Scritto
per noi da
Alberta
Bottini
Non
poteva che terminare con un tradimento. Quattro mesi di conflitto
finiscono, forse, con il peggiore dei finali possibili. E’ durante
la notte tra mercoledì e giovedì scorso che si consuma
il gran finale. Già nel tardo pomeriggio la piazza del
Congresso si riempie di persone: la piazza aspetta, fiduciosa, il
risultato della votazione del Senato. A mezzanotte la piazza è
piena, c’e’ euforia e ottimismo, nessuno si aspetta quello che,
alle 4.30 della mattina, lascerà a bocca aperta gli argentini.

Il vice presidente, con la voce spezzata dall’emozione, ha annunciato il
suo voto contrario. Le televisioni trasmettono, fin dal tardo
pomeriggio, la diretta dal Senato. Solo il canale dello Stato ignora
quello che sta succedendo e offre un interessante documentario sulla
vita dei pipistrelli.
Si
conclude così una settimana intensa: due manifestazioni di
massa, 350.000 persone in un solo giorno occupavano le strade della
capitale con canti e slogan del tutto opposti tra loro. Da una parte
il Partito Justicialista, i suoi militanti e tutto l’apparato di
Governo, dall’altra le Federazioni Agrarie e un’accozzaglia di
dubbi personaggi che rievocano un passato poco glorioso che continua
a riemergere. Tra loro anche alcuni partiti di estrema sinistra,
tanto a sinistra dal ritrovarsi a destra.
Si
di dice che uno dei risultati positivi del conflitto è stata
la grande partecipazione della società, non solo dei militanti
organizzati, ma anche della gente comune che è andata in
piazza e ha preso parte al dibattito. Quello che non è chiaro
è a quale dibattito ha partecipato.
La
discussione politica è stata portata a un livello di scontro
elevato, tanto da far quasi dimenticare il motivo del contendere. E’
stato il governo stesso ad accendere i toni, a farne una battaglia
ideologica che però non è riuscito a sostenere. La
società e la politica si sono polarizzate, si sono usati toni
e argomenti esasperati, che hanno offuscato i reali temi in
questione. L’aver cercato lo scontro ideologico ha giocato contro
il Governo. L’aver deliberatamente polarizzato la discussione non è
stata la strategia vincente. Il Governo, superbo, pensava di avere i
numeri per vincere, nella piazza e nel parlamento. Ma non si vince
così. Si è dimenticato che la politica è l’arte
della mediazione, si è rifiutato di dialogare con chi, pur non
appoggiando il Governo, non sta nemmeno con le Federazioni Agrarie.

Era necessario convincere, dialogare, mettere al centro della
discussione il modello agricolo del paese, per poterlo cambiare. E
invece si è fatto il contrario. La società si è
spaccata in due, a favore o contro Cristina Kirchner. Non si è
messo in discussione il modello di sviluppo economico, la
ridistribuzione della ricchezza è stato uno slogan con poco
contenuto. A perdere non è solo il Decreto 125, si è
persa l’occasione per poter intraprendere la riforma agraria della
quale nessuno parla. Perché è riduttivo parlare solo di
tasse. Perché è stato un errore imperdonabile lasciare
che si generalizzasse il dibattito e lo si riducesse in un conflitto
tra Governo e Federazioni Agrarie.
In
questo modo si è permesso che personaggi impresentabili
tornassero alla ribalta, si è permesso il riapparire dei
settori della peggior destra argentina, sempre che ci sia una destra
migliore, quelli amici della dittatura e quelli complici della feroce
repressione del 2001.
Il
conflitto finisce, non è chiaro chi ha vinto ma è
chiarissimo chi ha perso. Non ha perso solo Cristina e il suo debole
governo. Hanno perso i piccoli produttori e la massa di contadini
sfruttati che non sono stati rappresentati da questo conflitto che li
ha esclusi.
Diceva
Gramsci che si tratta di egemonia quando una classe riesce a
convincere il resto delle classi che i suoi interessi particolare
sono gli interessi generali. Cristina Kirchner non è riuscita
a farlo.