21/07/2008versione stampabilestampainvia paginainvia



A cinque mesi dalla fine della crisi le riforme non si vedono
scritto per noi da
Matteo Fagotto
 
“Il premier Odinga, ha deluso i poveri. Ha ottenuto quello che voleva per sé e per la famiglia, ma ha tradito i sostenitori di un tempo”. Le parole di S.K., un giovane keniano costretto a fuggire da Nairobi durante i disordini dello scorso gennaio e raggiunto via mail da PeaceReporter, riassumono lo stato d’animo di buona parte della popolazione keniana a cinque mesi dalle violenze post-elettorali, che provocarono la morte di almeno 1.500 persone e la fuga di altre 350.000. Il governo di unità nazionale, che doveva affrontare la questione agraria e gestire il ritorno degli sfollati, finora ha concluso poco.
 
Il premier keniano Raila OdingaNon che l’impresa fosse facile. Nato con lo scopo di portare allo stesso tavolo gli uomini del presidente Mwai Kibaki e quelli del leader dell’opposizione, Raila Odinga, il “governissimo” keniano passa più tempo a risolvere le beghe interne che ad affrontare i problemi che minacciano il futuro del Paese. E così, l’opinione pubblica trova sempre meno comprensibile dover mantenere l’esecutivo più costoso della storia keniana (allargato a 41 ministeri per includere tutte le comunità del Paese) senza vedere risultati concreti. Finora, la grande coalizione ha tenuto, ma solo perché i nodi non sono ancora venuti al pettine. La prima scadenza sarà la presentazione, a fine mese, del disegno di legge sulla riforma agraria, che regolamenterà anche il ritorno a casa degli sfollati. “Sembra che le proposte del ministro  dell’Agricoltura siano troppo radicali per i sostenitori del presidente”, rivela a PeaceReporter Dennis Onyango, opinionista del giornale Eastandard. “Il ministro vorrebbe revocare tutte le concessioni agrarie del periodo coloniale, ma Kibaki è uno dei maggiori proprietari terrieri e si è opposto”.
 
Ma non è solo la redistribuzione della terra a tenere banco. L’eredità degli scontri di gennaio, che videro le bande delle comunità Kikuyu (da cui proviene Kibaki) e Luo (vicine al premier Odinga) scontrarsi in tutto il Paese, è ancora pesante. Numerose vittime dei disordini, cacciate dalle loro case, hanno paura di tornare indietro; altre sono state costrette a fuggire di nuovo per le minacce ricevute. Segno che la convivenza  potrebbe essere stata compromessa per sempre. E le autorità, che vantano una classe politica tra le meglio pagate al mondo (lo stipendio di un parlamentare è quasi pari a quello di un senatore americano) non hanno abbastanza soldi per migliorare l’assistenza ai civili, rendendo la situazione umanitaria ancora più precaria. "Al momento sono attivi un centinaio di campi di transito per gli sfollati, ma quasi tutti mancano dei servizi di base", riferisce a PeaceReporter Mercy Manyala, dello United Nations Development Programme. "Il problema è che il governo li ha aperti senza consultarsi con le altre agenzie, che sono state colte impreparate. E la cosa ha causato una stretta nella concessione dei fondi da parte dei donatori".
 
Il presidente keniano Mwai KibakiBuona parte della responsabilità dello stallo è attribuita a Raila Odinga, il campione del popolo all’indomani delle elezioni presidenziali dello scorso dicembre, i cui risultati furono manipolati dall’entourage di Kibaki per garantire al presidente un secondo mandato. Ostacolato dai problemi interni all’esecutivo, secondo alcuni il premier si starebbe dedicando a conquistare l’elettorato Kikuyu in vista delle consultazioni del 2012. E se da una parte la cosa potrebbe segnare il superamento di una politica a base etnica che in Kenya è sempre stata la norma, dall’altra significherebbe tradire le speranze di cambiamento dei suoi sostenitori. “I giovani Luo di Nairobi sono molto scontenti del suo operato”, continua S.K. “Se non affronterà al più presto la riforma agraria, le elezioni del 2012 si trasformeranno in una guerra tra ricchi e poveri”.

Matteo Fagotto

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