Scritto per noi da
Roberta Giaconi
Questo è un paese di gente in cammino. Appena lasciate le case di lamiera di
Kampala, con i mendicanti stesi accanto ai palazzoni, la polvere e le merci esposte
alla rinfusa fuori dai negozi, si aprono le strade rosse di laterite che conducono
verso il nord. Brulicano di persone che camminano su entrambi i lati in fila indiana,
costeggiando la vegetazione disordinata della savana e le capanne di fango. Le
donne si annodano rettangoli di stoffa sulla testa e sulla schiena: sopra hanno
legna, vestiti, materiali di ogni tipo, dietro hanno i figli piccoli che dormono.
È tutto colorato, il sole batte forte e poi alle sette di sera scende di colpo,
lasciando una notte senza luci.
"Munu, munu". Il modo più veloce per arrivare a Gulu è salire sul PostBus, l’autobus delle
poste, l’unico che parte a un orario stabilito anche se non è pieno. Qui i tempi
sono dilatati, i movimenti sono lenti e stanchi, bruciati dal sole. Non c’è strada
che non sia piena di buche, provocate dai camion nei giorni di pioggia. Gli autisti
premono il piede sull’acceleratore, senza rallentare mai, neanche quando attraversano
i villaggi e le strade sono piene di persone che attraversano. Si limitano a suonare
il clacson, procedendo indisturbati nella loro corsa. Non c’è nervosismo, non
c’è rabbia. Soltanto quando una persona viene investita, la folla accorre e si
scatena la violenza. "Ti ammazzano se investi qualcuno. La gente si raduna all’improvviso
e ti lincia sul posto. L’unico modo per salvarsi è scappare via velocemente e
non farsi prendere", racconta il volontario di un ong italiana. A ogni sosta dell’autobus
uno sciame di persone alza ceste all’altezza dei finestrini e cerca di attirare
l’attenzione dei passeggeri. Spiedini di carne, banane, pannocchie, bottiglie
di acqua o di coca cola. C’è un odore forte di cibo, di terra, di corpi vivi in
movimento. Dietro di loro altra gente è seduta lungo la strada, sotto i tendoni,
intenta a arrostire le banane.
I bambini indicano gli uomini bianchi con il dito, rincorrono l’autobus e salutano.
"Munu, munu", dicono ridendo. Nella lingua acholi vuol dire "bianco" e nella pratica
è sinonimo di ricchezza e aiuti. Gli unici occidentali in queste zone sono gli
operatori umanitari e i medici. I turisti restano lontano, al massimo si avventurano
fino al parco naturale di Murchison Falls, per fotografare elefanti e giraffe
e dormire nell’albergo per occidentali che i locali non possono permettersi.
Piccola cronistoria. Nell’Uganda del nord è soltanto da poco tempo che si respira veramente la pace,
le trattative tra il governo guidato da Museveni e i ribelli del Lord Resistance
Army (Lra) sono ancora in corso, ma da due anni la situazione è relativamente
stabile e non si sono più registrati massacri. Nel nord non c’è nessuno che non
abbia parenti o amici uccisi e rapiti nel corso di una guerra durata quasi 30
anni. Nel 1979, dopo la disfatta del generale Idi Amin Dada, il suo esercito allo
sbando iniziò la fuga verso il Sudan, e attraversò il paese saccheggiando i villaggi
e uccidendo. Da allora le zone a nord, abitate dall’etnia acholi, sono diventate
un campo di battaglia. Dall’86, da quando Museveni, l’attuale presidente dell’Uganda,
ha preso il potere, si è costituito contro di lui il Lord Resistance Army, guidato
da Kony, che si diceva avesse poteri soprannaturali. Per anni ha razziato i villaggi
e rapito bambini per addestrarli all’uso delle armi. Il Tribunale penale internazionale
dell’Aja ha emesso un mandato di cattura contro di lui per crimini di guerra.
Bambini-soldato. Robert ha completato gli studi di medicina e sta facendo il tirocinio necessario
per l’abilitazione in un ospedale del Nord Uganda. Racconta del fratello di cui
non ha più avuto notizie. Quando aveva 16 anni i ribelli sono entrati nel seminario
dove studiava per diventare prete. L’hanno preso e lo hanno portato via. La famiglia
non ha più avuto sue notizie fino a due anni fa. "L’ho visto, è vivo", ha detto
loro un ragazzo riuscito a fuggire dalla leva forzata dei ribelli. Ma è come se
fosse perso. Molte famiglie si rifiutano di riprendersi i ragazzi e i bambini
costretti dai ribelli a diventare soldati. Hanno ucciso, camminano con il kalashnikov
in spalla, hanno depredato i villaggi. Non importa il fatto che non abbiano avuto
altra scelta.
Gerarchie. Eppure gli acholi sono sempre stati soldati. Hanno i capelli corti, i tratti
non particolarmente marcati, la pelle di un nero intenso. Da quando non combattono
più, sono tornati nei villaggi, alle capanne, alle loro famiglie. Lavorano nei
campi, ma più spesso li vedi ciondolare all’entrata del villaggio. Bevono, picchiano
le mogli, dormono. Un popolo guerriero senza più guerra. Sono le donne qui che
portano avanti tutto: crescono i figli, lavorano, cucinano. Camminano ai bordi
della strada, nel caldo secco, in mezzo alla polvere che si alza e brucia gli
occhi. A volte capita ancora di vederle inginocchiate davanti agli uomini. "Le
cose stanno cambiando. Venti anni fa, per me, era molto imbarazzante. Non potevi
sederti su una panchina perché le donne si fermavano davanti a te e si inginocchiavano
fino a quando non dicevi loro che potevano andarsene", racconta un frate comboniano
che da anni vive nel distretto di Gulu.
Comprare una donna. Ancora oggi c’è la poligamia in Uganda, le donne si comprano in cambio di mucche,
i figli sono la cosa più importante. Qui il povero non è chi non ha soldi, ma
chi non ha mogli e figli. "Quando Frank e io abbiamo deciso di sposarci, lui,
secondo la tradizione, ha scritto una lettera a mio padre", spiega Christine,
una donna di Arua laureata in medicina. "E così è andato nel mio villaggio, per
incontrare mio padre e i miei fratelli e per trattare il prezzo". Più che di una
richiesta romantica si tratta di una conversazione di affari. Il prezzo per una
donna può arrivare anche fino a 10 mucche, ma cambia in funzione del livello di
istruzione e della fertilità. Anche se le chiese sono sempre piene e la domenica
tutti indossano il vestito buono per andare in città, il matrimonio tradizonale
resta più importante di quello religioso. "I clan vedono il matrimonio in chiesa
come una scelta definitiva, mentre il matrimonio tradizionale è diverso. Se la
sposa non rispetta gli impegni l’uomo può restituirla e avere indietro il prezzo
pagato".
Gelosia. Justin guarda gli ippopotami che galleggiano pigri sul Nilo Bianco. Ha accompagnato
il marito nel viaggio da Kampala verso il nord. Hanno un camion pieno di generi
alimentari. Lei è la seconda moglie, quando si è sposata suo marito aveva già
un’altra donna e dei bambini. "Da voi non si può fare, vero?", chiede. È formosa,
ha due figlie piccole che sono rimaste a casa. Le chiedo come si trovi con l’altra
moglie, se si conoscono, si frequentano, si vedono. "She is ok", mi dice tranquilla.
È costoso avere più mogli e i ragazzi che hanno frequentato l’università cercano
oggi di evitarlo. Per ciascuna devi garantire lo stesso trattamento: a letto,
in cucina, in termini di soldi. Ma spesso non basta. Sono gelose l’una dell’altra,
competono su tutto, dal numero dei figli a quello dei vestiti.
Stregoni. È un paese di contraddizioni questo, in cui i morti sono ancora seppelliti vicino
alle capanne per proteggere i vivi, i bambini con problemi fisici appartengono
agli spiriti e gli stregoni sono ancora potenti nei villaggi. "Gli stregoni dei
villaggi si fanno pagare molto, con una capra o una gallina", dice Fernanda, una
suora missionaria, scuotendo la testa. I medici si accorgono della loro influenza
dal numero di bambini con sepsi da ebino che vengono portati all’ospedale. C’è
un’antica credenza, qui: gli spiriti malefici si annidano nei denti e vanno sradicati.
Questo spiega i molti sorrisi sdentati dei bambini dei villaggi. Le guaritrici
strappano via i canini con le unghie o con i ferri arrugginiti delle biciclette,
causando le infezioni. Sono state responsabili anche di molti casi di contagio
di Aids. I malati venivano da loro per curare i sintomi della malattia. Loro li
tagliavano sulle braccia, facevano sgorgare il sangue per purificarli e poi usavano
lo stesso coltello anche per altri.
Le sfide del governo. Se la pace continuerà a reggere, il governo sarà costretto ad affrontare molti
problemi. Gli sfollati per esempio. Soltanto nel campo profughi di Amuru sono
ancora in 60 mila. Le capanne sono di fango e paglia, di due metri di diametro.
All’interno si dorme per terra, con qualche coperta, all’esterno le donne lavorano
la cassava con il pestello per fare la farina. Le mosche volano dappertutto. Gli
acholi prima avevano gli animali, le mucche dalle lunghe corna. Erano la loro
banca. Se un figlio voleva andare all’università li vendevano e pagavano le tasse.
Ma quando è scoppiata la guerra il governo e i ribelli si sono presi ogni cosa
e molti non vedono nessuna ragione per tornare nelle loro terre di provenienza.
Tanti non hanno neanche le scarpe, ma si lavano i piedi con l’acqua presa dal
pozzo prima di avviarsi scalzi verso la città. È sul New Vision, il giornale filogovernativo,
che si leggono oggi le priorità del paese: lotta all’Aids come dovere patriottico,
istruzione e tentativo di arginare la mancanza di insegnanti, volontà di mostrare
forza davanti all’opposizione e ai ribelli.
Il 24 giugno il Daily Monitor, il giornale privato legato all’opposizione, ha
dato la notizia della scoperta di un presunto attentato contro il presidente Museveni.
Lo stesso giorno nella prima pagina del New Vision c’erano gli Ugandan Cranes,
la squadra di calcio ugandese. "Dopo 32 anni di crepacuore la squadra è pronta
a ritornare nell’Africa Nations Cup".