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Fino a pochi anni fa, quando il prezzo del petrolio era ancora stabile, le notizie
dei rapimenti dei dipendenti delle compagnie petrolifere, o degli attacchi dei
gruppi ribelli alle installazioni, non facevano molta notizia. Ora, con le forniture
di oro nero perennemente in rosso a causa dell’aumentata domanda mondiale, le
vicende del Delta tengono col fiato sospeso mercati e finanza internazionale.
Oggi, il governo ha reso noto di non poter rispettare la quota di produzione di
2,1 milioni di dollari al barile assegnata alla Nigeria dall'Opec. Allo stato
attuale, meno di un milione di barili esce ogni giorno dai pozzi nigeriani, con
un taglio della produzione che, dal 20 percento dello scorso anno, è arrivato
a oltre il 50. Per far fronte al problema il premier britannico Gordon Brown si
è
offerto di inviare in Nigeria un gruppo di militari scelti, per addestrare le
truppe di elite nigeriane nella infinita guerra contro i militanti del Delta.
Fossero solo i gruppi armati il problema, la proposta di Brown avrebbe un senso. Ma in un contesto dove i militanti sono collusi con gang mafiose e politici corrotti, e in cui il contrabbando di petrolio è una delle poche valvole di sfogo per una popolazione ridotta alla miseria e senza prospettive di lavoro, l’uscita del premier ha provocato un polverone. Sono infatti anni che le comunità del Delta accusano tutte le amministrazioni nigeriane, nessuna esclusa, di essere in combutta con le reti criminali operanti nella zona, e di aver sistematicamente spogliato la regione delle proprie risorse, senza offrire nulla in cambio.
Se non altro, la nuova amministrazione di Yar’Adua ha tentato un approccio diverso
al problema, provando ad avviare un dialogo con le formazioni ribelli. Dialogo
che pare fallito dopo che, alcune settimane fa, i dirigenti della compagnia petrolifera
statale nigeriana avevano reso noto di aver pagato milioni di dollari ai ribelli
per evitare attacchi ai propri impianti. Per smentire la notizia, i ribelli hanno
lanciato una nuova offensiva, che negli ultimi giorni ha portato al rapimento
di più di dieci dipendenti stranieri delle compagnie petrolifere, e a nuovi attacchi
contro le installazioni petrolifere. E il dialogo, dopo il rigetto del mediatore
Ibrahim Gambari (ex-inviato Onu in Myanmar durante la crisi) da parte dei ribelli,
è tornato ai livelli minimi di qualche anno fa. Come a dire che il tempo passa
ma, nel Delta, i problemi rimangono gli stessi da 50 anni.
Matteo Fagotto