Come volontaria dell'associazione spezzina Macondo Tre collaboro ormai da diversi
anni con Tuzlanska Amica, un'associazione nata a Tuzla nel 1994 con lo scopo di offrire supporto alle
donne vittime di stupri etnici. Nel corso degli anni il massiccio arrivo dei profughi
e l'alto numero di bambini orfani hanno indirizzato il suo lavoro (e conseguentemente
anche il nostro) su questa strada con un progetto primario di adozioni a distanza
e altri sorti di volta in volta per soddisfare le esigenze specifiche del territorio
e della popolazione.

Dopo l'ovvia soddisfazione per l'arresto di Radovan Karadžić, ho letto tra le
lacrime, con dolore, ma anche con un fremito di autentico piacere le pagine che
numerosi giornali hanno dedicato all'evento, già definito “storico”. Il dolore
è stato naturale, ritrovando tra quelle righe storie così simili a quelle già
ascoltate dalle bocche di chi le ha direttamente vissute, come involontario protagonista
solo
casualmente sopravvissuto a ciò che Adriano Sofri ha definito l'infrangersi di
un tabù (quel mai più che l'Europa aveva pronunciato dopo aver assistito al genocidio
nazista). La sensazione di piacere, più sottile ma altrettanto vera, è nata leggendo
quelle chiare e limpide parole di accusa, messe finalmente nere su bianco dopo
tanta tragica indifferenza. Perché oggi non si parla più della Bosnia.
Finita l'emergenza bellica, fatto salvo per qualche sporadico episodio che la
risveglia
momentaneamente (come la morte di S. Milošević), l'attenzione dell'Europa, che
proprio il genocidio di Srebrenica aveva costretto sui Balcani e sugli orrori
che, tra gli altri, la stessa Europa non aveva saputo impedire, ha lentamente
ma inesorabilmente abbandonato quei luoghi, permettendo il riemergere di un revisionismo
storico negazionista (a cui ho personalmente, più volte, assistito) o, più semplicemente,
lasciando cadere nell'oblio lo sdegno almeno per un attimo provato davanti al
più grande massacro che l'Europa abbia conosciuto dopo la Seconda Guerra Mondiale,
al più lungo assedio mai subito da una città in epoca moderna, ai cecchini, ai
campi di stupro, alle foto dei bambini massacrati, all'immobilità dei Caschi Blu
dell'Onu.
Se prendiamo in mano le interviste sporadiche (anche per mancanza di
intervistatori interessati) rilasciate dalle vittime di quella guerra c'è una
parola che troviamo con ricorrenza spaventosa e nauseante: nessuno. Ancora oggi
nessuno ci aiuta, dicono, nessuno ci rende giustizia, a nessuno importa di noi.
Lo dicono le donne vittime degli abusi sessuali, lo dicono le madri e i padri
che hanno visto morire i figli, i figli che hanno visto morire i genitori, lo
dicono tutti coloro che hanno assistito impotenti al crollo della propria vita
e delle proprie certezze.
Forse tra poco tempo verrà arrestato anche Ratko Mladić, il generale che guidò
l'eccidio di Srebrenica, riportando i Balcani in prima pagina, o forse dovranno
trascorrere anni prima che ciò avvenga. Io credo che, al di là degli eventi contingenti,
sia preciso dovere dell'informazione tenere vivo il ricordo, perché dimenticare
renderà nuovamente possibile l'infrazione del tabù e il ripetersi dell'orrore.
Ma anche perché, nostro malgrado, la tragedia non è finita.
Nel 1992 Zlatko Dizdarević, giornalista di
Oslobođenje (il giornale di Sarajevo che continuò a pubblicare per tutta la durata del conflitto)
scriveva: [i responsabili di tutto questo] pensano davvero di avere dove fuggire
davanti ai bambini che sapranno domani o dopodomani perché è successo loro quel
che è successo, e chi ne è il responsabile? La fuga non è possibile, e questo
è altrettanto chiaro a noi che ai bambini. Oggi, a distanza di 13 anni dalla conclusione
del conflitto, un'altra parola risuona con desolante frequenza: ancora. Molti
profughi non sono ancora rientrati nelle proprie cose, i bambini rimangono ancora
feriti sulle mine e, soprattutto, come se potesse esistere qualcosa di peggiore,
le vittime sentono di non avere avuto ancora giustizia. Ricordo con angoscia il
momento in cui, all'indomani della sentenza dell'Aja che ha sancito nel marzo
2007, la sostanziale estraneità della Serbia al genocidio bosniaco, un'amica di
Tuzla mi disse: ''Vorrei solo aver conservato una di quelle granate dove trovavamo
scritto saluti dalla Serbia''. Una cosa è chiara. La fuga non è possibile, e questo
è vero oggi proprio come lo era 16 anni fa.
Solo uno sforzo continuo di memoria, accompagnato da un aiuto concreto di ricostruzione,
potrà un giorno permettere di chiudere davvero uno dei capitoli più neri della
storia contemporanea.
Francesca Righetti