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Terrorismo popolare. Lo scorso 2
luglio un palestinese a bordo di un bulldozer speronava alcune auto e
un bus in Jaffa street, in pieno centro, uccidendo 3 persone e
ferendone 36. Tre settimane dopo, il 22 luglio, un altro palestinese
tentava di ripetere l'attentato – anche se secondo la famiglia si
trattò solo di un incidente stradale – a pochi passi
dall'Hotel King David, che si apprestava ad ospitare il candidato
democratico alle elezioni Usa di novembre, Barak Obama. Lo stesso
Obama che, poche settimane prima, si era espresso a favore di una
Gerusalemme indivisa, sotto il completo controllo israeliano: un vero
e proprio schiaffo alla diplomazia internazionale, che sulla
questione di Gerusalemme si dibatte da 41 anni. Da quando, nel '67,
Israele prese il controllo della città Santa e della
Cisgiordania. Le forze di sicurezza israeliane assimilano i due
attentati di questo mese a quello avvenuto lo scorso 6 marzo, quando
un palestinese residente di Jabel Mukaber, un villaggio nella cerchia
di Gerusalemme, aveva fatto irruzione nella scuola rabbinica Merkaz
Harav, uccidendo 8 ebrei ultraortodossi. Gli altri due attentatori
venivano dai villaggi di Umm Touba e Sur Bahar, sempre entro i
confini di Gerusalemme. In comune questi attentati hanno il fatto di
essere compiuti da palestinesi in possesso di documenti blu, che
attestano la residenza temporanea a Gerusalemme, ma non solo. Nei tre
casi gli autori erano apparentemente “cani sciolti” o criminali
comuni, anche se le loro azioni sono state rivendicate da un gruppo
che si fa chiamare Brigate Imad Mughniyeh. Il direttore dello Shin
Beth, Yuval Diskin, ha sopprannominato questa nuova minaccia
“terrorismo popolare”, e poi ha puntato il dito contro “il
vuoto di potere a Gerusalemme Est”, dimenticandosi che la parte
araba della città è sempre stata orgogliosamente tenuta
in stato di abbandono dalle autorità municipali israeliane. I
tre attentatori hanno un'altra cosa in comune, sono stati uccisi da
soldati fuori servizio o civili.
Come Saddam. Da qualche tempo,
una Ong legata alla destra israeliana offre un premio in denaro per
chiunque uccida un terrorista palestinese durante un attacco. 1800
Nis, poco più di 300 euro, che sono già stati
consegnati al soldato fuori servizio che freddò l'attentatore
del 2 luglio e anche al colono che uccise il palestinese del 22
luglio. L'Ong si chiama Comitato per la Salvezza della Nazione e
della Terra di Israele, è stata fondata nel 2005 per opporsi
al disimpegno da Gaza e oggi annuncia di essere alla ricerca di nuovi
sponsor per portare il premio fino a 20mila Nis (3700 euro): “Proprio
come fece Saddam Hussein per sostenere le famiglie degli attentatori
sucidi” ha dichiarato uno dei dirigenti. Intervistata dal Jerusalem
Post, la portavoce della polizia locale ammette che “incoraggiare
la gente a uccidere con la promessa di una ricompensa è un
atto illegale”. Di fatto però, tra civili, militari e
coloni, a Gerusalemme la gente armata per strada non manca mai, e con
il clima che si respira in città non c'è bisogno di una
promessa di denaro per lubrificare i grilletti. Chissà quanta
gente si ricorda che, 21 anni fa, nel dicembre del 1987, un camion
israeliano investiva e uccideva quattro lavoratori palestinesi nella
Striscia di Gaza, dando di fatto inizio alla prima Intifada.
Città non negoziabile.
Mentre dunque Israele non cessa di ampliare le proprie colonie a est
di Gerusalemme per inglobare la parte araba della città, e
mentre continuano le demolizioni delle abitazioni “prive di
permessi di costruzione” (permessi che le autorità
territoriali concedono molto raramente ), il premier Olmert tenta di
sfruttare la situazione per colpire ulteriormente la presenza araba
nella città Santa. “Chiunque pensi che sia possibile vivere
con 270 mila arabi all'interno di Gerusalemme deve anche mettere in
preventivo che ci saranno più bulldozer, più trattori e
più auto che commetteranno attentati” ha dichiarato. Il
luogo comune vuole che gli arabi siano guidatori piuttosto anarchici,
ma le statistiche israeliane ricordano anche che, dal 2000 a oggi, i
palestinesi di Gerusalemme arrestati in relazione a minacce
terroristiche sono stati 270. Lo 0,1 percento. L'indomani Olmert
annunciava che, alla luce della situazione volatile della città,
“non c'è possibilità pratica di raggiungere un
accordo complessivo su Gerusalemme”. “Gerusalemme è una
linea rossa -ha commentato a caldo il portavoce del presidente
palestinese Abu Mazen, Nabil Abu Rdauinah – non accetteremo nessun
accordo che non comprenda anche la questione”. “Israele è
determinato a distruggere i negoziati e il processo di pace” ha
fatto sapere il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat.
Ritorsioni. Ecco dunque le
misure decise dal governo israeliano per contrastare la minaccia del
“terrorismo popolare”: inanzitutto ai palestinesi alla guida di
bulldozer e mezzi da lavoro non sarà più permesso di
accedere a Gerusalemme ovest, la parte ebraica. Il provvedimento è
stato annunciato lo scorso mercoledì 23 luglio dal ministro
dell'Interno Mair Sheetrit. In precedenza, dopo l'attentato del 2
luglio, la Knesset aveva votato due decreti che consentono alle
autorità di revocare la cittadinanza ai cittadini arabi
coinvolti in operazioni terroristiche e, a titolo di punizione
collettiva, anche alle loro famiglie. É invece ancora in corso
– ma riscuote molti favori – la discussione sull'opportunità
di demolire l'abitazione degli attentatori. Lo stesso ministro
dell'Interno Sheetrit si è spinto oltre, suggerendo di
ritirare i permessi di residenza proprio a tutti gli arabi di
Gerusalemme. Martedì 29 luglio, le autorità israeliane
hanno spianato con la dinamite un'abitazione palestinese di 6 piani,
in cui vivevano 5 famiglie, a Beit Hanina, Gerusalemme est. A nulla è
servita l'interposizione di diversi attivisti per la pace,
palestinesi, internazionali e israeliani. E nemmeno le denunce del
premier palestinese Salam Fayyad, che ha parlato di “violenza
brutale e senza precedenti”. La palazzina di proprietà della
famiglia 'Eisha non possedeva i le necessarie autorizzazioni
edilizie, e dunque andava demolita.Naoki Tomasini