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Il nuovo governo libanese si è
formato da poche settimane e attende ancora il voto di fiducia, che
avverrà dopo che i componenti dell'esecutivo avranno
concordato una dichiarazione programmatica. È un momento
delicato: da un lato si vanno definendo le competenze del nuovo
governo libanese, dall'altro si vanno ridefinendo le relazioni con
gli attori internazionali maggiormente coinvolti nel Paese. In
entrambi gli scenari, il ruolo di Hezbollah e delle sue armi sono il
nodo da sciogliere. Non è un caso che le dichiarazioni di
Sfeir concidano con quelle del gran mufti Mohammad Rashid Qabbani,
leader sunnita, secondo cui “E' tempo che il Libano torni ad essere
uno Paese sovrano, dove la sicurezza della popolazione sia nelle mani
dello Stato”. Disarmare il partito di Dio è stata un'idea
fissa per la maggioranza libanese, nota come il blocco del 14 marzo,
ma anche per Israele e gli Stati Uniti. Di fatto, però, il
partito di Nasrallah detiene un potere all'interno del Libano che si
basa su alcuni fatti concreti: innanzitutto Hezbollah si è
dimostrata l'unica realtà in grado di trattare con Israele su
basi paritarie. Così è stato durante il conflitto
dell'estate 2006 e così anche la scorsa settimana, quando lo
scambio di prigionieri tra Israele e il partito di Dio è stato
accolto come un trionfo di tutto il paese. Non è un caso che
alla cerimonia di accoglienza di Kuntar e degli altri prigionieri
fossero presenti esponenti di tutte le fazioni locali. Sarebbe
casuale invece, almeno secondo il quotidiano israeliano Haaretz che
riportava la notizia, il fatto che, alla vigilia dello scambio di
prigionieri, Hezbollah sia stato inserito nell'elenco britannico
delle organizzazioni terroristiche. Nasrallah lo rivendica ad ogni
sua apparizione: il Paese non può fare a meno delle sue
milizie perché parti del suo territorio sono ancora occupate
da Israele, che oltretutto non perde occasione per compiere
violazioni territoriali e minacciare attacchi. Da un lato dunque le
richieste di smobilitare l'arsenale di Hezbollah si moltiplicano,
l'ultima è dell'ambasciatore israeliano all'Onu Danny
Gillerman, che ha accusato il contingente Unifil di non svolgere il
proprio mandato - che sarebbe quello di cercare i depositi di armi
della milizia sciita -, ponendo a suo avviso le basi per un nuovo
conflitto. Dall'altro, Nasrallah replica sostenendo che l'accumulo di
armi fa parte di una strategia difensiva e che le sue milizie fanno
parte del sistema difensivo libanese, a fianco ma separate rispetto
all'esercito nazionale.
Secondo l'intelligence israeliana
Hezbollah avrebbe oggi ripristinato i propri arsenali al livello di
prima del 2006. Le loro armi provengono dall'Iran e giungerebbero in
Libano passando per la Siria o, clandestinamente, per gli aeroporti
turchi. Anche sul fronte dei rifornimenti bellici, iniziano a farsi
sentire le ripercussioni della politica internazionale. Nella mappa
delle alleanze mediorientali formalmente nulla è cambiato, ma
sotto la superfice fervono trattative indirette, alleanze che si
allentano, mani che si stringono e nemici storici che si annusano. È
in quest'ottica che possono essere lette la recente missione –
fallita – di una delegazione siriana a Washington, e l'ostentata
visita di Bashar Assad a Parigi, asso nella manica della nuova
politica francese per il Medio Oriente, dopo il grande gelo tra Bush
e Chirac al tempo dell'invasione dell'Iraq. Isolare Damasco è
stato un errore hanno ammesso Sarkozy e il suo ministro degli esteri
Bernard Kouchner, che si sono spesi per agevolare l'elezione di
Suleiman in Libano e puntano oggi a stabilire relazioni di reciproca
convenienza con Damasco, che oltretutto sta tenendo una trattativa
indiretta con Israele, grazie alla mediazione della Turchia. Il 25
luglio il quotidiano del Kuwait Al Seyassah sosteneva, citando
fonti libanesi, che il deterioramento dei rapporti tra Hezbollah e
Damasco abbia cambiato le rotte del traffico di armi dall'Iran verso
Beirut, che passerebbe oggi per altre vie rispetto al territorio
siriano: illegalmente via aerea oppure per mare. Lo stesso Nasrallah,
secondo la fonte, avrebbe inoltrato una circolare per invitare i suoi
collaboratori a non recarsi più in Siria e a cessare ogni
collaborazione con i servizi segreti damasceni. Prendendo per buona
la notizia, Nasrallah inizierebbe dunque a pensare che la Siria non
sia più un alleato affidabile, ma non solo per le recenti
aperture internazionali di Assad. I rapporti con Damasco si sono
guastati lo scorso febbraio a seguito dell'omicidio del capo militare
di Hezbollah, Imad Mughniyeh, per cui sono stati accusati sia Israele
che i servizi siriani. I contrasti sarebbero sorti quando Damasco ha
negato alle delegazioni siriana e iraniana il permesso di partecipare
all'inchiesta sull'attentato. Questi incidenti diplomatici hanno
minato la fiducia di Nasrallah, che ora teme che Damasco possa
passare informazioni ai suoi nemici, sul traffico di armi o sulle sue
installazioni militari.
Lo scorso 19 luglio, in un sobborgo di
Tehran, una misteriosa esplosione colpiva un convoglio di armi
dirette a Hezbollah, causando 15 morti e diversi feriti. Lo riporta
il quotidiano britannico Daily Telegraph, sostenendo che la notizia
era stata occultata ai media. Secondo il quotidiano, l'Iran avrebbe
intensificato le forniture belliche verso il partito di Dio, in vista
di un possibile conflitto con Usa e Israele legato al suo programma
nucleare. Il Telegraph cita anche un altro episodio di attacco,
avvenuto nella città iraniana di Shiraz, contro un deposito di
armi all'intrerno di una moschea, e lo collega con le operazioni
clandestine che il presidente Usa George W. Bush ha autorizzato
all'interno del territorio iraniano. Le aperture diplomatiche verso
la Siria e le bombe in Iran farebbero parte di un'unica strategia
mirata a indebolire l'arma migliore di Teheran al di fuori dei propri
confini. É comunque decisamente presto per ipotizzare una
rottura dell'asse che lega Teheran a Damasco e Hezbollah, piuttosto,
come spesso accade in Medio Oriente, ogniuno degli attori gioca
contemporaneamente su più tavoli, e le alleanze valgono sempre
e solo fino a prova contraria.Naoki Tomasini