scritto per noi da
Erminia Calabrese
Sotto
un sole cocente, tarikh al matar, la strada che dall’aeroporto
porta alla periferia sud di Beirut, Dahyeh, è stata
invasa, ieri, da libanesi e palestinesi, nell’attesa (quasi di
dodici ore) di veder sfilare i cinque prigionieri liberati nel
pomeriggio da Israele.

''L'attesa
è stata lunga, siamo qui da stamattina'', racconta Ahmad,
mentre insieme ad altri compagni, tra le mani una bandiera gigante
verde di Amal, fa da barriera tra la folla e la strada dove
dovrebbero passare i prigionieri.
L’atmosfera
è euforica: riecheggiano inni e canzoni mentre fuochi
d’artificio e coriandoli colorati completano l’aria di festa. La
sensazione che la folla lascia, assieme alla gioia, è quella
sorte di dignità ritrovata, è quella sensazione di
poter camminare a testa alta di nuovo.
Il
servizio d’ordine di Hizbu’llah è stato come sempre,
efficacissimo: una schiera di uomini vestiti in nero con cappello
grigio aprivano il corteo seguiti dai ragazzini del partito di Dio
(scout di Mehdi tra i 10 e i 15 anni), i ragazzi di Amal ,la banda
musicale di Hizbu’llah per poi terminare in un lunghissimo
serpentone di gente ognuno con la sua bandiera, palestinese o
libanese che sia, in attesa del ritorno.
''Abbiamo
aspettato a lungo. Israele è stato molto lento a rilasciare i
prigionieri proprio perché voleva rovinarci la festa'', dice
Hasan, un conducente di taxi di 34 anni di Shama’a sud del Libano.

Molti i
palestinesi presenti, il campo, come quello di
Burj Baranje,
che si trova sulla strada dell’aeroporto ha innalzato un grande
arco dando il benvenuto a Samir Qantar.
''E' un
grande giorno, sono contentissima non posso dire altro. Ho i brividi.
Nasrallah ha mantenuto la sua promessa è un vero leader'',
dice Zeinab, 20 anni del campo di Chatila.
Un'altra
folla si era già radunata dalle prime ore del pomeriggio nello
stadio al Ra'id, nel cuore di Dahyye, ''per poter prendere un posto
avanti'', dicono in molti. ''Oggi per noi è come ritrovare
qualcuno della famiglia'', dice Shafà, una donna di 40 anni
che durante la guerra del 2006 ha perso un figlio.
Verso
le nove di sera, dopo che le macchine blindate dei politici hanno
fatto la loro sfilata, è apparso Samir Qantar, con tenuta
militare e bandiera di Hizbu'llah (anche se non è membro del
partito) su una jeep scoperta assieme agli altri quattro
prigionieri. ''L'ho
visto finalmente, ho potuto vederlo. Per me lui è un eroe'',
dice Sara, 24 anni mentre con le lacrime agli occhi salta dalla
gioia. La folla lo ha inseguito per potergli stringere la mano mentre
altri gettavano petali di rose e riso.
Allo
stadio al-Raid un altro bagno di folla. I prigionieri sono saliti
sul parco e Hasan Nasrallah, segretario generale del partito di Dio
(nella sua terza apparizione pubblica dopo la guerra del 2006) è
comparso qualche minuto ad abbracciarli. E la folla ha sfiorato il
delirio.

''Il
tempo della sconfitta è passato. Ora è il tempo della
vittoria'', ha dichiarato Nasrallah, ''siamo pronti a lavorare per la
costruzione di una strategia di difesa nazionale'', ha continuato,
ricalcando le stesse parole pronunciate dal capo di stato Michel
Suleiman nel discorso pronunciato all'aeroporto per accogliere i
cinque prigionieri assieme al premier Fuad Seniora e al presidente
del parlamento Nabih Berri poco dopo che nel corso della mattinata
si era insediato un governo di unità nazionale.
Nonostante
questo, l’unità nazionale ieri sembrava molto più un
patto politico che un sentimento popolare condiviso. Non sono mancati
gli scontri tra sostenitori di Saad Hariri, leader del Moustaqbal,
che tra l’altro è stato uno degli ultimi a congratularsi per
lo scambio, e sostenitori Hizbu’llah.
Le
bandiere che sventolavano lungo la strada dell’aeroporto e nello
stadio al-Ra’id erano le stesse che nell'agosto del 2006 avevano
salutato la ''vittoria divina'', in occasione del festival
organizzato da Hizbu’llah per celebrare la fine della guerra 2006.
Non c’era traccia dei sostenitori di Hariri, né delle destre
cristiane maronite di Gemayel o di Geagea, o del Partito progressista
di Joumblatt, che dal canto suo ha organizzato una cerimonia per
accogliere Samir Qantar (druso come lui) ad Abey, nello Chouf.
Sulla
strada del ritorno, passando dal lungomare di Beirut, per arrivare a
piazza Sassin, nessun poster, nessun clacson, nessuna euforia.
C’erano solo belle macchine, lussuosi bar e ristoranti con gente
che composta beveva il suo cocktail mentre la tv sintonizzata sul
canale arabo Rotana trasmetteva un video di Nancy Ajram.