08/03/2004versione stampabilestampainvia paginainvia



Una Don Chisciotte con il velo contro gli abusi sulle donne afgane

Massouda JalalMassouda Jalal, pediatra quarantenne, madre di tre figli, correrà per il posto di presidente alla prossima tornata elettorale contro l’attuale presidente Hamid Karzai e gli altri candidati. Una novità assoluta nella lunga, millenaria storia dell’Afganistan

Le sue possibilità di essere eletta non sono alte, ma Massouda Jalal conta sull’appoggio dei numerosi, milioni di cittadini afgani delusi dall’attuale amministrazione controllata americana, dai leader mujahedeen, dai talebani riciclati, dai radicali e dagli estremisti islamici. Ha lanciato la propria candidatura ‘in nome del popolo afgano e per il popolo afgano’ come tiene a precisare. ‘Non ho paura. Voglio ottenere ciò che la gente chiede. Ho coraggio e voglio lanciare una sfida ad un paese che non ha mai avuto donne nella propria leadership politica per cinquemila anni’ afferma con orgoglio e con occhi carichi di speranza.

Nel 2002, dopo la caduta del regime talebano, venne convocata una Loya Jirga speciale per scegliere una nuova guida per il paese, cui affidare la leadership nel processo di transizione verso la democrazia. Massouda si candidò, anche allora contro Karzai. Prima del voto Karzai la avvicinò e le offrì il posto di vicepresidente se avesse ritirato la propria candidatura. Massouda si rifiutò, proseguì coraggiosamente per la propria strada e si piazzò seconda, alle spalle di Karzai, nella votazione finale. Da allora, soprattutto da parte delle fazioni islamiche più radicali, le è stato fatto il vuoto attorno. Una donna capo di stato? Anti-islamico, inaccettabile. E sui giornali e sui media il suo nome veniva spesso sostituito da un generico ‘la donna’!

“Credo che l’attuale governo dell’Afganistan abbia preso la direzione sbagliata e che le condizioni di vita della donne afgane siano peggiori adesso di quanto non lo fossero sotto il regime dei talebani”. Si e’ levato alto all’interno dell’emiciclo di bruxelles, durante un acceso dibattito al Parlamento Europeo, il grido d’allarme della deputata britannica Emma Nicholson, che ha ricordato come la segregazione delle donne, la violenza contro di esse e il mancato rispetto dei loro diritti fondamentali siano tuttora, e forse ancor piu’ che al tempo dei talebani, ampiamente diffuse in tutto l’Afganistan.

Lo sostiene Emma Nicholson, lo confermano i rapporti di Amnesty International e di Human Rights Watch: il tasso di suicidi fra giovani donne afgane, disperate per i continui soprusi e maltrattamenti subiti, e’ in continuo e preoccupante aumento: nella sola provincia di Herat ogni due giorni una donna afgana tenta il suicidio, solitamente cospargendosi il corpo di benzina e dandosi fuoco.

Il presidente Hamid Karzai sembra non preoccuparsene troppo. Al contrario, forse per mostrare la propria gratitudine alle fazioni islamiche più radicali che all’ultima Loya Jirga hanno appoggiato la linea presidenziale sulla nuova costituzione, Karzai ha recentemente decretato l’applicazione di una legge vecchia di 34 anni che proibisce la frequentazione delle scuole alle donne sposate. Poiché tradizionalmente le donne afgane si sposano molto giovani, il decreto presidenziale ha provocato nella sola Kabul l’immediato allontanamento da scuola di oltre duemila studentesse.

Torna alla mente la storia di qualche mese fa di una ragazza di Herat, 29enne. Quattro figli, in attesa del quinto. Si diede fuoco, disperata per i maltrattamenti fra le mura domestiche e il divieto – impostole dal marito – di incontrarsi con i propri genitori. Ustioni sul sessanta per cento del corpo. Sopravvissuta al fuoco, partorì in casa, senza alcuna assistenza, e tre settimane dopo il parto, dopo che uno zio le aveva già sottratto il figlio, morì per le conseguenze del tentativo di suicidio.

Lo racconta Gurcharan Verdee, una sorella morta suicida, che da diversi anni si occupa dei diritti delle donne in zone di guerra. ‘La repressione contro le donne e’ molto radicata. La poverta’, i matrimoni forzati, la mancanza di istruzione, le violenze, tutto questo non e’ cambiato - dice - dal tempo dei talebani. Donne sole non possono salire sui taxi, devono vestire il burka, non possono lavorare o frequentare un corso di scuola guida. Non possono studiare ne’ opporsi alle continue ingiustizie. La loro unica forma di protesta, estrema, disperata, resta il suicidio’.

Anche per loro, soprattutto per loro, lotta Massouda. Sola, contro enormi mulini a vento, in un Afganistan forse troppo frettolosamente dimenticato.

Marco Rivolta


 

Categoria: Donne, Elezioni
Luogo: Afghanistan