Indietro come i gamberi. L'Italia diminuisce ancora la quota degli aiuti allo
sviluppo. La retromarcia è stata innestata la settimana scorsa, quando la Camera
dei Deputati ha approvato un taglio di 170 milioni di euro nel Decreto di programmazione
economica e finanziaria (Dpef).
Al di sotto delle aspettative. Con la misura, conentuta nell'articolo 60, comma 11 del disegno di legge, nel
triennio 2009-2011 (dopo il passaggio in Senato) si diminuirà, anzichè aumentare
come previsto dagli obiettivi fisssati dall'Unione Europea e dalle Nazioni Unite,
la percentuale di prodotto interno lordo destinata ad aiutare i Paesi poveri a
migliorare la loro crescita. L'Italia tira a fondo l'Europa, confermandosi il
fanalino di coda per allocazioni alla cooperazione internazionale: solo lo 0,19
del Pil. Secondo quanto calcolato dall ong Oxfam-Ucodep, per rispettare gli impegni
sottoscritti in varie sedi internazionali, l'Italia dovrebbe stanziare 6,403 miliardi
di euro entro il 2010, pari allo 0,51 percento del Pil (112 euro per ogni abitante).
Meno della metà di quanto gli italiani spendono in calzature (260 per abitante),
barbiere e parrucchiere (185 euro) o acque minerali e bibite (127 euro). Avendo
stanziato finora 2,471 miliardi di euro, entro il 2010 i fondi per lo sviluppo
dovrebbero ammontare a 2,932 miliardi di euro. "Ci auguriamo che il governo stanzi
nuovi fondi per rispettare gli impegni" esorta Farida Bena, responsabile ufficio
campagne dell'Oxfam-Ucodep.
Pochi spiccioli. Il primo ministro Silvio Berlusconi ha annunciato al G8 giapponese che l'Italia,
che ospiterà il summit il prossimo anno, stanzierà 1,57 miliardi per la salute
globale nell'arco di cinque anni, ma non è ancora chiaro a quali risorse attingere
per assicurare tale somma. Ciò che è certo è che dei quasi tre miliardi di euro
del 2007, solo 71 milioni sono transitati alle organizzazioni non governative.
Mancando una comunicazione trasparente da parte del governo, per verificare gli
stanziamenti reali occorre fare come ha fatto l'Ocse (Organizzazione europea per
la cooperazione e lo sviluppo), che ogni anno pubblica un rapporto sulla cooperazione
italiana. In quello del 2006 (dove il totale era di 2,3 miliardi di euro) risultava
che un miliardo è 'virtuale', riferendosi alla cancellazione del debito. Ottocento
milioni sono andati alla Commissione europea come contributo annuale. La cifra
che l'Italia ha investito direttamente in cooperazione è stata di 461 milioni.
Pochi spiccioli alle ong, e il resto 'spalmato' tra varie istituzioni internazionali,
tra cui Banca mondiale, banche regionali di sviluppo, agenzie delle Nazioni Unite
o governi dei Paesi destinatari dell'aiuto.
L'esperto. Abbiamo chiesto a Sergio Marelli, presidente dell'associazione delle Ong italiane,
una valutazione sui tagli agli aiuti. "E' un segnale che esprime un forte allarme.
Non solo fa sprofondare l'Italia in fondo alla media europea, ma soprattutto disattende
gli impegni formali che il nostro Paese ha sottoscritto con la comunità internazionale".
Quali sono i Paesi più virtuosi in Europa?
Quelli che hanno già superato la soglia dello 0,7 precento indicata dalle Nazioni
Unite come necessaria per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo del millennio:
Svezia, Olanda e Lussemburgo. Noi risultiamo lontani anche da quei Paesi di fascia
media che, pur non raggiungendo gli obiettivi, hanno sviluppato politiche reali
di investimento, come la Spagna, un Paese che potremmo considerare accomunabile
all'Italia, in termini economici, che ha raddoppiato i fondi per la cooperazione
internazionale.
Quali strumenti si possono adottare per migliorare la situazione, a quali fonti
'alternative' attingere per aumentare gli stanziamenti?
Lo 0,7 percento è solo una parte del problema. Ma non è l'unico. C'è la questione
di come vengono spesi questi soldi. A settembre, ad Accra, mi recherò a un'imporante
conferenza internazionale delle Nazioni Unite dove verrà discussa la cosiddetta
qualità degli aiuti e la loro efficacia. Anche qui l'Italia non brilla nello scenario
internzionale. Pensiamo all''aiuto allegato', ovvero l'erogazioni di aiuti ai
Paesi poveri solo a condizione che le commesse e i fornitori siano di provenienza
del Paese donatore. L'Italia registra le percentuali più alte d'Europa, perchè
al netto della cancellazione del debito, i due terzi delle risorse allocate dall'Italia
soggiacciono a questo meccanismo. Ancora: per i servizi fondamentali si era deciso
alla conferenza di Copenhagen che il 20 percento delle risorse dovessero andare
a educazione, sanita ecc... L'Italia è al di sotto del 5 percento. Infine, il
governo potrebbe incentivare l'intervento del privato sociale, delle ong, con
misure concrete. Per esempio la defiscalizzazione dei volontari, che sono paradossalmente
considerati soggetti d'imposta. Il rimborso che viene loro erogato è soggetto
a tassazione come se fossero dei lavoratori dipendenti. Poi si dovrebbe rendere
più efficace e snello il meccanismo del 5 per mille, oppure investire le tasse
di scopo, come la carbon tax, nello sviluppo. Infine, ed è forse la causa principale
del disequilibrio a livello mondiale (e io penso anche dell'impennata dei prezzi
alimentari), i fenomeni speculativi internazionali, anche quelli andrebbero tassati.
C'è qualcuno che sta giocando sui mercati, a danno dei più deboli e dei più poveri.
L'instabilità di borsa generata da questi fenomeni a noi toglie qualche spicciolo
dalle tasche, mentre sulle economie fragili dei Paesi in via di sviluppo ha un
impatto devastante.