scritto per noi da
Matteo Fagotto
La richiesta di un mandato di cattura internazionale contro il presidente sudanese
Omar Hassan al-Bashir, emessa dal Procuratore della Corte Penale Internazionale,
Luis Moreno Ocampo, per i presunti crimini di guerra commessi in Darfur, ha scatenato,
come prevedibile, un vespaio di polemiche. I sostenitori della colpevolezza del
presidente gridano alla vittoria, quasi che la condanna fosse già stata emessa,
mentre i suoi difensori accusano Ocampo di essere un burocrate al soldo degli
Occidentali.
Constatato che il dare patenti di colpevolezza (o innocenza) a priori non è solo
un vizio del Belpaese, questo articolo non intende aggiungersi alla già ampia
ridda di polemiche, queste sì politiche, sulla vicenda, ma vuole soffermarsi su
due importanti questioni finora trascurate dagli opinionisti.
Il primo punto riguarda il modo in cui la Cpi ha ottenuto la giurisdizione sul
Darfur, visto che il Sudan non è tra i 106 stati che hanno ratificato il Trattato
di Roma, istitutivo della Corte. Il caso è stato trasmesso al Procuratore con
la risoluzione 1593/2005 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il quale
ha ritenuto che perseguire i crimini di guerra in Darfur fosse fondamentale per
il raggiungimento di una pace duratura nella regione. Ciò significa che la decisione
è stata presa con l’avallo, tacito o esplicito, dei cinque membri permanenti del
Consiglio, tre dei quali (Usa, Russia e Cina) non hanno ratificato il Trattato
di Roma e non riconoscono la giurisdizione della Corte sul proprio territorio.
E, grazie al potere di veto, sono immuni dall’appiglio legale utilizzato nei confronti
del Sudan.
Arrogarsi il diritto di passare sopra la sovranità di uno Stato non è una decisione
condannabile a priori, se fondata su gravi motivi come possono essere i crimini
in Darfur, ma a condizione di essere tutti sullo stesso piano. Che alcuni membri
permanenti del Consiglio di Sicurezza (la Russia votò a favore della risoluzione,
Usa e Cina si astennero) possano decidere di far giudicare i membri di uno Stato
da una Corte a cui non riconoscono la giurisdizione su se stessi non è solo un
controsenso politico. Uno dei princìpi cardine del diritto internazionale è la
parità giuridica tra gli stati. Sancire l’esistenza, in termini legali, di una
serie A di pochi eletti è un precedente pericoloso, perché mina la credibilità
e le basi stesse su cui si basano i poteri della Corte e dell’Onu.
Ma c’è un altro dato interessante che riguarda l’operato della Corte. Finora,
gli incriminati sono tutti africani: cinque congolesi, quattro ugandesi e due
sudanesi. La cosa non è sfuggita all’opinione pubblica del continente, stanca
di essere l’osservato speciale della Corte.
Certo, gli undici finiti alla sbarra hanno tutti, in un modo o nell’altro, preso
parte a conflitti. E, a parte il Sudan, negli altri tre stati coinvolti (Repubblica
Centrafricana, Uganda e Repubblica Democratica del Congo) la Corte è intervenuta
su richiesta dei rispettivi governi. Ma perché non perseguire anche i crimini
di guerra commessi in Colombia, in Iraq o in Nepal?
In questi primi anni di vita, la Cpi ha dovuto mantenere un difficile equilibrio:
da un lato perseguire i criminali di guerra per dare una prova tangibile della
sua autorità ma, allo stesso tempo, scegliere obiettivi non troppo in vista per
evitare complicazioni politiche che ne minassero il futuro. Per queste ragioni
l’Africa, teatro di guerre spesso prive di un grande risalto internazionale e
scoppiate in stati diplomaticamente deboli, si presta ad essere un test abbastanza
probante ma a basso rischio.
Intendiamoci, nessuno sta mettendo in dubbio l’utilità della Corte dell’Aja.
La sua nascita è una pietra miliare per la tutela dei diritti umani in tempo di
guerra. E gli undici casi in questione potrebbero contribuire a migliorare la
situazione dei diritti umani in Africa. Proprio per questo, però, sarebbe ora
che la Cpi si interessasse anche delle altre emergenze mondiali. Così toglierebbe
un alibi a chi vuole sminuirne il ruolo accusandola di guardare solo alle malefatte
degli africani.