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In un’intervista concessa alla Fox News e trasmessa in questi giorni, il presidente
statunitense George W. Bush si è detto ancora convinto che i combattimenti in
Iraq siano terminati e ha confermato che rifarebbe tale e quale il discorso tenuto
sulla portaerei Lincoln il 1° maggio dell’anno scorso, quando dichiarò la fine
delle maggiori ostilità sotto uno striscione con scritto “Missione compiuta”.
Per il suo operato in questa guerra, ha aggiunto, si rimette “al giudizio della
Storia”. Almeno a sentire gli storici italiani, questo per il momento non è affatto
clemente.
“Credo che la Storia darà un giudizio piuttosto severo su questa presidenza –
dice Nicola Tranfaglia, docente di Storia contemporanea all’Università di Torino
–, sia perché i risultati non sono stati quelli previsti da Bush, sia perché Bush
ha agito mettendo da parte l’Onu e procedendo con un unilateralismo che gli Usa
avevano abbandonato dai tempi di Theodore Roosevelt, agli inizi del Novecento”.
E’ ancora più duro Fulvio Salimbeni, che insegna Storia Contemporanea all’Università
di Udine. “La dichiarazione di Bush – afferma – dà tutto il sens o dell’arroganza e della presunzione del personaggio. Alla luce di quanto sappiamo,
il giudizio della Storia su questo buffone che guida la più grande potenza mondiale
è totalmente negativo. Quando una commissione indipendente del Congresso di Washington
riconosce che il presupposto della guerra in Iraq era un bluff, che non c’erano
le armi di distruzione di massa, una persona seria si sarebbe dovuta dimettere.
Invece Bush continua a mettere insieme una bugia dopo l’altra con l’obiettivo
di mantenersi al potere”.
“Al momento il giudizio è estremamente negativo – commenta Aldo Agosti, che come
Tranfaglia insegna Storia contemporanea all’ateneo torinese – e mi sembra impossibile
pensare che non lo sarà in futuro. Particolarmente per quanto riguarda l’Iraq,
mi sembra che quello di Bush sia stato un errore colossale di prospettiva: sono
state sottovalutate delle conseguenze che non erano inimmaginabili. Si sapeva
che l’Iraq era un Paese che non avrebbe facilmente digerito un’occupazione gestita
in questo modo. La Storia giudicherà negativamente anche questo senso di onnipotenza
e l’unilateralismo estremo che hanno ispirato la presidenza Bush”.
“Bush in questo caso ha pienamente ragione – sorride Luciano Canfora, studioso
di storia e letteratura antica – la Storia lo giudicherà. Il problema è che il
giudizio sarà tremendo. Ci ha portato in una guerra dalla quale non sa come uscire,
portando il disagio in tutto il pianeta. Mi pare che basti e avanzi”.
E’ più cauto invece Giovanni Sabbatucci, ordinario di Storia contemporanea all’Università
La Sapienza di Roma e autore di uno dei manuali di storia più diffusi nei licei italiani. “Un giudizio – dice – non può esserci ancora, arriverà con
il tempo. E sarà in larghissima parte legato al successo o all’insuccesso di questa
guerra. Se si prolungherà, come temo, o si concluderà con una ritirata mascherata
delle truppe, il giudizio sarà negativo senza appello. Se – e mi sembra improbabile
al momento – l’esito sarà positivo, se il processo democratico andrà avanti e
la guerra terminerà presto, il giudizio sarà fortemente migliorato. Purtroppo,
solo il Padreterno giudica sugli uomini sulle loro intenzioni. In politica il
successo è il metro esclusivo di giudizio, e questa presidenza è troppo legata
all’Iraq per essere giudicata in base ad altri eventi”.
Ma campanelli d’allarme arrivano anche dagli studiosi statunitensi, e vanno al
di là dell’esito della guerra in Iraq. Secondo Arthur Schlesinger, uno storico
vincitore di due premi Pulitzer nonché assistente speciale di John Fitzgerald
Kennedy, l’eventuale vittoria di Bush alle elezioni sarebbe interpretata dal presidente
come “un mandato per confermare la dottrina della guerra preventiva, che verrebbe
estesa all’Iran”. Per vedere se sono solo teorie, bisogna aspettare il 2 novembre.
Quando, invece che il giudizio della Storia, si conoscerà quello degli elettori
statunitensi.
Alessandro Ursic