La capitale serba, di fronte all'arresto di Karadzic, tra sorpresa e indifferenza
scritto per noi da
Giuseppe Briguglio
Sorpresa,
ecco la parola giusta per definire la reazione dei cittadini di
Belgrado alla notizia dell’arresto di Radovan Karadžić.

Quando
la notizia ha cominciato a girare, alle 23:00 di un tranquillo,
normale, piovoso lunedì di mezza estate, la città è
rimasta attonita, come ad aspettare che tutto si depositasse, vero o
falso non importa, ma che fosse sicuro che non si dovesse ancora
affrontare un falso allarme o peggio ancora l’ennesimo scherzo.
Verso
mezzanotte, quando ormai non c’erano più dubbi, alcuni
gruppi di persone hanno cominciato ad uscire dalle proprie case per
poter condividere le proprie sensazioni con gli altri, per non
rimanere da soli ad affrontare una così grande emozione.
Fra
questi i più rumorosi e organizzati erano i sostenitori del
leader serbo bosniaco che si sono riuniti nelle vicinanze del
Tribunale per i Crimini Speciali per protestare contro l’arresto di
un altro degli eroi della Grande Serbia.
Un
secondo gruppo di ultra-nazionalisti si è invece riunito in
centro città, a Trg Republike, la piazza della
Repubblica come a voler usurpare la scena che tante volte ha ospitato
la parte più progressista della società serba e ha
sfogato la propria rabbia contro il Presidente Tadic, definito un
traditore, sventolando bandiere e scandendo slogan da stadio.
Ma
la maggioranza della popolazione ha semplicemente accolto la notizia
con il disincanto tipico di chi è già stato sconfitto.

Tutti
durante gli anni Novanta, più o meno vittime della propaganda
di regime, hanno creduto al “fantastico sogno” della Grande
Serbia, ma è successo più di dieci anni fa e nessuno
ormai è disposto a lasciarsi ingannare nuovamente.
Certo,
Karadžić
rimane un simbolo e la maggioranza dei
cittadini serbi avrebbe preferito non consegnarlo alle autorità
internazionali, ma più per una questione di orgoglio che per
una reale affinità con il boia di Pale. I belgradesi, infatti,
sono abituati a snobbare i serbi che abitano nei villaggi, come in
una sorta di strapaese e stracittà in salsa balcanica.
Molto
diversa la situazione nei bar del centro e vicino alle facoltà
universitarie.
L’arresto
del “poeta” ha dato a tutti una buona ragione per continuare a
far festa e i ragazzi sembravano come contagiati da una strana
allegria.
I
giovani, infatti, sono i veri sconfitti delle guerre degli anni
novanta, intrappolati fra i racconti degli adulti che hanno vissuto
la Belgrado cosmopolita dell’epoca yugoslava e dalle frontiere
troppo ostili nei loro confronti.

Per
loro dunque, la cattura di Karadžić
rappresenta non solo la fine di un uomo
che ha contribuito a rendere molto più difficile le loro
esistenze, ma anche la possibilità di recuperare almeno un po’
del tempo perduto se l’Unione Europea liberalizzerà in
fretta il regime dei visti per i cittadini serbi.
Malgrado
le reazioni non certo unanimi dei differenti settori della società
serba, le masse che avrebbero dovuto insorgere contro il governo
fantoccio alleato degli occidentali in difesa degli eroi di guerra,
più che una minaccia reale sembrano ormai soltanto uno slogan
vuoto degli ultranazionalisti. Certo, ci sono state delle
manifestazioni di protesta, ed anche degli scontri, fra elementi di
estrema destra e forze dell’ordine, ma nulla in confronto con la
gigantesca, pacifica mobilitazione del febbraio scorso contro
l’auto-proclamata indipendenza del Kosovo e neppure paragonabili
coi disordini che allora nei pressi dell’ambasciata statunitense
sono culminati con l’incendio della sede diplomatica e la morte di
un manifestante.