Basta un nonnulla e nel condominio bosniaco scoppia la lite. Questa volta a “non
starci” sono i bosgnacchi, i musulmani della Repubblica Srpska ( con la Federacia
BiH forma la Bosnia Erzegovina), che hanno alzato un muro contro il provvedimento
istitutivo dei simboli dell’entità a maggioranza serba: bandiera, stemma e inno.

Dopo una lunga discussione e molti emendamenti presentati dai deputati musulmani,
Banja Luka (la capitale della Repubblica) si è dotata dei nuovi segni distintivi. L’aquila bicipite su scudo rosso ha
preso il posto della croce e delle quattro "S", acronimo del panserbismo, dopo
che ne era stata dichiarata l’incostituzionalità nel 2007. Si riteneva che rappresentasse
i soli serbi e non anche delle altre etnie presenti sul territorio. Sebbene l’aquila
sia stata “ritagliata” dalla bandiera del vecchio Regno di Serbia, il premier
Milorad Dodik richiama l’attenzione sugli altri simboli che campeggiano sul drappo:
i gigli per i bosgnacchi e lo scudo bianco-rosso per i croati. D’altro canto,
si sa, che quanto più un popolo si senta minacciato e “precario” tanto più si
aggrappa alla forte radice dei nazionalismi. E anche la stoffa di raso di una
bandiera può rivelarsi una calda coperta sotto cui ripararsi. Stesso discorso
può essere fatto per il nuovo inno composto da Mladen Matovic. Il titolo, “O mia
Repubblica”, e il testo sono, a dire degli oppositori, intrisi del nazionalismo
serbo. Se poi si considera che l’inno della Federazione Bosniaca, per esplicita
direttiva degli Accordi di Dayton, è ancora senza testo…

Il presidente di turno della Bosnia Erzegovina, Haris Silajdzic ha dichiarato
il suo sostegno ai deputati musulmani impegnandosi a far interessare della questione
la Corte Costituzionale di Sarajevo, se Banja Luka non la risolverà autonomamente.
Ma è molto difficile che Dodik faccia da sponda alle richieste di Silajdzic, considerando
che nella sua ultima uscita ufficiale, ripresa dalle televisioni di stato, il
premier della Repubblica Srpska ha rimosso la bandiera della Bosnia Erzegovina,
lasciando pieno campo al tricolore rosso-blu-bianco. L’indignazione di Sarajevo
è subito salita a livelli allarmanti. Da quando ha assunto il potere nel 2005,
Dodik non ha mai nascosto le sue posizioni radicali, né i suoi propositi secessionisti
dalla Federazione, propositi che si sono rinvigoriti dopo la dichiarazione unilaterale
di indipendenza del Kosovo.

Entro la fine dell’anno Banja Luka aprirà uffici di rappresentanza a Bruxelles
e Washington, anche contro la volontà del governo centrale di Sarajevo. Tutto
ciò non esula dalla confusione e dalla tensione che dominano il patchwork bosniaco
dove, una triplice presidenza a rotazione, sottoposta al costante controllo di
un emissario Onu, non può che esprimere instabilità. Instabilità politica, economica
e sociale. Gli ingredienti che galleggiano nel minestrone devono cercare costantemente
il loro equilibrio, bene attenti a non rimanere coperti dai sapori degli altri.
Tanto a Sarajevo, quanto a Banja Luka si dorme tenendo sempre un occhio aperto:
l’incubo di essere cancellati aleggia nelle menti.