22/07/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



Ma l’accordo di ieri tra maggioranza e opposizione nasconde insidie e incognite
scritto per noi da
Matteo Fagotto
 
 
Dopo aver vissuto per mesi la crisi politica più grave dall’indipendenza ad oggi, lo Zimbabwe sembra uscito dal tunnel, stando a quanto riportato dalla maggioranza dei media sull’accordo siglato ieri tra lo Zanu-Pf, il partito del presidente Robert Mugabe, e il Mdc, principale formazione politica di opposizione. Che le parti abbiano ripreso a parlare per il bene del Paese è sicuramente una notizia positiva. Ma definire “storico”  l'evento è esagerato.
 
La stretta di mano tra il presidente Robert Mugabe (a sinistra) e Morgan TsvangiraiPochi hanno messo in evidenza come le parti, assistite dal mediatore sudafricano Thabo Mbeki, si siano semplicemente accordate sull’agenda dei colloqui che, da oggi e per due settimane, verranno condotti a Pretoria. Di positivo c’è l’accordo sulla politica del nuovo governo, che dovrà affrontare la difficile situazione economica, la tanto contestata riforma agraria del 2000, e le questioni della libertà politica e della nuova Costituzione.
L’opposizione, rappresentata da Morgan Tsvangirai e Arthur Mutambara, i leader delle due principali fazioni del Mdc, ha già ottenuto molto, visto che il memorandum di intesa siglato ieri prevede la cessazione delle violenze a sfondo politico. Proprio il Mdc aveva denunciato la morte di 120 suoi sostenitori durante gli scontri degli ultimi mesi, a séguito del primo turno delle elezioni presidenziali, lo scorso 29 marzo, in cui Tsvangirai aveva sconfitto Mugabe. Lo stesso Tsvangirai aveva poi rinunciato al ballottaggio, per non esporre i propri sostenitori alle violenze orchestrate, a detta del Mdc, dal governo.
 
Lo Zanu-Pf  ottiene che la mediazione internazionale sia riservata alla Southern African Development Community e all’Unione Africana, tagliando così fuori l’Onu e, soprattutto, i Paesi occidentali, accusati da Mugabe di complottare per la sua caduta. Detto che l’accordo di ieri rafforza Mbeki, criticato nelle ultime settimane per non aver condannato le presunte violenze politiche organizzate da Mugabe, le buone notizie si fermano qui.
In particolare, nulla è stato deciso riguardo alle elezioni presidenziali, che Tsvangirai ritiene di aver vinto (la vittoria alle parlamentari è invece stata riconosciuta ufficialmente al Mdc). E se ieri Tsvangirai e Mugabe si sono incontrati per la prima volta negli ultimi dieci anni, il leader dell’opposizione non si è mai riferito al suo avversario chiamandolo “presidente”.
 
Morgan TsvangiraiDifficile comunque che il vecchio padre dell’indipendenza, dopo aver accettato di scendere a patti con un partito che fino a pochi giorni fa bollava come spia degli Occidentali, accetti di farsi da parte. Più realistica è l’ipotesi di una condivisione del potere, con Tsvangirai nominato a capo di un governo dai poteri rafforzati. Un risultato, questo sì, che sarebbe storico. Ma, nonostante le rassicurazioni dei due leader, che ieri hanno sottolineato la volontà di prendere sul serio i colloqui di Pretoria, la diffidenza tra le parti rimane alta. E non potrebbe essere altrimenti, visti gli avvenimenti degli ultimi mesi. Se non altro, un piccolo passo verso la pace lo Zimbabwe l’ha fatto. Il difficile viene ora.

Matteo Fagotto

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