I giudici di Belgrado consentono l'estradizione all'Aja, rompendo gli indugi della difesa
Radovan Karadzic, da questa mattina, è
rinchiuso nel carcere olandese di Shaveningen. Un convoglio di auto
blindate, scortate dai corpi speciali serbi (con gli agenti tutti a
volto coperto) si è mosso all'alba verso l'aeroporto di
Belgrado.
In cella all'Aja. Karadzic era atteso da un volo per
Rotterdam, dal quale è stato trasferito nel centro di
detenzione nei pressi dell'Aja, dove apparirà nei prossimi
giorni davanti al Tribunale Penale Internazionale che lo accusa di
crimini di guerra e genocidio commessi in Bosnia.
E' finita così la farsa del
ricorso della difesa dell'ex leader dei serbi di Bosnia. ''No, il
ricorso non è mai stato spedito. Era il solo mezzo per
ritardare la sua partenza dalla Serbia e consentire alla sua
famiglia, che si trova in Bosnia, di visitarlo'', ha ammesso Svetozar
Vujacic, l'avvocato di Karadzic, parlando con l'emittente B92.
Ieri Ivana Ramic, portavoce del Tpi, aveva confermato che il ricorso
non era ancora arrivato e i giudici di Belgrado hanno emesso il loro
verdetto in serata, subito esecutivo. Una cella singola di quindici
metri quadri, con un letto, uno scrittoio, un televisore che riceve
anche la televisione serba, un bagno, un interfono per comunicare con
le guardie. Questo sarà, per i prossimi anni, il regno dello
psichiatra – poeta Radovan Karadzic, 63 anni, che ha sognato la
Grande Serbia e non si è fatto scrupolo di massacrare civili
innocenti per attuare il suo piano.
Una piccola cella. Karadzic dovrà sottoporsi a una
visita medica e poi comparire in udienza preliminare davanti ai
giudici che gli comunicheranno formalmente le accuse di cui è
imputato e i suoi diritti. A quel punto Karadzic avrà trenta
giorni per dichiararsi colpevole o innocente. Secondo quanto
dichiarato dal suo stesso avvocato, contrario all'idea, l'ex leader
dei serbi di Bosnia si difenderà da solo.
Nello stesso centro di detenzione si
trovano personaggi illustri che, come Karadzic, hanno caratterizzato
gli anni di sangue seguiti alla dissoluzione della ex-Jugoslavia. Su
tutti
Ante Gotovina, generale croato
accusato di una pulizia etnica contro i serbi, e Vojislav Seselj,
capo della milizia serba di Belgrado. Nello stesso centro è
stato detenuto, ed è morto, Slobodan Milosevic. Mancano
all'appello Ratko Mladic, il generale serbo bosniaco esecutore
materiale del massacro di Srebrenica, e Goran Hadzic, ex presidente
dell'effimera Repubblica serba della Krajina, imputato di crimini di
guerra.
Karadzic adesso è solo e il
governo di Belgrado non vede di girare pagina. I tempi lunghi del
ricorso snervavano le istituzioni serbe, intimorite da possibili moti
di piazza. Ieri i sostenitori di Karadzic avevano chiamato a raccolta
i radicali in piazza della Repubblica, nella capitael serba. In
15mila erano accorsi, con foto di Karadzic e Mladic e le tre dita
(simbolo ortodosso) levate al vento.
Dopo i tafferugli con la polizia,
almeno quaranta dimostranti sono finiti in manette.