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Non che l’impresa fosse facile. Nato con lo scopo di portare allo stesso tavolo
gli uomini del presidente Mwai Kibaki e quelli del leader dell’opposizione, Raila
Odinga, il “governissimo” keniano passa più tempo a risolvere le beghe interne
che ad affrontare i problemi che minacciano il futuro del Paese. E così, l’opinione
pubblica trova sempre meno comprensibile dover mantenere l’esecutivo più costoso
della storia keniana (allargato a 41 ministeri per includere tutte le comunità
del Paese) senza vedere risultati concreti. Finora, la grande coalizione ha tenuto,
ma solo perché i nodi non sono ancora venuti al pettine. La prima scadenza sarà
la presentazione, a fine mese, del disegno di legge sulla riforma agraria, che
regolamenterà anche il ritorno a casa degli sfollati. “Sembra che le proposte
del ministro dell’Agricoltura siano troppo radicali per i sostenitori del presidente”,
rivela a PeaceReporter Dennis Onyango, opinionista del giornale Eastandard. “Il ministro vorrebbe revocare tutte le concessioni agrarie del periodo coloniale,
ma Kibaki è uno dei maggiori proprietari terrieri e si è opposto”.
Buona parte della responsabilità dello stallo è attribuita a Raila Odinga, il
campione del popolo all’indomani delle elezioni presidenziali dello scorso dicembre,
i cui risultati furono manipolati dall’entourage di Kibaki per garantire al presidente
un secondo mandato. Ostacolato dai problemi interni all’esecutivo, secondo alcuni
il premier si starebbe dedicando a conquistare l’elettorato Kikuyu in vista delle
consultazioni del 2012. E se da una parte la cosa potrebbe segnare il superamento
di una politica a base etnica che in Kenya è sempre stata la norma, dall’altra
significherebbe tradire le speranze di cambiamento dei suoi sostenitori. “I giovani
Luo di Nairobi sono molto scontenti del suo operato”, continua S.K. “Se non affronterà
al più presto la riforma agraria, le elezioni del 2012 si trasformeranno in una
guerra tra ricchi e poveri”.Matteo Fagotto