scritto per noi da
Matteo Fagotto
Dopo aver vissuto per mesi la crisi politica più grave dall’indipendenza ad oggi,
lo Zimbabwe sembra uscito dal tunnel, stando a quanto riportato dalla maggioranza
dei media sull’accordo siglato ieri tra lo Zanu-Pf, il partito del presidente Robert Mugabe, e il Mdc, principale formazione politica di opposizione. Che le parti abbiano ripreso
a parlare per il bene del Paese è sicuramente una notizia positiva. Ma definire
“storico” l'evento è esagerato.

Pochi hanno messo in evidenza come le parti, assistite dal mediatore sudafricano
Thabo Mbeki, si siano semplicemente accordate sull’agenda dei colloqui che, da
oggi e per due settimane, verranno condotti a Pretoria. Di positivo c’è l’accordo
sulla politica del nuovo governo, che dovrà affrontare la difficile situazione
economica, la tanto contestata riforma agraria del 2000, e le questioni della
libertà politica e della nuova Costituzione.
L’opposizione, rappresentata da Morgan Tsvangirai e Arthur Mutambara, i leader
delle due principali fazioni del Mdc, ha già ottenuto molto, visto che il memorandum di intesa siglato ieri prevede
la cessazione delle violenze a sfondo politico. Proprio il Mdc aveva denunciato la morte di 120 suoi sostenitori durante gli scontri degli
ultimi mesi, a séguito del primo turno delle elezioni presidenziali, lo scorso
29 marzo, in cui Tsvangirai aveva sconfitto Mugabe. Lo stesso Tsvangirai aveva
poi rinunciato al ballottaggio, per non esporre i propri sostenitori alle violenze
orchestrate, a detta del Mdc, dal governo.
Lo Zanu-Pf ottiene che la mediazione internazionale sia riservata alla Southern African Development Community e all’Unione Africana, tagliando così fuori l’Onu e, soprattutto, i Paesi occidentali,
accusati da Mugabe di complottare per la sua caduta. Detto che l’accordo di ieri
rafforza Mbeki, criticato nelle ultime settimane per non aver condannato le presunte
violenze politiche organizzate da Mugabe, le buone notizie si fermano qui.
In particolare, nulla è stato deciso riguardo alle elezioni presidenziali, che
Tsvangirai ritiene di aver vinto (la vittoria alle parlamentari è invece stata
riconosciuta ufficialmente al Mdc). E se ieri Tsvangirai e Mugabe si sono incontrati per la prima volta negli
ultimi dieci anni, il leader dell’opposizione non si è mai riferito al suo avversario
chiamandolo “presidente”.

Difficile comunque che il vecchio padre dell’indipendenza, dopo aver accettato
di scendere a patti con un partito che fino a pochi giorni fa bollava come spia
degli Occidentali, accetti di farsi da parte. Più realistica è l’ipotesi di una
condivisione del potere, con Tsvangirai nominato a capo di un governo dai poteri
rafforzati. Un risultato, questo sì, che sarebbe storico. Ma, nonostante le rassicurazioni
dei due leader, che ieri hanno sottolineato la volontà di prendere sul serio i
colloqui di Pretoria, la diffidenza tra le parti rimane alta. E non potrebbe essere
altrimenti, visti gli avvenimenti degli ultimi mesi. Se non altro, un piccolo
passo verso la pace lo Zimbabwe l’ha fatto. Il difficile viene ora.