30/07/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Israele teme nuovi attentati con bulldozer e sospende il negoziato sulla città Santa
Il muro di separazione tra territorio israeliano e Cisgiordania non basta più. Adesso la minaccia viene più da vicino e il nemico porta documenti israeliani. Dopo i due attentati del mese di luglio, compiuti a Gerusalemme da palestinesi residenti nella parte araba della città, il governo israeliano studia misure restrittive per scongiurare anche questa minaccia. Nel frattempo, il premier israeliano Olmert annuncia che i colloqui di pace con l'Anp non si potranno concludere entro il 2008, proprio a causa del nodo di Gerusalemme.

Bambino palestinese. Sullo sfondo la spianata delle moscheeTerrorismo popolare. Lo scorso 2 luglio un palestinese a bordo di un bulldozer speronava alcune auto e un bus in Jaffa street, in pieno centro, uccidendo 3 persone e ferendone 36. Tre settimane dopo, il 22 luglio, un altro palestinese tentava di ripetere l'attentato – anche se secondo la famiglia si trattò solo di un incidente stradale – a pochi passi dall'Hotel King David, che si apprestava ad ospitare il candidato democratico alle elezioni Usa di novembre, Barak Obama. Lo stesso Obama che, poche settimane prima, si era espresso a favore di una Gerusalemme indivisa, sotto il completo controllo israeliano: un vero e proprio schiaffo alla diplomazia internazionale, che sulla questione di Gerusalemme si dibatte da 41 anni. Da quando, nel '67, Israele prese il controllo della città Santa e della Cisgiordania. Le forze di sicurezza israeliane assimilano i due attentati di questo mese a quello avvenuto lo scorso 6 marzo, quando un palestinese residente di Jabel Mukaber, un villaggio nella cerchia di Gerusalemme, aveva fatto irruzione nella scuola rabbinica Merkaz Harav, uccidendo 8 ebrei ultraortodossi. Gli altri due attentatori venivano dai villaggi di Umm Touba e Sur Bahar, sempre entro i confini di Gerusalemme. In comune questi attentati hanno il fatto di essere compiuti da palestinesi in possesso di documenti blu, che attestano la residenza temporanea a Gerusalemme, ma non solo. Nei tre casi gli autori erano apparentemente “cani sciolti” o criminali comuni, anche se le loro azioni sono state rivendicate da un gruppo che si fa chiamare Brigate Imad Mughniyeh. Il direttore dello Shin Beth, Yuval Diskin, ha sopprannominato questa nuova minaccia “terrorismo popolare”, e poi ha puntato il dito contro “il vuoto di potere a Gerusalemme Est”, dimenticandosi che la parte araba della città è sempre stata orgogliosamente tenuta in stato di abbandono dalle autorità municipali israeliane. I tre attentatori hanno un'altra cosa in comune, sono stati uccisi da soldati fuori servizio o civili.

Il caterpillar colpito dagli spariCome Saddam. Da qualche tempo, una Ong legata alla destra israeliana offre un premio in denaro per chiunque uccida un terrorista palestinese durante un attacco. 1800 Nis, poco più di 300 euro, che sono già stati consegnati al soldato fuori servizio che freddò l'attentatore del 2 luglio e anche al colono che uccise il palestinese del 22 luglio. L'Ong si chiama Comitato per la Salvezza della Nazione e della Terra di Israele, è stata fondata nel 2005 per opporsi al disimpegno da Gaza e oggi annuncia di essere alla ricerca di nuovi sponsor per portare il premio fino a 20mila Nis (3700 euro): “Proprio come fece Saddam Hussein per sostenere le famiglie degli attentatori sucidi” ha dichiarato uno dei dirigenti. Intervistata dal Jerusalem Post, la portavoce della polizia locale ammette che “incoraggiare la gente a uccidere con la promessa di una ricompensa è un atto illegale”. Di fatto però, tra civili, militari e coloni, a Gerusalemme la gente armata per strada non manca mai, e con il clima che si respira in città non c'è bisogno di una promessa di denaro per lubrificare i grilletti. Chissà quanta gente si ricorda che, 21 anni fa, nel dicembre del 1987, un camion israeliano investiva e uccideva quattro lavoratori palestinesi nella Striscia di Gaza, dando di fatto inizio alla prima Intifada.

Israeliano sale armato sul busCittà non negoziabile. Mentre dunque Israele non cessa di ampliare le proprie colonie a est di Gerusalemme per inglobare la parte araba della città, e mentre continuano le demolizioni delle abitazioni “prive di permessi di costruzione” (permessi che le autorità territoriali concedono molto raramente ), il premier Olmert tenta di sfruttare la situazione per colpire ulteriormente la presenza araba nella città Santa. “Chiunque pensi che sia possibile vivere con 270 mila arabi all'interno di Gerusalemme deve anche mettere in preventivo che ci saranno più bulldozer, più trattori e più auto che commetteranno attentati” ha dichiarato. Il luogo comune vuole che gli arabi siano guidatori piuttosto anarchici, ma le statistiche israeliane ricordano anche che, dal 2000 a oggi, i palestinesi di Gerusalemme arrestati in relazione a minacce terroristiche sono stati 270. Lo 0,1 percento. L'indomani Olmert annunciava che, alla luce della situazione volatile della città, “non c'è possibilità pratica di raggiungere un accordo complessivo su Gerusalemme”. “Gerusalemme è una linea rossa -ha commentato a caldo il portavoce del presidente palestinese Abu Mazen, Nabil Abu Rdauinah – non accetteremo nessun accordo che non comprenda anche la questione”. “Israele è determinato a distruggere i negoziati e il processo di pace” ha fatto sapere il capo negoziatore palestinese Saeb Erekat.

La casa dell'attentatore a umm ToubaRitorsioni. Ecco dunque le misure decise dal governo israeliano per contrastare la minaccia del “terrorismo popolare”: inanzitutto ai palestinesi alla guida di bulldozer e mezzi da lavoro non sarà più permesso di accedere a Gerusalemme ovest, la parte ebraica. Il provvedimento è stato annunciato lo scorso mercoledì 23 luglio dal ministro dell'Interno Mair Sheetrit. In precedenza, dopo l'attentato del 2 luglio, la Knesset aveva votato due decreti che consentono alle autorità di revocare la cittadinanza ai cittadini arabi coinvolti in operazioni terroristiche e, a titolo di punizione collettiva, anche alle loro famiglie. É invece ancora in corso – ma riscuote molti favori – la discussione sull'opportunità di demolire l'abitazione degli attentatori. Lo stesso ministro dell'Interno Sheetrit si è spinto oltre, suggerendo di ritirare i permessi di residenza proprio a tutti gli arabi di Gerusalemme. Martedì 29 luglio, le autorità israeliane hanno spianato con la dinamite un'abitazione palestinese di 6 piani, in cui vivevano 5 famiglie, a Beit Hanina, Gerusalemme est. A nulla è servita l'interposizione di diversi attivisti per la pace, palestinesi, internazionali e israeliani. E nemmeno le denunce del premier palestinese Salam Fayyad, che ha parlato di “violenza brutale e senza precedenti”. La palazzina di proprietà della famiglia 'Eisha non possedeva i le necessarie autorizzazioni edilizie, e dunque andava demolita.
 

Naoki Tomasini

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