scritto per noi da
Matteo Fagotto
Se a Wall Street tremano a ogni notizia sul greggio proveniente dalla Nigeria
o dall’Iran, a Ouagadougou, in Burkina Faso, stanno decisamente peggio: l’aumento
del petrolio e del costo dei fertilizzanti chimici, sommato all’ascesa dei prezzi
alimentari e allo scarso raccolto del 2007, sta mettendo in ginocchio un Paese
dove il 46 percento della popolazione vive sotto la soglia di povertà e il 90
percento pratica ancora l’agricoltura di sussistenza. Secondo la Fao, il prezzo del riso è salito dell’87 percento rispetto al giugno 2007.

Le prime avvisaglie della crisi si erano avute a febbraio, quando l’aumento del
prezzo dei generi alimentari (33 percento per il miglio, 25 percento per il sorgo)
aveva provocato disordini nelle principali città. Negli ultimi mesi la situazione
è peggiorata, tanto che, secondo il
World Food Programme, la maggioranza della popolazione avrebbe ridotto drasticamente la propria dieta,
tagliando alimenti costosi come carne, olio e latte. Una famiglia media ora si
può permettere un pasto giornaliero, mettendo in pericolo la salute di soggetti
deboli quali i bambini e le donne, che a causa della cultura patriarcale del Paese
sono le più colpite dalla crisi: se manca il cibo, sono le prime a dovervi rinunciare.
Il caro prezzi è un fenomeno che non riguarda solo il Burkina: la spirale inflazionistica
ha colpito tutta l’Africa occidentale, dalla Guinea al Senegal, provocando disordini
e costringendo i governi a sussidiare i prezzi di petrolio e alimentari, assottigliando
pericolosamente le loro già scarse riserve valutarie. In Costa d’Avorio, per permettersi
di calmierare il costo dei carburanti, la cui ascesa ha provocato proteste e disordini
in tutto il Paese, i ministri hanno addirittura deciso di ridursi gli stipendi
della metà. Provvedimenti efficaci nel breve periodo, ma inadeguati con il perdurare
della crisi.
In Burkina Faso, però, la crisi è acuita da una serie di fattori: la posizione
geografica del Paese, che non essendo sulla costa vede lievitare i costi di trasporto
di qualsiasi merce importata, e la siccità che ha colpito il Paese nel 2007, danneggiando
i raccolti. Generalmente la produzione di mais riesce a soddisfare la domanda
interna, ma la struttura agricola è troppo debole per non risentire di imprevisti
o anni di magra. Così il governo, che ha tolto i dazi sull’importazione di beni
alimentari e ha resistito fino a luglio senza aumentare i prezzi dei carburanti
al dettaglio, è dovuto ricorrere all’aiuto di donatori internazionali e agenzie
umanitarie. Il Wfp ha lanciato da febbraio un programma d’emergenza per distribuire 3.500 tonnellate
di semi, mentre pochi giorni fa gli Usa hanno concesso un prestito di 481 milioni
di dollari nell’àmbito del Millennium Challenge Corporation, un programma di aiuti allo sviluppo varato nel 2004.

I fondi dovrebbero contribuire all’ammodernamento del settore agricolo, la cui
inadeguatezza è stata messa a nudo dalla crisi degli ultimi mesi. Il Burkina Faso,
così come buona parte dell’Africa occidentale, deve investire, tra le altre cose,
in sistemi di irrigazione, sementi selezionate e fertilizzanti da produrre sul
posto. E sullo sviluppo di un mercato regionale che possa servire da camera di
compensazione tra i vari stati in caso di bisogno, secondo quanto proposto dall’
Association pour la Promotion de la Sécurité et de la Souveraineté Alimentaires
au Burkina. Il governo ha già lanciato una serie di sovvenzioni per l’annata attuale che,
nelle intenzioni, dovrebbero permettere di ottenere un raccolto cerealicolo di
200.000 tonnellate, più una serie di programmi a lungo termine grazie all’aiuto
della Banca Mondiale. L’obiettivo minimo è quello di abbassare il tasso di povertà
al di sotto del 35 percento entro il 2015.