
colpe mai commesse. Si tratta di un regime di “terrore”, come lo
definisce il dottor Stein, che viola qualunque legge e convenzione
internazionale.
Al momento non è chiaro quante persone siano trattenute nel carcere
segreto, che è stato definito “la Guantanamo di Israele”. Sembra che
anche il leader palestinese Marwan Barghuti sia stato incarcerato nel
1391.
Il silenzio della stampa internazionale sul carcere è assoluto. C'è da
chiedersi quanti siano i centri di detenzione segreti in Israele e
quanti siano i prigionieri di cui non si ha alcuna informazione.
Per i giornalisti stranieri che dovessero decidere di indagare potrebbe
esistere il pericolo di espulsione dal Paese, per la stampa nazionale
l’accusa di attentato alla 'sicurezza nazionale'.