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Massouda Jalal, pediatra quarantenne, madre di tre figli, correrà per
il posto di presidente alla prossima tornata elettorale contro
l’attuale presidente Hamid Karzai e gli altri candidati. Una novità assoluta nella
lunga, millenaria
storia dell’Afganistan
Le sue possibilità di essere eletta non sono alte, ma Massouda Jalal
conta sull’appoggio dei numerosi, milioni di cittadini afgani delusi
dall’attuale amministrazione controllata americana, dai leader
mujahedeen, dai talebani riciclati, dai radicali e dagli estremisti
islamici. Ha lanciato la propria candidatura ‘in nome del popolo afgano
e per il popolo afgano’ come tiene a precisare. ‘Non ho paura. Voglio
ottenere ciò che la gente chiede. Ho coraggio e voglio lanciare una
sfida ad un paese che non ha mai avuto donne nella propria leadership
politica per cinquemila anni’ afferma con orgoglio e con occhi carichi
di speranza.
Nel 2002, dopo la caduta del regime talebano, venne convocata una Loya
Jirga speciale per scegliere una nuova guida per il paese, cui affidare
la leadership nel processo di transizione verso la democrazia. Massouda
si candidò, anche allora contro Karzai. Prima del voto Karzai la
avvicinò e le offrì il posto di vicepresidente se avesse ritirato la
propria candidatura. Massouda si rifiutò, proseguì coraggiosamente per
la propria strada e si piazzò seconda, alle spalle di Karzai, nella
votazione finale. Da allora, soprattutto da parte delle fazioni
islamiche più radicali, le è stato fatto il vuoto attorno. Una donna
capo di stato? Anti-islamico, inaccettabile. E sui giornali e sui media
il suo nome veniva spesso sostituito da un generico ‘la donna’!
“Credo che l’attuale governo dell’Afganistan abbia preso la direzione
sbagliata e che le condizioni di vita della donne afgane siano peggiori
adesso di quanto non lo fossero sotto il regime dei talebani”. Si e’
levato alto all’interno dell’emiciclo di bruxelles, durante un acceso
dibattito al Parlamento Europeo, il grido d’allarme della deputata
britannica Emma Nicholson, che ha ricordato come la segregazione delle
donne, la violenza contro di esse e il mancato rispetto dei loro
diritti fondamentali siano tuttora, e forse ancor piu’ che al tempo dei
talebani, ampiamente diffuse in tutto l’Afganistan.
Lo sostiene Emma Nicholson, lo confermano i rapporti di Amnesty
International e di Human Rights Watch: il tasso di suicidi fra giovani
donne afgane, disperate per i continui soprusi e maltrattamenti subiti,
e’ in continuo e preoccupante aumento: nella sola provincia di Herat
ogni due giorni una donna afgana tenta il suicidio, solitamente
cospargendosi il corpo di benzina e dandosi fuoco.
Il presidente Hamid Karzai sembra non preoccuparsene troppo. Al
contrario, forse per mostrare la propria gratitudine alle fazioni
islamiche più radicali che all’ultima Loya Jirga hanno appoggiato la
linea presidenziale sulla nuova costituzione, Karzai ha recentemente
decretato l’applicazione di una legge vecchia di 34 anni che proibisce
la frequentazione delle scuole alle donne sposate. Poiché
tradizionalmente le donne afgane si sposano molto giovani, il decreto
presidenziale ha provocato nella sola Kabul l’immediato allontanamento
da scuola di oltre duemila studentesse.
Torna alla mente la storia di qualche mese fa di una ragazza di Herat,
29enne. Quattro figli, in attesa del quinto. Si diede fuoco, disperata
per i maltrattamenti fra le mura domestiche e il divieto – impostole
dal marito – di incontrarsi con i propri genitori. Ustioni sul sessanta
per cento del corpo. Sopravvissuta al fuoco, partorì in casa, senza
alcuna assistenza, e tre settimane dopo il parto, dopo che uno zio le
aveva già sottratto il figlio, morì per le conseguenze del tentativo di
suicidio.
Lo racconta Gurcharan Verdee, una sorella morta suicida, che da diversi
anni si occupa dei diritti delle donne in zone di guerra. ‘La
repressione contro le donne e’ molto radicata. La poverta’, i matrimoni
forzati, la mancanza di istruzione, le violenze, tutto questo non e’
cambiato - dice - dal tempo dei talebani. Donne sole non possono salire
sui taxi, devono vestire il burka, non possono lavorare o frequentare
un corso di scuola guida. Non possono studiare ne’ opporsi alle
continue ingiustizie. La loro unica forma di protesta, estrema,
disperata, resta il suicidio’.
Anche per loro, soprattutto per loro, lotta Massouda. Sola, contro
enormi mulini a vento, in un Afganistan forse troppo frettolosamente
dimenticato.